Mercoledì, un commento sul nuovo prodotto a tema famiglia Addams

Nel 1991, un rilut­tan­te Tim Bur­ton rifiu­ta il ruo­lo di regi­sta per La fami­glia Addams a cau­sa di con­flit­ti con la pro­du­zio­ne di Bat­man — Il ritor­no, poi usci­to nel­le sale l’anno suc­ces­si­vo. Bar­ry Son­nen­feld pren­de il suo posto e il film divie­ne un enor­me suc­ces­so finan­zia­rio per la Orion Pic­tu­res, tan­to da ispi­ra­re un sequel e cri­stal­liz­zar­si nell’immaginario col­let­ti­vo come l’adattamento per anto­no­ma­sia dei fumet­ti di Char­les Addams. Ora, Tim Bur­ton arri­va a pre­sta­re a Net­flix il suo carat­te­ri­sti­co sti­le lugu­bre con Mer­co­le­dì, serie incen­tra­ta sul­la figlia mag­gio­re di Mor­ti­cia e Gomez Addams. Non solo si trat­ta del­la sua pri­ma serie tele­vi­si­va, ma è anche uno dei suoi pro­get­ti più som­mes­si, visto l’approccio meno cupo e stra­va­gan­te rispet­to ai noti lungometraggi.

Nono­stan­te la serie sia sta­ta for­te­men­te com­mer­cia­liz­za­ta come un pro­get­to nato “dal­la men­te di Tim Bur­ton”, il famo­so regi­sta ha diret­to solo quat­tro degli otto epi­so­di che la com­pon­go­no, peral­tro solo dopo aver visio­na­to il copio­ne di Alfred Gou­gh e Miles Mil­lar. Noti per il loro lavo­ro nel­le serie per tee­na­gers, i due han­no con­tri­bui­to ad atte­nua­re le carat­te­ri­sti­che per­tur­ban­ti che ren­de­va­no moral­men­te ambi­gua la fami­glia Addams. Divi­si dai con­flit­ti inter­ge­ne­ra­zio­na­li tipi­ci di ogni fami­glia, gli Addams qui han­no un ruo­lo mar­gi­na­le: fra tut­ti, solo Mano è un per­so­nag­gio di pri­mo pia­no, ben deli­nea­to e fede­le all’originale. I nuo­vi Mor­ti­cia e Gomez (Cathe­ri­ne Zeta-Jones e Luis Guz­màn, che van­no a sosti­tui­re l’ottima per­for­man­ce di Anje­li­ca Hou­ston e Raùl Julià) sono sì un’incarnazione fede­le dei due sto­ri­ci per­so­nag­gi, ma spes­so risul­ta­no del­le figu­re nor­ma­liz­za­te, piut­to­sto che gli uni­ci anor­ma­li in un mon­do rea­li­sti­co: divi­si tra la clas­si­ca esu­be­ran­za e un’insolita com­po­stez­za, arri­va­no a ver­go­gnar­si degli sche­le­tri nell’armadio che dan­no il via alla tra­ma, di cui inve­ce ― negli adat­ta­men­ti pre­ce­den­ti ― sareb­be­ro sta­ti più che orgogliosi.

L’unicità degli Addams risul­ta inol­tre poco evi­den­te nell’ambiente fre­quen­ta­to da Mer­co­le­dì, che pul­lu­la di crea­tu­re para­nor­ma­li. Que­sta scel­ta fa sol­le­va­re qual­che soprac­ci­glio: le crea­tu­re del fol­klo­re tra­di­zio­na­le per­do­no inspie­ga­bil­men­te alcu­ni trat­ti distin­ti­vi (come i vam­pi­ri, che nel­la serie non pati­sco­no la luce del sole), men­tre quel­le ori­gi­na­li, come gli hyde, avreb­be­ro potu­to ave­re una descri­zio­ne più accurata.

In un cast così ampio con­ta poco la buo­na per­for­man­ce di mol­ti degli atto­ri, rele­ga­ti a ruo­li di sup­por­to e di poca con­se­guen­za: Mer­co­le­dì rima­ne un pro­dot­to inca­stra­to tra la teen come­dy e il più cupo mur­der miste­ry, una com­bi­na­zio­ne ad oggi popo­la­re nei media ado­le­scen­zia­li. Fra gli ele­men­ti più carat­te­ri­sti­ci di que­sti gene­ri vi è l’ambientazione para-licea­le (che apre la stra­da all’estetica dark aca­de­mia), con grup­pi di ragaz­ze e ragaz­zi orga­niz­za­ti in “cric­che” o cli­ques (in que­sto caso distin­gui­bi­li sul­la base di carat­te­ri­sti­che sopran­na­tu­ra­li); si trat­ta di ele­men­ti ico­ni­ci dei film da tee­na­ger di vent’anni fa come Mean Girls (2004) o Jaw­brea­ker (1999), ma che affon­da­no le radi­ci in film cult come Hea­thers (1988). Il deli­nea­men­to di un con­te­sto nel qua­le sono pre­sen­ti insie­mi ben indi­vi­dua­bi­li, che fun­zio­na­no secon­do dina­mi­che facil­men­te com­pren­si­bi­li e poco mute­vo­li nel tem­po, ren­de que­sti pro­dot­ti apprezzabili. 

