Charlie Hebdo: la satira che continua a far infuriare

Quan­do si nomi­na il set­ti­ma­na­le sati­ri­co Char­lie Heb­do, la men­te è chia­ma­ta a ricor­da­re il tra­gi­co even­to che ha coin­vol­to la sede pari­gi­na: l’at­ten­ta­to ter­ro­ri­sti­co del 7 gen­na­io 2015, duran­te il qua­le 12 per­so­ne, tra gior­na­li­sti e dise­gna­to­ri, han­no per­so la vita. L’at­tac­co, riven­di­ca­to dal­la bran­ca yeme­ni­ta di Al Qae­da, ha por­ta­to con sé alcu­ni cam­bia­men­ti: in pri­mis la posi­zio­ne del­la sede, che ora è man­te­nu­ta segre­ta per ragio­ni di sicu­rez­za; altret­tan­ta segre­tez­za è riser­va­ta ai con­tat­ti di tut­ti i gior­na­li­sti, col­la­bo­ra­to­ri inclu­si. Ma ciò che non ha subì­to alcun muta­men­to è il carat­te­re irri­ve­ren­te e pro­vo­ca­to­rio del periodico. 

È Philippe Val, direttore del giornale dal 2004 al 2009, a farlo sapere: «Charlie Hebdo non è cambiato, ha continuato a portare avanti battaglie coraggiose come questa». 

L’ex diret­to­re si schie­ra così in favo­re del set­ti­ma­na­le che, nei gior­ni in cui la stra­ge vie­ne com­me­mo­ra­ta, ha pub­bli­ca­to un nume­ro spe­cia­le con cui ha atti­ra­to, di nuo­vo, le ire del mon­do isla­mi­co, spe­cial­men­te dei ver­ti­ci del pote­re iraniano. 

coper­ti­na del nume­ro spe­cia­le del 4 gen­na­io di Char­lie Heb­do

Lo spe­cia­le, risa­len­te al 4 gen­na­io 2023, è incen­tra­to sul­le pro­te­ste che scuo­to­no tut­t’o­ra il regi­me del­l’I­ran. Nel­l’edi­to­ria­le, dal tito­lo “Il dise­gno sati­ri­co, gui­da supre­ma del­la liber­tà”, il diret­to­re Lau­rent Sou­ris­seau (noto come ”Riss”) sot­to­li­nea la pre­sen­za di un lega­me che uni­sce, al di là del­la distan­za tem­po­ra­le che li sepa­ra, le rivol­te e l’at­ten­ta­to del 2015. «Chi rifiu­ta di sot­to­met­ter­si ai det­ta­mi del­le reli­gio­ni rischia di pagar­lo con la vita» è quan­to dice ”Riss”, sug­ge­ren­do tra le righe che le vit­ti­me del­l’at­ten­ta­to e i pro­te­stan­ti ira­nia­ni han­no qual­co­sa in comu­ne: il desi­de­rio, espres­so da entram­be le par­ti in modi e tem­pi dif­fe­ren­ti, di esse­re libe­ri nel­l’a­zio­ne e nel pen­sie­ro.

La col­le­ra del gover­no ira­nia­no è sor­ta non solo per­ché il set­ti­ma­na­le si è schie­ra­to a favo­re dei rivol­to­si, ma anche (se non soprat­tut­to) per le 25 vignet­te di cui è tap­pez­za­to lo spe­cia­le.  Agli occhi del mini­stro degli Este­ri, Hos­sein Amir-Abdol­la­hian, la pub­bli­ca­zio­ne del­le illu­stra­zio­ni è un’«azione offen­si­va e inde­cen­te con­tro l’au­to­ri­tà reli­gio­sa e poli­ti­ca del­la Repub­bli­ca isla­mi­ca», tal­men­te irri­spet­to­sa che «non rimar­rà sen­za risposta». 

