Verso il 2050, tra denatalità, lavoro e immigrazione

Verso il 2050, tra denatalità, lavoro e immigrazione

54,2 milio­ni: un nume­ro appa­ren­te­men­te vuo­to e pri­vo di signi­fi­ca­to, un nume­ro qua­lun­que, eppu­re tan­to dram­ma­ti­co quan­to scon­cer­tan­te se si con­si­de­ra che que­sto sarà il nume­ro di resi­den­ti ita­lia­ni il 1° gen­na­io del 2050. Ad esse­re resi­den­ti in Ita­lia il 1° gen­na­io del 2021 era­no inve­ce 59,2 milio­ni di per­so­ne: risul­ta dun­que evi­den­te che stia­mo andan­do incon­tro a una per­di­ta di 5 milio­ni di cit­ta­di­ni.

Sono que­ste le pre­vi­sio­ni sul futu­ro demo­gra­fi­co dell’Italia, rese pub­bli­che da un report Istat del 2022, pre­vi­sio­ni che van­no a con­fer­ma­re quel­la che è ormai un’incontrovertibile decre­sci­ta del­la popo­la­zio­ne resi­den­te, dovu­ta tan­to all’aumen­to del­la dena­ta­li­tà quan­to al costan­te invec­chia­men­to dei cit­ta­di­ni ita­lia­ni. Ed ecco che, di fron­te a que­sto pre­oc­cu­pan­te sce­na­rio, è bene inter­ro­gar­si sul­le cau­se che ne sono il fon­da­men­to e sul­le con­se­guen­ze che esso avrà sul­le nostre vite.

Sen­za ombra di dub­bio, cau­sa prin­ci­pa­le del calo demo­gra­fi­co è il feno­me­no del­la dena­ta­li­tà, che del resto mostra il suo vol­to già da parec­chi decen­ni: dal 1993 in Ita­lia ci sono sta­ti più mor­ti che nuo­vi nati (tran­ne nel 2004 e nel 2006). Inol­tre, dal 2008 le nasci­te sono dimi­nui­te di 176.410 uni­tà (-30,6%) e il 2022 non ha cer­to cam­bia­to rot­ta, tan­to che, secon­do i dati prov­vi­so­ri rife­ri­ti al perio­do gen­na­io-set­tem­bre, le nasci­te sono dimi­nui­te di 6 mila uni­tà rispet­to allo stes­so perio­do del 2021. 

Sia­mo nel pie­no (o for­se solo all’inizio?) di quel­lo che vie­ne chia­ma­to “inver­no demo­gra­fi­co”, un inver­no che ha tro­va­to ter­re­no fer­ti­le nel sen­so di pre­ca­rie­tà e incer­tez­za, acui­to dal­la pan­de­mia, che incom­be su di noi silen­zio­so, ma in modo tan­to strin­gen­te e assil­lan­te da influen­za­re i nostri com­por­ta­men­ti, le nostre scel­te e per­fi­no il gra­do di respon­sa­bi­li­tà che sia­mo dispo­sti ad assu­mer­ci, come, tra gli altri, quel­lo deter­mi­na­to dal­la nasci­ta di un figlio. 

Ora, lun­gi dal voler inda­ga­re le moti­va­zio­ni per­so­na­li e cer­ta­men­te legit­ti­me di chi non voglia ave­re figli, è inve­ce dove­ro­so quan­to neces­sa­rio far luce su quel­le che sono le moti­va­zio­ni di più ampio e gene­ra­le respi­ro che han­no con­tri­bui­to ad accen­tua­re que­sto sen­so di comu­ne incer­tez­za.

Innanzitutto oggi i giovani incontrano sempre più difficoltà a entrare nel mercato del lavoro e ad assicurarsi dei redditi accettabili o quantomeno sicuri; per le donne poi si aggiunge il rischio degli effetti di una possibile maternità.

Le lavo­ra­tri­ci auto­no­me infat­ti rischia­no di per­de­re clien­ti, men­tre quel­le dipen­den­ti han­no da teme­re di non veder­si rin­no­va­ti i con­trat­ti di lavo­ro a ter­mi­ne. E in tut­to que­sto, ad aiu­ta­re non è cer­to il mer­ca­to del­le abi­ta­zio­ni, dive­nu­to sem­pre di più dif­fi­ci­le acces­so, tan­to che la fascia d’età tra i 18 e i 35 anni ha una net­ta pro­pen­sio­ne all’affitto, che di cer­to non offre quel sen­so di sta­bi­li­tà dato da una casa di proprietà. 

Tenen­do pre­sen­te che oggi, più che nel pas­sa­to, fare un figlio costa, e non poco, vie­ne da chie­der­si se la geni­to­ria­li­tà non stia assu­men­do sem­pre più le sem­bian­ze di una scom­mes­sa, di un tuf­fo nell’ignoto, men­tre per i più bene­stan­ti – in con­tro­ten­den­za e ad equo bilan­cia­men­to – le sem­bian­ze di un pri­vi­le­gio.

For­se il gover­no, oltre che ero­ga­re asse­gni e bonus a soste­gno del­le fami­glie, dovreb­be inter­ve­ni­re e por­re mano, con rifor­me strut­tu­ra­li, su quel­la che è la cau­sa non solo del­la dena­ta­li­tà ma anche del­la cre­scen­te sfi­du­cia nel futu­ro: dovreb­be inter­ve­ni­re sul lavo­ro e pen­sa­re a del­le poli­ti­che che sia­no fun­zio­na­li al sup­por­to alla geni­to­ria­li­tà.

