La Legge di Lidia Poët e le leggi della storia

Par­tia­mo col chia­ri­re ogni dub­bio: La leg­ge di Lidia Poët ci è pia­ciu­ta. Usci­ta su Net­flix lo scor­so 15 feb­bra­io, la serie è pro­dot­ta da Groen­lan­dia – casa di pro­du­zio­ne già nota agli esper­ti del set­to­re per le sue ambi­zio­ni inter­na­zio­na­li – e gira­ta da Leti­zia Lamar­ti­re e Mat­teo Rove­re (che ne ha impo­sta­to le ulti­me due puntate).

La Tori­no di fine Otto­cen­to in cui si svol­go­no gli even­ti è una cit­tà miste­rio­sa, dall’atmosfera goti­ca e minac­cio­sa. È una cit­tà viva, con un cuo­re pul­san­te e rivo­lu­zio­na­rio che solo la capi­ta­le di un regno appe­na uni­fi­ca­to può ave­re: i per­so­nag­gi che affian­ca­no i pro­ta­go­ni­sti pro­ven­go­no dal­le più sva­ria­te clas­si socia­li, sono con o con­tro il neo­na­to siste­ma e dipin­go­no un’Italia che è spes­so taciu­ta e dimen­ti­ca­ta, ma che è sen­za dub­bio esistita. 

Per tut­ti que­sti moti­vi è un pec­ca­to che pro­prio Lidia Poët (inter­pre­ta­ta da Matil­da De Ange­lis) sia sta­ta qua­si com­ple­ta­men­te riscrit­ta. L’avvocata Poët è dav­ve­ro esi­sti­ta, è sta­ta la pri­ma don­na iscrit­ta all’albo, ma pur­trop­po non è sta­ta la pri­ma avvo­ca­ta nel sen­so moder­no del termine: 

in pochi casi ha potuto esercitare la sua professione, e quando è stato permesso alle donne di essere riconosciute dall’albo come praticanti della giurisprudenza era ormai molto vecchia e non ne ha potuto godere a pieno. 

Poët pro­ve­ni­va dav­ve­ro da una fami­glia ric­ca, era sorel­la di un avvo­ca­to di cui ha con­di­vi­so la pas­sio­ne per la giu­ri­spru­den­za (nel­la serie, inter­pre­ta­to da Pier Lui­gi Pasi­no). Gode­va di gran­de sup­por­to da par­te del­la fami­glia, tant’è che non si spo­sò mai, ma rima­se per tut­ta la vita nel­la sto­ri­ca casa di Pine­ro­lo insie­me al fra­tel­lo. Entram­bi sono ricor­da­ti dai paren­ti come stu­dio­si lavo­ra­to­ri che han­no dedi­ca­to le loro vite alla pro­fes­sio­ne e allo stu­dio del­la giu­ri­spru­den­za, ben diver­si dun­que dai due per­so­nag­gi che vedia­mo su Netflix. 

Soprat­tut­to, Poët era dav­ve­ro una don­na “avven­tu­ro­sa”, come la ricor­da la pro­ni­po­te Mari­le­na Jahier nell’intervista rila­scia­ta a La Stam­pa. La pos­si­bi­li­tà di stu­dia­re le era sta­ta con­ces­sa non solo gra­zie alla posi­zio­ne illu­stre del­la fami­glia, ma anche gra­zie ad un tas­sel­lo dell’identità del­la fami­glia Poët che è sta­to tra­la­scia­to com­ple­ta­men­te dal­la rap­pre­sen­ta­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca: l’appartenenza alla fede val­de­se.
Fer­ven­ti soste­ni­to­ri dell’istruzione come mez­zo per eman­ci­par­si, i val­de­si era­no soli­ti man­da­re i figli in Sviz­ze­ra per impa­ra­re altre lin­gue e dare gran­de impor­tan­za agli stu­di uni­ver­si­ta­ri. Seguen­do l’esempio del fra­tel­lo, Lidia si iscris­se a giu­ri­spru­den­za all’età di 28 anni, nel 1878, e si lau­reò con una tesi inti­to­la­ta Stu­dio sul­la con­di­zio­ne del­la don­na rispet­to al dirit­to costi­tu­zio­na­le ed al dirit­to ammi­ni­stra­ti­vo nel­le ele­zio­ni

Come scrit­to da Ila­ria Ian­nuz­zi e Pasqua­le Tam­ma­ro all’interno del loro volu­me Lidia Poët. La pri­ma avvo­ca­ta (che abbia­mo recen­si­to qui), Lidia

con una mas­sic­cia dose di sen­so pra­ti­co, [nel­la tesi] affer­ma­va che le ragio­ni del­la con­di­zio­ne di subal­ter­ni­tà del­la don­na, più che nel­la chi­mi­ca, era­no da ricer­ca­re nel­l’e­du­ca­zio­ne. E per il pro­ces­so e l’ar­mo­nia del­la socie­tà, auspi­ca­va che final­men­te venis­se­ro rico­no­sciu­ti ugua­li a tut­ti, don­ne e uomini.

