Da rileggere per la prima volta. Memoria di ragazza

Memo­ria, ricor­do. Sono que­ste le paro­le chia­ve per capi­re Annie Ernaux, vin­ci­tri­ce nel 2022 del pre­mio Nobel per la Let­te­ra­tu­ra «per il corag­gio e l’acutezza cli­ni­ca con cui sve­la le radi­ci, gli allon­ta­na­men­ti e i vin­co­li col­let­ti­vi del­la memo­ria personale».

Pro­prio la memo­ria per­so­na­le inqua­dra i suoi scrit­ti nel gene­re auto­bio­gra­fi­co, rifor­mu­la­to con un’originalità ed una capa­ci­tà intro­spet­ti­va che fan­no del­la sua sto­ria la sto­ria di tut­ti e di ognu­no: così che in lei finia­mo per ritro­va­re un fram­men­to di noi stes­si.

Con Mémoire de fille, Ernaux prende fiato e si tuffa in un passato doloroso di adolescente e ragazza, colta durante una fragile cesura della vita che trasforma e rivela, non senza dolore.

Con inquie­tu­di­ne, la scrit­tri­ce asse­con­da infi­ne la sua neces­si­tà di ritro­va­re quel­la gio­va­ne ormai «scom­par­sa dal­le coscien­ze degli altri, da tut­te quel­le coscien­ze imbri­glia­te tra loro in quel luo­go pre­ci­so dell’Orne, duran­te quell’estate pre­ci­sa […]». La neces­si­tà di rien­tra­re nei pro­pri vec­chi pan­ni, reim­mer­ger­si nei sen­si e nel­le emo­zio­ni di quel lon­ta­no 1958. 

Non è una deci­sio­ne pre­sa a cuor leg­ge­ro ma matu­ra­ta nel cor­so degli anni: per­ché a lun­go «ho volu­to dimen­ti­car­la anch’io, quel­la ragaz­za. Dimen­ti­car­la dav­ve­ro, ossia non ave­re più voglia di scri­ve­re di lei. Non pen­sa­re più di dover scri­ve­re di lei, del suo desi­de­rio, del­la sua fol­lia, del­la sua idio­zia e del suo orgo­glio, del­la sua fame e del suo san­gue pro­sciu­ga­to. Non ci sono mai riu­sci­ta. Nel mio dia­rio sem­pre fra­si, allu­sio­ni a “la ragaz­za di S”, “la ragaz­za del ‘58”. Sono vent’anni che anno­to “58” nei miei pro­get­ti di libri. È il testo man­can­te, sem­pre riman­da­to. Il buco inqua­li­fi­ca­bi­le». E così, riec­co quell’estate del 1958, l’estate dei 18 anni, del pri­mo allon­ta­na­men­to dal nido del­la casa, dal­la cura dol­ce ma esa­spe­ran­te dei genitori. 

Con i suoi occhia­li spes­si, l’aria stu­dio­sa e pic­co­lo bor­ghe­se, attra­ver­sa sola la soglia del­la colo­nia esti­va in cui svol­ge­rà il ruo­lo di edu­ca­tri­ce e, ne è sicu­ra, muo­ve­rà i pri­mi pas­si ver­so la ragaz­za cre­sciu­ta ed indi­pen­den­te che già qua­si è, che tra un atti­mo sarà. 

Ha ragione, sarà davvero un taglio netto, uno stravolgimento: ma dall’altra parte nessuna identità certa l’attende, nessuna Sé dai contorni definiti, dalle solide radici. 

Tan­te vol­te ci si per­de e ci si ritro­va, nel­la vita: ma for­se mai con la stes­sa inten­si­tà e lo stes­so sgo­men­to del­la gio­vi­nez­za, quan­do l’infanzia si sgre­to­la alle nostre spal­le e la sete di futu­ro, di costru­zio­ne atti­va, non tro­va sol­lie­vo. Annie s’innamora (ma è vero amo­re?), si lan­cia a capo­fit­to in un mon­do nuo­vo, gio­va­ne, chiu­so entro i con­fi­ni del­la colo­nia, dove ogni sre­go­la­tez­za e vio­la­zio­ne del­le nor­me fami­lia­ri pare pos­si­bi­le ed invitante.

Poi, d’un trat­to, si vede con gli occhi degli altri: da «ragaz­za vizia­ta dai geni­to­ri, stu­den­tes­sa bril­lan­te» si ritro­va «ogget­to di scher­no e di disprez­zo». Quan­do fa ritor­no non è più la stes­sa: ha sco­per­to i con­fi­ni del pro­prio cor­po, i limi­ti dell’ideale che le riem­pi­va la testa. Con­ti­nua a sogna­re ma c’è un vuo­to che non si col­ma. Imma­gi­na una nuo­va esta­te, il ritor­no nel­la colo­nia; ma chi è la ragaz­za del­la colo­nia? Qua­le col­lan­te può ricom­por­re la Annie del pas­sa­to e dei geni­to­ri, la Annie stu­den­tes­sa, la Annie del futu­ro cui ane­la aderire?

