Festival di Sanremo, quando la narrazione cambia

Festival di Sanremo, quando la narrazione cambia

«Vede­re un fiu­me di per­so­ne dai 5 agli 80 anni che anda­va per stra­da ti fa capi­re che la con­di­vi­sio­ne del pub­bli­co è la for­za del Festi­val. La poten­za del­la gen­te dà for­za con­tro qual­sia­si polemica».

Que­sto è quan­to affer­ma­to da Ama­deus (pseu­do­ni­mo di Ame­deo Seba­stia­ni), con­dut­to­re per il quar­to anno con­se­cu­ti­vo del­lo sto­ri­co Festi­val di San­re­mo, duran­te la con­fe­ren­za stam­pa di chiu­su­ra. «Se mi man­da­no via me ne vado. Se chiun­que doves­se dir­mi che il mio man­da­to fini­sce qua, ne pren­de­rei atto con­ser­van­do 4 anni bel­lis­si­mi per tut­ta la mia vita, con il pia­ce­re di aver fat­to quel­lo che desi­de­ra­vo fare». E anco­ra: «[…] devo por­ta­re quel­lo che sen­to, biso­gna sba­glia­re con le pro­prie idee». 

Ma per­ché si è resa neces­sa­ria que­sta dife­sa, a fron­te di un Festi­val che ha sfon­da­to i record di ascol­ti dal­la pri­ma sera­ta – dopo la qua­le il diret­to­re Ste­fa­no Colet­ta ave­va par­la­to di un «dato straor­di­na­rio, che ha lascia­to sor­pre­si anche noi» – fino all’attesissima finale?

Non ci sono dubbi che la 73esima edizione del Festival sia stata, prima, durante e dopo la sua messa in onda, al centro di un animato dibattito tra le varie anime della politica italiana, dalla destra al centrosinistra.

A comin­cia­re dal con­te­sta­tis­si­mo video­mes­sag­gio del pre­si­den­te ucrai­no Zelen­sky, pro­gram­ma­to per la sera­ta fina­le, e ridot­to­si, in segui­to a pres­sio­ni con­giun­te (da quel­le del mini­stro Sal­vi­ni a quel­le dell’ex pre­mier Giu­sep­pe Con­te, da quel­le di Car­lo Calen­da a quel­le dell’ex 5stelle Ales­san­dro Di Bat­ti­sta), ad un bre­ve comu­ni­ca­to scrit­to, let­to dal­lo stes­so Ama­deus intor­no alle 2.13 del mat­ti­no (ne abbia­mo par­la­to qui).

A sot­to­li­nea­re che il Festi­val dovreb­be con­fi­gu­rar­si solo ed esclu­si­va­men­te qua­le mani­fe­sta­zio­ne musi­ca­le, sen­za inclu­de­re mes­sag­gi poli­ti­ci di sor­ta, anche la mini­stra del Turi­smo Danie­la San­tan­chè: «Da mini­stro voglio sal­va­re il Festi­val di San­re­mo se fos­se come deve esse­re il Festi­val del­la can­zo­ne ita­lia­na. Ci guar­da­no in mol­tis­si­mi Sta­ti, quin­di io non ne voglio par­la­re male ma qual­cu­no si deve fare un esa­me di coscien­za: che il Festi­val sia comu­ni­sta non è una novi­tà». E il mini­stro del­le Infra­strut­tu­re Sal­vi­ni aggiun­ge: «sicu­ra­men­te una rifles­sio­ne sul­la gestio­ne Rai nel suo com­ples­so andrà fatta». 

Nell’occhio del ciclo­ne l’ormai cele­bre Free sty­le del rap­per Fedez, bra­no dal con­te­nu­to pro­vo­ca­to­rio che chia­ma in cau­sa la clas­se diri­gen­te ita­lia­na, dal­la depu­ta­ta FdI Mad­da­le­na Mor­gan­te (che in Par­la­men­to ave­va con­te­sta­to la pre­sen­za di Rosa Che­mi­cal al Festi­val) alla mini­stra del­le Pari Oppor­tu­ni­tà e del­la Fami­glia Euge­nia Roc­cel­la, dichia­ra­ta­men­te anti­a­bor­ti­sta; fino al vice­mi­ni­stro del­le Infra­strut­tu­re Galeaz­zo Bigna­mi, noto per la foto in cui com­pa­re tra­ve­sti­to da nazi­sta. Foto che lo stes­so Fedez ha scel­to di strap­pa­re duran­te la diretta.