Otten­ne la lau­rea a pie­ni voti e ovvia­men­te la noti­zia appa­rì su tut­ti i gior­na­li fin da subi­to: Ian­nuz­zi e Tam­ma­ro ripor­ta­no scor­ci degli arti­co­li appar­si su testa­te come il Cor­rie­re del­la Sera e la Gaz­zet­ta di Mon­do­vì, donan­do al let­to­re fin da subi­to un qua­dro ben chia­ro di Lidia Poët, ben diver­so da quel­lo di “sorel­la paz­za”. Ci ha fat­to sor­ri­de­re infat­ti il per­so­nag­gio di Jaco­po Bar­be­ris (Eduar­do Scar­pet­ta), lo scrit­to­re del­la Gaz­zet­ta che pub­bli­ca un arti­co­lo a soste­gno del­la pro­ta­go­ni­sta, per­ché sem­bra esse­re sta­to uno di quei casi in cui a for­za di inven­ta­re ci si avvi­ci­na invo­lon­ta­ria­men­te al vero. 

Svol­ti i due anni di pra­ti­ca pres­so l’ufficio di Cesa­re Ber­tea (una per­so­na­li­tà pub­bli­ca nota e sti­ma­ta, Depu­ta­to alla Came­ra e futu­ro Sena­to­re del Regno), Poët si pre­sen­tò a Tori­no a metà mag­gio del 1883 per svol­ge­re l’esame per l’iscrizione all’albo degli avvo­ca­ti. Supe­rò anch’esso a pie­ni voti e pro­ce­det­te dun­que a pre­sen­ta­re doman­da per iscri­ver­si all’albo degli avvo­ca­ti di Tori­no: ci fu una discus­sio­ne che si pro­tras­se per gior­ni e che deri­vò nel­la sua iscri­zio­ne e nel­la ras­se­gna del­le dimis­sio­ni di alcu­ni mem­bri del Consiglio.

La fama di Poët non fece che aumen­ta­re: alle voci più impor­tan­ti del­la stam­pa ita­lia­na se ne uni­ro­no nume­ro­se pro­ve­nien­ti dall’estero (Englishwoman’s Review, The Union Signal, Demorest’s Mon­thly Maga­zi­ne). Nell’agosto del­lo stes­so anno il sosti­tu­to Pro­cu­ra­to­re del Re, Giu­sep­pe Magen­ta, pre­sen­tò ricor­so alla Cor­te d’appello di Tori­no, la neoav­vo­ca­ta pre­sen­tò un con­tro­ri­cor­so (scrit­to di suo pugno) e si pre­pa­rò ad affron­ta­re la cau­sa. Il 14 novem­bre la sen­ten­za del­la Cor­te decre­tò che: 

L’av­vo­che­ria [era] un uffi­cio eser­ci­bi­le sol­tan­to dai maschi e nel qua­le non dove­va­no immi­schiar­si le femmine. 

Anche a que­sta deci­sio­ne ven­ne fat­to ricor­so e sem­pre gra­zie all’incredibilmente com­ple­ta ricer­ca di Ian­nuz­zi e Tam­ma­ro è anche pos­si­bi­le leg­ge­re un’intervista che il Cor­rie­re del­la Sera ha pub­bli­ca­to, in cui emer­ge un’immagine chia­ra di Poët come di una don­na inten­zio­na­ta a lot­ta­re per la sua cau­sa e per il futu­ro di tut­te le altre don­ne come lei. La cau­sa di Poët rima­se aper­ta fino ai pri­mi anni del Nove­cen­to, ren­den­do­la una del­le per­so­na­li­tà più note del pae­se, soprat­tut­to all’estero.