Come con­ci­lia­re la «feli­ci­tà del grup­po», la volon­tà di «con­ti­nua­re ad esse­re una di loro» e di appar­te­ne­re a qual­co­sa o a qual­cu­no, con il prez­zo dell’«umi­lia­zio­ne»? Annie ripren­de gli stu­di ma non ritro­va la sua stra­da, non sa più quel­lo che vuo­le e che può: il suo desti­no è dav­ve­ro quel­lo di ele­var­si, tra­mi­te la cul­tu­ra, al di sopra del­la sua clas­se socia­le, del­le sue ori­gi­ni? Improv­vi­sa­men­te «stu­dia­re non rap­pre­sen­ta più la feli­ci­tà spe­ra­ta», le ambi­zio­ni deca­do­no, ceden­do al «futu­ro che la socie­tà e il Mini­ste­ro […] han­no pre­pa­ra­to per i figli dota­ti dei con­ta­di­ni, degli ope­rai e degli osti». 

Come una scul­tri­ce, con la pura fran­chez­za che fa del­la sua scrit­tu­ra un’esperienza sen­za egua­li, Ernaux lavo­ra la mate­ria roz­za e incon­si­sten­te del ricor­do con paro­le affi­la­te, sen­za edul­co­ra­re ciò che deve esse­re resti­tui­to così com’è sta­to vis­su­to, per­si­no con crudezza.

Recu­pe­ra vec­chie foto, cer­ca di ritro­va­re il pen­sie­ro e il sen­ti­re del­la sé di un tem­po in que­gli occhi mio­pi, in quel­le pose a vol­te stu­dia­te con cui la bam­bi­na cer­ca di diven­ta­re don­na. Inse­gue quel­la “ragaz­za del ‘58” nel­le set­ti­ma­ne, nei mesi che seguo­no, nel gor­go che la ingo­ia e la can­cel­la alla pro­pria stes­sa coscien­za. La bat­ta­glia che Annie ha intra­pre­so con­tro se stes­sa si tra­du­ce in una lot­ta segre­ta con il cibo, vis­su­ta come una per­ver­sio­ne, una col­pa, sen­za le paro­le per spie­ga­re, anche a se stes­sa, l’«infernale cir­co­lo vizio­so». Si ver­go­gna di quel «san­gue pro­sciu­ga­to» che tra­du­ce, con la sua assen­za, la per­di­ta del sé, la gla­cia­zio­ne che all’improvviso fer­ma il suo tem­po inte­rio­re men­tre tutt’intorno il mon­do corre. 

Poi arri­va il momen­to del­lo strap­po, del­le pro­mes­se infran­te: con­sa­pe­vo­le di aver intra­pre­so una stra­da che por­ta ad un vico­lo cie­co, sep­pur a rischio di delu­de­re le spe­ran­ze pater­ne, Annie par­te per l’Inghil­ter­ra come ragaz­za alla pari, con la com­pli­ci­tà di un’amica con cui con­di­vi­de espe­rien­ze e follie.

Chi è Annie? Chi sarà? La cre­sci­ta, il cam­bia­men­to con le sue sedu­zio­ni ed i suoi ter­ro­ri, sono i veri pro­ta­go­ni­sti di un roman­zo che non vuo­le cela­re nul­la né tace­re le pie­ghe nasco­ste di un ani­mo e di una vita. «Il tem­po davan­ti a me si accor­cia. Ci dovrà esse­re un ulti­mo libro, come c’è un ulti­mo aman­te, un’ultima pri­ma­ve­ra, ma nes­sun segna­le per saper­lo pri­ma. L’idea che potrei mori­re sen­za aver scrit­to di colei che pre­sto ho pre­so a chia­ma­re “la ragaz­za del ‘58” mi osses­sio­na. Un gior­no non ci sarà più nes­su­no per ricor­dar­se­ne. Ciò che è sta­to vis­su­to da quel­la ragaz­za, e da nessun’altra, reste­rà inspie­ga­to, vis­su­to inva­no».

Sal­va­re i fram­men­ti, gli istan­ti, i vol­ti disper­si e can­cel­la­ti, il tem­po che è sta­to e non sarà più. Sal­va­re il pro­prio vis­su­to uma­no, uni­co ed insie­me col­let­ti­vo, lascia­re una trac­cia non per vani­tà, per desi­de­rio di glo­ria o di esi­bi­zio­ne, ma per evi­ta­re un intol­le­ra­bi­le spre­co di espe­rien­za. E for­se anche per non lasciar pre­ci­pi­ta­re le pro­prie mol­te­pli­ci iden­ti­tà nel buco nero del­la ver­go­gna, del non meritevole. 

Perché raccontarsi e raccontare può essere un antidoto e una risposta al silenzio dell’eternità.

Non è un caso che Annie ci accol­ga nel suo mon­do con una cita­zio­ne trat­ta dal­la scrit­tri­ce Rosa­mond Leh­mann: «Dopo tut­to non face­va poi tan­to male. Cer­ta­men­te non più di quan­to potes­se sop­por­ta­re in segre­to sen­za dar­lo a vede­re. Era sta­ta tut­ta espe­rien­za, vale a dire una cosa salu­ta­re. Ades­so si sareb­be potu­to scri­ve­re un libro […]»

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Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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