Questo è il punto essenziale: non solo agevolare le nascite, ma anche, e soprattutto, sostenere concretamente la scelta di fare figli. 

A que­sto pun­to, esa­mi­na­to il feno­me­no del­la dena­ta­li­tà e ciò che lo ali­men­ta, è pos­si­bi­le sof­fer­ma­re lo sguar­do altro­ve, per cer­ca­re di indi­vi­dua­re qua­li saran­no gli svi­lup­pi e le con­se­guen­ze del calo demo­gra­fi­co già in atto. La pri­ma doman­da che è neces­sa­rio por­si è la seguen­te: il crol­lo demo­gra­fi­co a cui andia­mo incon­tro è soste­ni­bi­le per l’Italia?

A una pri­ma ana­li­si la rispo­sta è no, non è soste­ni­bi­le, con­si­de­ran­do che, secon­do i dati Istat, il rap­por­to tra indi­vi­dui in età lavo­ra­ti­va (15–64 anni) e non (0–14 e 65 anni e più) pas­se­rà da cir­ca tre a due nel 2021 a cir­ca uno a uno nel 2050. Inol­tre, in Ita­lia il siste­ma pre­vi­den­zia­le si basa sul prin­ci­pio per cui la popo­la­zio­ne atti­va man­tie­ne quel­la inat­ti­va. Date que­ste pre­mes­se, dif­fi­cil­men­te si potreb­be pen­sa­re che nei pros­si­mi decen­ni la soste­ni­bi­li­tà del siste­ma pen­sio­ni­sti­co riu­sci­reb­be ad esse­re anco­ra garantita. 

Ma nono­stan­te la dena­ta­li­tà non sem­bri rice­ve­re altro che valu­ta­zio­ni nega­ti­ve, è pos­si­bi­le, e for­se più ragio­ne­vo­le, spo­sta­re la rifles­sio­ne su un altro pia­no. È pos­si­bi­le osser­va­re que­sto feno­me­no da una più ampia pro­spet­ti­va, andan­do ad abbrac­cia­re e inclu­de­re nel­la nostra tra­iet­to­ria visi­va tut­te quel­le varia­bi­li che potreb­be­ro ave­re un impat­to deci­si­vo sull’andamento demo­gra­fi­co del nostro Pae­se. Pri­ma fra tut­te l’immigrazione.

È ben noto come quel­lo dei flus­si migra­to­ri sia un tema sen­si­bi­le, un tema “cal­do” dal pun­to di vista poli­ti­co, un tema trop­po spes­so abu­sa­to per dare cre­di­to e strut­tu­ra ad affer­ma­zio­ni del­la pro­pria ideo­lo­gia e ban­die­ra poli­ti­ca. Ma nei mean­dri di que­ste dia­tri­be un dato cer­to c’è: visto il calo del­la popo­la­zio­ne atti­va che si avrà nel 2050, alcu­ni set­to­ri dell’industria fati­che­reb­be­ro a fun­zio­na­re in assen­za di un impor­tan­te flus­so migratorio. 

Solo oggi il lavo­ro dei cit­ta­di­ni stra­nie­ri in Ita­lia vale 134 miliar­di e inci­de per il 9 per cen­to sul pro­dot­to inter­no lor­do, secon­do il Rap­por­to annua­le 2021 sull’economia dell’immigrazione del­la Fon­da­zio­ne Leo­ne Mores­sa. L’immigrazione quin­di sarà, a det­ta di mol­ti, uno degli ele­men­ti sal­vi­fi­ci che ci pro­teg­ge­rà dal gelo di que­sto immi­nen­te inver­no demografico. 

Alla luce di tut­ti que­sti dati e di ciò che si pro­spet­ta all’orizzonte del­l’an­no 2050, si ren­de più che mai neces­sa­ria l’adozione di poli­ti­che che ten­ga­no con­to di tut­ti quei feno­me­ni che, in con­nes­sio­ne tra loro, con­cor­ro­no a influi­re sull’assetto demo­gra­fi­co del nostro Paese. 

Sono neces­sa­rie poli­ti­che vol­te a favo­ri­re e ren­de­re più soste­ni­bi­le la geni­to­ri­ta­li­tà; sono neces­sa­rie poli­ti­che vol­te a inve­sti­re sul­la for­ma­zio­ne dei gio­va­ni e a ren­de­re in qual­che modo più allet­tan­ti le oppor­tu­ni­tà lavo­ra­ti­ve offer­te dal nostro Pae­se. Sono poi neces­sa­rie, a pro­po­si­to di immi­gra­zio­ne, poli­ti­che vol­te a poten­zia­re i mec­ca­ni­smi di mat­ching tra doman­da e offer­ta di lavo­ro.

E tut­to que­sto richie­de, per la sua attua­zio­ne, un quan­ti­ta­ti­vo di mez­zi con­si­de­re­vo­li e, soprat­tut­to, un insie­me di sfor­zi coa­diu­va­ti dal­lo sguar­do lun­gi­mi­ran­te di chi sap­pia rile­va­re e sop­pe­sa­re i polie­dri­ci aspet­ti dell’andamento demo­gra­fi­co italiano. 

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Clara Molinari
Stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za, scri­vo per dare ascol­to ai miei pen­sie­ri e far­li dia­lo­ga­re con l’esterno. Cine­ma e let­tu­ra sono le mie fon­ti di emo­zio­ni e cono­scen­za; la curio­si­tà è ciò che lega il tutto.

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