 Le vignette non hanno incontrato l’approvazione del regime in quanto non sono altro che caricature dell’ayatollah Ali Khamenei, l’attuale Guida Suprema religiosa dell’Iran.

l’a­ya­tol­lah Ali Kha­me­nei (ANSA)

Le illu­stra­zio­ni sono frut­to di un con­cor­so che, nel dicem­bre 2022, Char­lie Heb­do ha rivol­to ai dise­gna­to­ri di tut­to il mon­do, in segno di soli­da­rie­tà con il popo­lo ira­nia­no; una sola con­di­zio­ne per poter­vi par­te­ci­pa­re: il lea­der reli­gio­so Kha­me­nei sareb­be dovu­to esse­re inclu­so nel­le vignet­te. Sono sta­ti così rea­liz­za­ti più di tre­cen­to dise­gni del­l’a­ya­tol­lah, emble­ma di un’op­pres­sio­ne ver­so cui Char­lie Heb­do si è sem­pre dimo­stra­to intol­le­ran­te, e tra essi solo ven­ti­cin­que han­no meri­ta­to la pub­bli­ca­zio­ne, gra­zie al diver­ti­men­to che susci­ta­no e i sin­go­la­ri aspet­ti gra­fi­ci che li con­trad­di­stin­guo­no. Pur­trop­po, la reda­zio­ne non ha solo rice­vu­to vignet­te, ma anche una note­vo­le quan­ti­tà di minac­ce da par­te dei soste­ni­to­ri del regi­me. Va anche det­to che Char­lie Heb­do è ormai avvez­zo a rea­zio­ni di tale por­ta­ta: risal­go­no infat­ti al 2006 le note cari­ca­tu­re di Mao­met­to, che ave­va­no sca­te­na­to minac­ce dal mon­do isla­mi­co e reso il perio­di­co ber­sa­glio dei ter­ro­ri­sti nel 2015. 

Se da una par­te le vignet­te inten­do­no deni­gra­re il regi­me ira­nia­no, dal­l’al­tra la volon­tà è di cele­bra­re colo­ro che, con la con­sa­pe­vo­lez­za che un solo urlo di dis­sen­so avreb­be potu­to con­dur­le a un pas­so dal­la mor­te, sono insor­te per pri­me: le don­ne. All’in­ter­no del­le vignet­te, sono immor­ta­la­te men­tre com­pio­no atti di pro­te­sta più o meno pla­tea­li: in alcu­ni casi si ”limi­ta­no” ad agi­ta­re in aria il pro­prio velo oppu­re, come acca­de nel dise­gno fir­ma­to ”Lp” (che detie­ne per dirit­to, insie­me a poche altre, il tito­lo di imma­gi­ne più irre­ve­ren­te), la pro­ta­go­ni­sta uri­na su un mul­lah (dot­to musulmano). 

Vignet­ta pub­bli­ca­ta nel nume­ro spe­cia­le di Char­lie Heb­do, fir­ma­ta da “LP

A dir la veri­tà non è la pri­ma vol­ta che il gover­no del­l’I­ran divie­ne vit­ti­ma del­la sati­ra; da diver­si anni è infat­ti al cen­tro del­le illu­stra­zio­ni del cele­bre vignet­ti­sta ira­nia­no Mana Neye­sta­ni, che sedi­ci anni fa si è allon­ta­na­to dal Pae­se, dopo aver pas­sa­to qual­che mese in car­ce­re per un dise­gno mal inter­pre­ta­to. Lo stes­so Neye­sta­ni ha rivol­to un com­men­to posi­ti­vo cir­ca l’at­ti­vi­tà sati­ri­ca di Char­lie Heb­do (tra le vignet­te pub­bli­ca­te nel­lo spe­cia­le, vi è una dedi­ca­ta al fra­tel­lo mag­gio­re Tou­ka); ha poi rive­la­to, riguar­do al rap­por­to del gover­no ira­nia­no con la sati­ra: «il regi­me non può accet­ta­re la sati­ra, per­ché rom­pe il con­cet­to di ‘san­ti­tà’ di cui ha biso­gno per mani­po­la­re le per­so­ne reli­gio­se e giu­sti­fi­ca­re la sua dit­ta­tu­ra». Il fumet­ti­sta, con una man­cia­ta di paro­le, ha così espo­sto un’os­ser­va­zio­ne sin­go­la­re: la sati­ra è in gra­do di far tre­ma­re le cer­tez­ze, anche quel­le di un gover­no interno. 

Arti­co­lo di Sah­ra Hocson

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