Inautentica autenticità. Dai brand agli influencer

Inautentica autenticità. Dai brand agli influencer

Lad­do­ve vige l’incertezza e l’insicurezza, in que­sto spa­zio e tem­po in cui la ridi­scus­sio­ne dei valo­ri fon­dan­ti e vita­li si fa inten­sa, ricer­chia­mo dispe­ra­ta­men­te qual­co­sa che ci par­li con voce fami­lia­re, qual­co­sa che, soven­te si sen­te dire, sia auten­ti­co. E tale requi­si­to vale per mol­te­pli­ci sfe­re: da quel­la dei nuo­vi lea­der d’opinione, gli influen­cer, a quel­la rela­ti­va ai mar­chi ed ai loro prodotti. 

Ciò si è reso ancor più pale­se nell’epoca segna­ta dal­la pan­de­mia: poi­ché incer­te o per la sen­sa­zio­ne d’essere in peri­co­lo, le per­so­ne opta­no per scel­te per­ce­pi­te come auten­ti­che. Per dir­la come Coco Cha­nel: hard times arou­se an instinc­ti­ve desi­re for authen­ti­ci­ty.

L’autenticità, prima che con il marketing ed il branding, ha a che fare con la psicologia. 

Stu­di dimo­stra­no sia cor­re­la­ta alla per­ce­zio­ne di sin­ce­ri­tà: abbia­mo biso­gno di accer­tar­ci che un pro­dot­to segua prin­ci­pi, rego­le e miri ad obiet­ti­vi con­for­mi ai nostri. Se sì, si è per­si­no dispo­sti a paga­re un prez­zo mag­gio­re, come nell’evidente caso dell’organico.

Eppu­re, nono­stan­te la fer­ven­te bra­ma dell’autenticità, que­sta risul­ta esse­re tan­to affa­sci­nan­te quan­to com­ples­sa, o comun­que per­lo­più tra­vi­sa­ta già nel­la sua essen­za: dibat­tu­to è, infat­ti, il suo stes­so signi­fi­ca­to. In linea gene­ra­le, impro­pria­men­te si uti­liz­za tale ter­mi­ne come vali­do sino­ni­mo di ori­gi­na­li­tà, real­tà, genui­ni­tà ed uni­ci­tà; inol­tre, si deno­ta come suo con­tra­rio la falsità. 

Una visio­ne più pre­ci­sa ed appro­pria­ta potreb­be esse­re quel­la di con­si­de­ra­re l’autenticità come un costrut­to mul­ti­di­men­sio­na­le, che impli­ca in manie­ra rile­van­te l’iconicità e l’indicalità di un dato ogget­to o sog­get­to. Inol­tre, un’accezione oli­sti­ca potreb­be favo­ri­re la com­pren­sio­ne più accu­ra­ta di tale lem­ma. Pro­po­sta da Nunes, Orda­ni­ni e Giam­ba­stia­ni è la valu­ta­zio­ne di auten­ti­ci­tà basa­ta su sei tipo­lo­gie di giu­di­zi affi­da­ti dal con­su­ma­to­re ad un deter­mi­na­to bene: accu­ra­tez­za, con­nes­sio­ne, inte­gri­tà, legit­ti­mi­tà, ori­gi­na­li­tà e competenza. 

Tuttavia, nel concreto, il consumatore, nel tentativo di rintracciare l’autenticità, ricerca esperienze memorabili, umane e sorprendentemente imperfette, giacché dall’imperfezione traspare realtà, unicità. 

Quel che non è repli­ca­bi­le, poi­ché si disco­sta dall’ideale del­la per­fe­zio­ne, ed anzi, pre­sen­ta trat­ti pecu­lia­ri ed imper­fet­ti, divie­ne di gra­di­men­to per una deter­mi­na­ta fascia di con­su­ma­to­ri. Spe­cial­men­te se gio­va­ni, difat­ti, i clien­ti esi­go­no che i brand di rife­ri­men­to sia­no auten­ti­ci e dimo­stri­no l’allineamento con i valo­ri fon­da­men­ta­li di cui que­sta cate­go­ria stes­sa si fa ormai spes­so pro­mo­tri­ce: la soste­ni­bi­li­tà, uno fra tutti. 

Allo stes­so modo, nei social, fan­no suc­ces­so que­gli influen­cer che san­no giun­ge­re all’attenzione ed al cuo­re dei fol­lo­wer attra­ver­so un’imma­gi­ne auten­ti­ca. Infat­ti, si sono suc­ce­du­ti sva­ria­ti trend che han­no esal­ta­to la real­tà: ad esem­pio, alcu­ni per­so­nag­gi influen­ti han­no mostra­to su Insta­gram il pro­prio cor­po, sen­za cela­re le imper­fe­zio­ni, qua­li la cel­lu­li­te, in tal con­te­sto non solo accet­ta­ta ma qua­si vene­ra­ta, poi­ché reale.

Inol­tre, mol­ti influen­cer ormai mira­no ad arri­va­re più diret­ta­men­te alla pro­pria audien­ce, mostran­do­si auten­ti­ca­men­te ad essa, ad esem­pio nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Appa­io­no più fami­lia­ri così facen­do, ed impat­ta­no mag­gior­men­te in chi li guar­da e vi si affe­zio­na pure.