Seb­be­ne il Diret­to­re Colet­ta abbia sot­to­li­nea­to che «le ester­na­zio­ni poli­ti­che fan­no par­te del­la natu­ra di una ker­mes­se così impor­tan­te», ciò che è sta­to ancor più ampia­men­te ber­sa­glia­to è piut­to­sto una spe­ci­fi­ca espres­sio­ne cul­tu­ra­le che, come del resto lo stes­so Ama­deus pre­ci­sa, garan­ti­sce liber­tà agli artisti.

La con­fer­ma giun­ge con la cri­stal­li­na affer­ma­zio­ne di Gian­mar­co Maz­zi, sot­to­se­gre­ta­rio alla Cul­tu­ra e depu­ta­to di Fra­tel­li d’Italia, che dichia­ra: «Cam­bia­re i ver­ti­ci del­la Rai? Non dipen­de da me o sola­men­te da me ma pen­so che lo fare­mo. È giu­sto cam­bia­re la nar­ra­zio­ne del Pae­se». E pre­ci­sa: «Io non bana­liz­ze­rei par­lan­do di spoils system ma di model­li cul­tu­ra­li che cam­bia­no, quan­do una for­za poli­ti­ca che è anche espres­sio­ne di un’a­rea cul­tu­ra­le arri­va al gover­no del Pae­se per volon­tà dei cit­ta­di­ni può espri­me­re dei pro­pri diri­gen­ti che pro­se­gua­no un cam­mi­no facen­do una loro pro­po­sta. La tro­vo la cosa più natu­ra­le del mondo».

Ma proprio di spoils system si tratta: ossia della possibilità per il governo che entra in carica di sostituire determinati funzionari pubblici con persone più in linea con la propria ideologia politica.

Tale pos­si­bi­li­tà è sta­ta san­ci­ta in Ita­lia da una del­le leg­gi del­la Rifor­ma Bas­sa­ni­ni (1997–1999) e si appli­ca ai diri­gen­ti mini­ste­ria­li e alle agen­zie poste sot­to il con­trol­lo dei mini­ste­ri, come l’AIFA (Agen­zia ita­lia­na del far­ma­co) o appun­to la Rai. 

Socie­tà per azio­ni par­te­ci­pa­ta al 99,56% dal mini­ste­ro dell’Economia (e per il restan­te 0,44% dal­la SIAE), la Radio­te­le­vi­sio­ne ita­lia­na è dun­que ine­vi­ta­bil­men­te influen­za­ta dal­la poli­ti­ca: lo stes­so Con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne si com­po­ne di due mem­bri elet­ti dal­la Came­ra, due elet­ti dal Sena­to, due desi­gna­ti dal Con­si­glio dei mini­stri (su pro­po­sta del mini­stro dell’Economia) e solo uno elet­to dall’assemblea dei dipen­den­ti Rai. Dopo la rifor­ma del­la Rai del 1975 è sta­ta inol­tre isti­tui­ta la Com­mis­sio­ne par­la­men­ta­re per l’indirizzo gene­ra­le e la vigi­lan­za dei ser­vi­zi radio­te­le­vi­si­vi, con l’obiettivo di ren­de­re il ser­vi­zio espres­sio­ne di diver­se ten­den­ze poli­ti­che, socia­li e culturali.

Alla luce del­la con­cla­ma­ta pra­ti­ca del­lo spoils system è comun­que leci­to chie­der­si quan­to la garan­zia di «un’in­for­ma­zio­ne com­ple­ta e impar­zia­le» e di «aper­tu­ra alle diver­se opi­nio­ni» pos­sa real­men­te sus­si­ste­re. Per­ché se già risul­ta pro­ble­ma­ti­co il con­trol­lo, più o meno espli­ci­to, di alcu­ni dei prin­ci­pa­li cana­li di infor­ma­zio­ne da par­te del­lo Sta­to, ancor più gra­ve sareb­be che il gover­no (che con lo Sta­to non coin­ci­de) si arro­gas­se il dirit­to di cen­su­ra­re la liber­tà di opi­nio­ne e di espres­sio­ne, di ban­di­re tut­to ciò che fos­se in qual­che modo oppo­sto o anche solo estra­neo alla pro­pria ideo­lo­gia di riferimento. 