Lo spettatore ha la sensazione di capire profondamente le dinamiche del mondo circoscritto che osserva.

La serie fun­zio­ne­reb­be anche meglio, se Mil­lar e Gou­gh aves­se­ro appli­ca­to a Mer­co­le­dì la stes­sa cura usa­ta per svi­lup­pa­re la gio­vi­nez­za di Super­man in Small­vil­le (2001–2008), ma il pro­dot­to spre­ca un gran­de poten­zia­le, spal­man­do­si su trop­pi per­so­nag­gi, spes­so non stret­ta­men­te lega­ti agli Addams.

La sce­na d’apertura vede la pro­ta­go­ni­sta che, espul­sa da un liceo per “per­so­ne nor­ma­li”, vie­ne iscrit­ta al col­le­gio che ha accol­to, in gio­ven­tù, anche i suoi geni­to­ri. Gesti­ta dal­la pre­si­de Laris­sa Weems (Gwen­do­li­ne Chri­stie), la Never­mo­re Aca­de­my for­ni­sce asi­lo e istru­zio­ne a stu­den­ti con ogni sor­ta di abi­li­tà sopran­na­tu­ra­li, oltre che esse­re tea­tro di miste­rio­si omi­ci­di e una lun­ga male­di­zio­ne. Il ricor­do di Hog­warts, famo­sa scuo­la di magia nel mon­do di Har­ry Pot­ter, è fin trop­po ingom­bran­te per­ché Never­mo­re non sem­bri un mal­de­stro ten­ta­ti­vo di tro­va­re facil­men­te un luo­go in cui por­re Mer­co­le­dì a stret­to con­tat­to con i suoi coe­ta­nei. Da lupi man­na­ri a sire­ne, gli allie­vi dell’accademia costi­tui­sco­no un ele­men­to ricor­ren­te nel­la tra­ma, fun­gen­do varia­men­te da aiu­tan­ti e anta­go­ni­sti per le inda­gi­ni del­la pro­ta­go­ni­sta: toc­ca infat­ti a lei illu­mi­na­re il lega­me fra i suoi ante­na­ti e il fon­da­to­re di Jeri­cho, la cit­ta­di­na in cui Never­mo­re è situa­ta. Il para­nor­ma­le divie­ne così la nor­ma piut­to­sto che una carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re dei pro­ta­go­ni­sti, non­ché un’ottima occa­sio­ne per dare rit­mo alle inda­gi­ni con l’aiuto di qual­che deus ex machi­na.  

Men­tre Mer­co­le­dì insi­ste sul ruo­lo iso­la­to che gli emar­gi­na­ti han­no rispet­to al mon­do rea­le, la serie non risul­ta cre­di­bi­le nel rap­pre­sen­tar­lo, par­ti­co­lar­men­te per il cari­sma e la natu­ra intri­gan­te dona­ta da Jen­na Orte­ga al per­so­nag­gio prin­ci­pa­le: più emo­ti­va rispet­to all’in­ter­pre­ta­zio­ne di Chri­sti­na Ric­ci, con­ven­zio­nal­men­te bel­la, con mol­te abi­li­tà e la bat­tu­ta pron­ta, vie­ne cer­ca­ta e invi­dia­ta dai com­pa­gni.
“Tro­vo i social media un vuo­to suc­chia-ani­me di affer­ma­zio­ni sen­za sen­so”, dice Mer­co­le­dì alla sua com­pa­gna di stan­za Enid (Emma Myers), eppu­re ogni sua bat­tu­ta sem­bra esse­re sta­ta crea­ta appo­si­ta­men­te per anda­re vira­le su Tik­Tok – a par­ti­re dal­la coreo­gra­fia sul­le note di Goo Goo Muck dei Cramps, la cui dif­fu­sio­ne sui social è sta­ta pre­vi­sta e ricer­ca­ta dal­la pro­du­zio­ne stes­sa, come ha rive­la­to l’attrice pro­ta­go­ni­sta.
A dispet­to di tut­to que­sto, comun­que, la serie rima­ne in ulti­ma ana­li­si godi­bi­le: anzi, fun­zio­na pro­prio per­ché pen­sa­ta come pura for­ma d’intrattenimento, che si appog­gia soprat­tut­to sul­le scel­te crea­ti­ve. Come già accen­na­to nel­la (più posi­ti­va) recen­sio­ne dispo­ni­bi­le nell’ulti­mo arti­co­lo di The Sofa Chro­ni­cles, è la sce­na a far­la da padro­na. Pur­trop­po però, quan­do si ten­ta di appro­fon­di­re tema­ti­che di rile­van­za socia­le, Mer­co­le­dì non rie­sce a cen­tra­re il pun­to.

Arti­co­lo di Danie­le Di Bel­la, Eli­sa Basi­li­co e Miche­le Cacciapuoti

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