Occorre tuttavia porsi un quesito: ciò che percepiamo come autentico, lo è davvero? 

Un caso curio­so che dimo­stra quan­to sia oppor­tu­no inter­ro­gar­si sull’autenticità dell’autenticità di un pro­dot­to è quel­lo di Kraft Foods: gli inge­gne­ri del­la com­pa­gnia han­no impie­ga­to più di due anni per col­lau­da­re un pro­ces­so che faces­se pare­re del­le fet­te di tac­chi­no come imper­fet­te affin­ché sem­bras­se­ro auten­ti­che, come fat­te in casa. L’imperfezione divie­ne un’arte, l’autenticità un’attenta costruzione. 

Anche l’autenticità soven­te auto­pro­cla­ma­ta dai pro­fi­li influen­ti sul­le reti socia­li, risul­ta un para­dos­so. Difat­ti, la loro comu­ni­ca­zio­ne spes­so si basa in manie­ra con­cla­ma­ta su una cura­tis­si­ma stra­te­gia di self-pre­sen­ta­tion. Anche il New York Times si è pre­oc­cu­pa­to di avver­ti­re sul­la scar­sa auten­ti­ci­tà ed anzi sul­le fro­di nel­le reti socia­li come l’acquisto di fal­si fol­lo­wer da par­te di un influen­cer. Inol­tre, le col­la­bo­ra­zio­ni, sem­pre più fre­quen­ti tra brand ed influen­cer ten­do­no a svi­li­re la per­ce­zio­ne di genui­ni­tà che si ha di que­sti ultimi. 

Inol­tre, la sem­pli­ce manie­ra in cui gli influen­cer arti­co­la­no la pro­pria per­so­na sul­le reti socia­li per appa­ri­re auten­ti­ci e vici­ni ai fol­lo­wer, risul­ta già come una stra­te­gia. Pre­de­ter­mi­na­no il loro esse­re rea­li, seguo­no tec­ni­che e costrui­sco­no modi per appa­ri­re autentici. 

Praticamente, un’inautentica autenticità.

Bro­wn ed i suoi col­le­ghi, già nel 2003, avver­ti­va­no che le per­so­ne cer­ca­va­no “l’autenticità in un mon­do di per sé inau­ten­ti­co”. Allo stes­so modo, Gil­mo­re e Pine con il loro libro Auten­ti­ci­tà spie­ga­no che l’imperativo per un busi­ness sia quel­lo di rap­pre­sen­ta­re que­sta qua­li­tà. Rap­pre­sen­ta­re, ben diver­so da esse­re auten­ti­ci, dall’incarnare l’essenza dell’autenticità.

Il van­tag­gio com­pe­ti­ti­vo di un busi­ness non pare dun­que esse­re l’effettiva auten­ti­ci­tà, quan­to la per­ce­zio­ne del con­su­ma­to­re di que­sta. Infat­ti, è abba­stan­za che una mer­ce pre­sen­ti un aspet­to che indu­ca il clien­te a defi­nir­la auten­ti­ca per acqui­star­la. Sono suf­fi­cien­ti, secon­do Boy­le, le giu­ste imper­fe­zio­ni e qual­che scrit­ta anti­qua­ta per con­qui­sta­re il consumatore. 

Secon­do Scan­del­la­ri, esse­re per­ce­pi­to auten­ti­co è inol­tre tan­to impor­tan­te quan­to esser­lo, poi­ché è fon­da­men­ta­le che l’audience rece­pi­sca il mes­sag­gio, la comu­ni­ca­zio­ne dell’essere auten­ti­co di un mar­chio. Chia­ve pare esse­re la per­ce­zio­ne più che l’autenticità stes­sa. Cer­to è che sin­ce­ra o meno, l’autenticità di un brand o di un per­so­nal brand è in gra­do di con­fe­ri­re un van­tag­gio com­pe­te­ti­vo e gui­da­re emo­zio­nal­men­te il con­su­ma­to­re per poi impat­ta­re sul­le sue preferenze.

Ad ogni modo, lun­gi dal soste­ne­re una pes­si­mi­sti­ca e disto­pi­ca visio­ne dell’attuale situa­zio­ne socio-eco­no­mi­ca, vi è del buo­no, anzi, for­se, dell’autentico. Cam­pa­gne come #gowi­th­the­flaw di Die­sel, le pata­ti­ne imper­fet­te di Dief­fen­bach, ed i microin­fluen­cer che nep­pu­re san­no di ave­re un impat­to nel­la loro nic­chia ristret­ta di fol­lo­wer ma agi­sco­no spu­do­ra­ta­men­te per pas­sio­ne. Auten­ti­ca­men­te auten­ti­ci o meno? Per por­la in manie­ra piran­del­lia­na, così è se vi pare.

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Gaia Martinelli
Gaia di nome e di fat­to – ma non sem­pre. 22 anni di tra­mon­ti, viag­gi e poe­sie. A trat­ti stu­dio anche cor­po­ra­te com­mu­ni­ca­tion pres­so la Sta­ta­le di Mila­no. Scri­vo di cose bel­le per­ché amo l’i­dea di dif­fon­de­re bellezza.

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