Ancor più in un con­te­sto in cui una reto­ri­ca dila­gan­te ten­de a pre­va­le­re sui fat­ti, e, per quan­to si pos­sa par­la­re di liber­tà di stam­pa (sep­pur in calo), risul­ta sem­pre più dif­fi­ci­le ope­ra­re una con­sa­pe­vo­le sele­zio­ne del­le noti­zie, rifug­gi­re il sen­sa­zio­na­li­smo e appli­ca­re uno spi­ri­to cri­ti­co che trop­po poco e trop­po di rado tro­va spa­zio nei per­cor­si di istru­zio­ne e for­ma­zio­ne. In dif­fi­col­tà di fron­te ad una mole di infor­ma­zio­ni in costan­te aumen­to, ci sen­tia­mo dire, sen­za ver­go­gna né esi­ta­zio­ni, che ora «la nar­ra­zio­ne deve cambiare».

Siamo quindi immersi in una narrazione? O lo saremo presto?

Chi dichia­ra la volon­tà di cam­bia­re tale nar­ra­zio­ne lo fa peral­tro in nome del­la neces­si­tà e del dirit­to del­la nuo­va clas­se diri­gen­te, cioè del­la fazio­ne vin­cen­te, di impor­re la pro­pria ege­mo­nia cul­tu­ra­le, in quan­to rap­pre­sen­tan­te di quel­la “mag­gio­ran­za” che con il pro­prio voto ne ha san­ci­to demo­cra­ti­ca­men­te l’ascesa poli­ti­ca; mag­gio­ran­za che avreb­be a pro­pria vol­ta il dirit­to di veder­si rap­pre­sen­ta­ta a pie­no, in ogni con­te­sto, com­pre­so quel­lo del­lo spet­ta­co­lo e dell’informazione. Ma tale posi­zio­ne pre­sen­ta due enor­mi problematiche.

In pri­mo luo­go, la coa­li­zio­ne di gover­no (l’attuale così come le pre­ce­den­ti) non rap­pre­sen­ta l’assoluta mag­gio­ran­za dei cit­ta­di­ni, a mag­gior ragio­ne a fron­te di un asten­sio­ni­smo in costan­te cre­sci­ta: solo il 63,9% degli aven­ti dirit­to ha pre­so par­te alle scor­se ele­zio­ni par­la­men­ta­ri del set­tem­bre 2022.

In secon­do luo­go, se anche il gover­no doves­se incar­na­re la mag­gio­ran­za o addi­rit­tu­ra la qua­si tota­li­tà del­la popo­la­zio­ne, non sareb­be comun­que giu­sti­fi­ca­bi­le la rimo­zio­ne del­la più pic­co­la sfu­ma­tu­ra cul­tu­ra­le e di pen­sie­ro, fos­se anche pro­pria di un sin­go­lo esse­re uma­no. Da rimuo­ve­re sareb­be­ro, piut­to­sto, gli orien­ta­men­ti discri­mi­na­to­ri di ogni gene­re (di cui trop­po spes­so la poli­ti­ca si fa latri­ce), in una Repub­bli­ca che dovreb­be fon­dar­si sul­la demo­cra­zia, sul­la liber­tà, sull’uguaglianza, sul­la tute­la dei dirit­ti di ognuno.

Per con­clu­de­re, for­se le nar­ra­zio­ni fan­no ine­vi­ta­bil­men­te par­te del­la nostra esi­sten­za: come osser­va lo sto­ri­co e scrit­to­re Yuval Noah Hara­ri l’essere uma­no è una crea­tu­ra nar­ran­te, che per soprav­vi­ve­re ha rac­con­ta­to e si è rac­con­ta­ta una mol­te­pli­ci­tà di sto­rie, alcu­ne dan­no­se, altre uti­li, tut­te più o meno false. 

È quan­do si ini­zia­no a nar­ra­re l’odio, l’intolleranza, che si apre la por­ta ad orro­ri inim­ma­gi­na­bi­li o che si era­no cre­du­ti, trop­po pre­sto, dimen­ti­ca­ti. Meglio, allo­ra, «sba­glia­re con le pro­prie idee».

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Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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