Ormai nota ovun­que fre­quen­tò le per­so­na­li­tà e gli scrit­to­ri più famo­si di quel tem­po. A Pari­gi conob­be Paul Ver­lain, Vic­tor Hugo e Guy de Mau­pas­sant e si con­qui­stò pure la sti­ma del Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Félix Fau­re. Per anni intrat­ten­ne una cor­ri­spon­den­za inti­ma con l’or­mai anzia­no Edmon­do De Ami­cis e gode­va anche del­la con­si­de­ra­zio­ne del pri­mo mini­stro gre­co Eleu­the­rios Veni­ze­los. Non si spo­sò mai e non ebbe figli, ma seguir­la in tut­ti i suoi viag­gi era la nipo­te pre­di­let­ta, Anna Rostan.”

Per tut­ta la vita, Poët si dedi­cò alla lot­ta per il suf­fra­gio uni­ver­sa­le e pre­stò anche ser­vi­zio alla Cro­ce Ros­sa duran­te la Pri­ma Guer­ra Mondiale. 

Insom­ma, tut­to que­sto per por­re una sola domanda: 

era necessario lo stravolgimento della sua persona per creare una rappresentazione originale e moderna? Non erano forse moderne le sue battaglie? Non erano interessanti le relazioni che aveva effettivamente conquistato nella sua vita? 

A chi con­tro­bat­te che l’importante è veder final­men­te al cen­tro del dibat­ti­to una figu­ra altri­men­ti dimen­ti­ca­ta, si rispon­de facil­men­te: il gio­co del pas­sa­pa­ro­la è un gio­co peri­co­lo­so. Le fon­ti ora­li che alle ele­men­ta­ri ci ven­go­no inse­gna­te come frot­to­le di poco con­to non sono solo una pecu­lia­ri­tà di Ero­do­to e dei Fra­tel­li Grimm, ma un rischio nel qua­le incor­ria­mo sem­pre. Il mestie­re del crea­to­re di cul­tu­ra – inte­sa come pro­dot­to di ogni tipo, dal libro, al film, alla can­zo­ne – com­pren­de sì una dose di arte e crea­ti­vi­tà, ma anche una dose di respon­sa­bi­li­tà che stia­mo sor­vo­lan­do trop­po spes­so con superficialità. 

Se da un lato si ottie­ne più suc­ces­so pub­bli­can­do La Can­zo­ne di Achil­le che non scri­ven­do un pam­phlet sul­la rea­le con­di­zio­ne degli uomi­ni gre­ci e la vacui­tà del­le eti­chet­te odier­ne in una socie­tà flui­da come quel­la del­le poleis, è pur vero che ad oggi pos­sia­mo gode­re di una for­tis­si­ma base cri­ti­ca e teo­ri­ca a riguar­do. La cono­scen­za rea­le non rischia dun­que di esse­re com­ple­ta­men­te sop­pian­ta­ta dai deli­ri di un’americana igno­ran­te, per­ché basta una sem­pli­ce ricer­ca su Goo­gle per far crol­la­re ogni castel­lo. Quan­do si trat­ta inve­ce di figu­re – chis­sà per­ché poi sem­pre don­ne – dimen­ti­ca­te e sen­za più la pos­si­bi­li­tà di ave­re voce in capi­to­lo sull’utilizzo del­la loro imma­gi­ne, il sag­gio arti­sti­co di un arti­sta o la mine­stra riscal­da­ta del mar­ke­ting socia­le di Net­flix pos­so­no cau­sa­re un gran­de danno.

Gio­ca­re con la sto­ria quan­do que­sta sto­ria è sta­ta da tem­po dimen­ti­ca­ta signi­fi­ca rischia­re di pla­sma­re le vite del­le per­so­ne secon­do i nostri moder­ni ed egoi­sti­ci como­di, signi­fi­ca stru­men­ta­liz­za­re le loro bat­ta­glie e accet­ta­re che ven­ga­no tra­man­da­te solo secon­do i nostri cano­ni. Stia­mo facen­do lo stes­so gio­co del­la cen­su­ra Medie­va­le, dei tra­dut­to­ri al Vati­ca­no che mani­po­la­no la flui­di­tà gre­ca per crea­re l’immagine di una don­na infe­rio­re e lo stes­so gio­co del­le don­ne chia­ma­te per nome per­ché tut­te sorel­le e cugi­ne del­la pri­ma premier. 

È un gio­co peri­co­lo­so anche quan­do poli­ti­ca­men­te cor­ret­to, anzi for­se di più, per­ché fat­to in que­sto modo imman­ca­bil­men­te ci piace. 

Il nostro moni­to è dun­que quel­lo di accom­pa­gna­re all’effimera sero­to­ni­na che deri­va del­la serie una ricer­ca in più su Goo­gle o una let­tu­ra in più, soprat­tut­to per chi maga­ri può vede­re in Lidia Poët una figu­ra a cui ispirarsi. 

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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