Moda gender fluid. Una conquista della gen Z?

Moda, fem­mi­ni­smo e patriar­ca­to sono più inter­con­nes­si di quan­to si pen­si: tut­to quel­lo che si indos­sa in una data epo­ca dice mol­to del­la socie­tà e del­le ten­sio­ni inter­ne ad essa. Se oggi pos­sia­mo anche attra­ver­so l’abbigliamento riven­di­ca­re la liber­tà di non sen­tir­ci inca­sel­la­ti in un gene­re, lo dob­bia­mo alle lot­te che ci sono sta­te nell’evoluzione del costu­me. Ini­zial­men­te soprat­tut­to da par­te del­le don­ne, la cui ribel­lio­ne al siste­ma patriar­ca­le ha coin­vol­to anche la moda.

Innanzitutto, capi unisex e moda gender fluid non sono sinonimi.

Per col­le­zio­ne uni­sex si inten­de un uni­co capo che può esse­re adat­ta­bi­le a un cor­po maschi­le o fem­mi­ni­le, men­tre la moda gen­der fluid impli­ca il rifiu­to del­la cate­go­riz­za­zio­ne bina­ria tra i due ses­si e la pos­si­bi­li­tà di espri­me­re se stes­si con il modo di vesti­re, a pre­scin­de­re dal gene­re bio­lo­gi­co di appartenenza.

La genderless fashion propone capi per ogni corpo e ogni genere, senza distinzioni: è una moda etica e inclusiva.

Con lo stra­ti­fi­car­si del­la socie­tà in gerar­chie, gli abi­ti sono sta­ti uno degli stru­men­ti uti­liz­za­ti per mostra­re la dif­fe­ren­zia­zio­ne tra le per­so­ne, assu­men­do la fun­zio­ne di indi­vi­dua­re sta­tus diver­si, più che i due generi.

È con il Medioe­vo che ha ini­zia­to a far­si stra­da in modo più mar­ca­to la sepa­ra­zio­ne dell’abbigliamento tra uomo e don­na, in coin­ci­den­za anche del­la spar­ti­zio­ne lavo­ra­ti­va secon­do cui l’uomo neces­si­ta­va di abi­ti como­di per il lavo­ro nei cam­pi, al con­tra­rio del­le don­ne, le qua­li però poi nel Rina­sci­men­to sono sta­te attac­ca­te da leg­gi riguar­dan­ti l’abbigliamento espli­ci­tan­do cosa fos­se deco­ro­so e cosa inap­pro­pria­to indossare. 

Un sim­bo­lo di que­sta oppres­sio­ne è per esem­pio il cor­set­to, fun­zio­na­le a ren­de­re le don­ne immo­bi­li e pas­si­ve pro­vo­can­do defor­mi­tà del­le costo­le, dan­ni agli orga­ni inter­ni e sve­ni­men­ti a cau­sa del­le stec­che in osso di bale­na che cir­con­da­va­no la vita. 

Dal diciannovesimo secolo vediamo una serie di cambiamenti che hanno portato veri e propri spartiacque non solo nel mondo nella moda, ma nella società.

È con la desi­gner Ame­lia Bloo­mer che a metà del 1800 i pan­ta­lo­ni diven­ta­no abi­ti desi­de­ra­bi­li e adat­ti anche per le signo­re: con il pri­mo gior­na­le fem­mi­ni­le diret­to da una don­na, The Lily, Bloo­mer pro­po­se l’utilizzo da par­te del pub­bli­co fem­mi­ni­le di abi­ti meno restrit­ti­vi, por­tan­do poi alla nasci­ta dei bloo­mers, pan­ta­lo­ni mol­to lar­ghi e stret­ti alla cavi­glia, attac­ca­ti poi dall’opinione pub­bli­ca pro­prio per il fat­to di far indos­sa­re alle don­ne un capo maschi­le. Que­sta novi­tà, segui­ta poi anche dall’adozione fem­mi­ni­le di cami­cie o giac­che, è sta­ta fun­zio­na­le soprat­tut­to all’appro­pria­zio­ne di ruo­li socia­li pri­ma riser­va­ti agli uomi­ni, per esem­pio alcu­ni lavo­ri più pra­ti­ci o la pos­si­bi­li­tà di pra­ti­ca­re sport.

Altra rivo­lu­zio­ne è sta­ta negli anni 60–70 del ven­te­si­mo seco­lo l’invenzione da par­te di Mary Quant del­la mini­gon­na, sim­bo­lo del­la rivo­lu­zio­ne ses­sua­le che por­ta­va con sé una pre­sa di posi­zio­ne socia­le, cul­tu­ra­le e poli­ti­ca: non era solo la pos­si­bi­li­tà di indos­sa­re una gon­na più cor­ta, ma di dispor­re libe­ra­men­te del pro­prio cor­po e di esse­re con­si­de­ra­te al pari dei coe­ta­nei maschi­li sen­za una dif­fe­ren­zia­zio­ne sociale.

In questa battaglia non sono mancati anche i contribuiti da parte degli uomini, primo tra tutti Jean Paul Gaultier.

Egli è sta­to in gra­do di rom­pe­re con la tra­di­zio­ne e anda­re oltre i limi­ti del­le cate­go­riz­za­zio­ni di gene­re. Infran­gen­do ste­reo­ti­pi e bar­rie­re etni­che, cul­tu­ra­li e ses­sua­li, ha por­ta­to al supe­ra­men­to del bina­ri­smo di gene­re nel­la moda, soprat­tut­to attra­ver­so la sfi­la­ta primavera/estate 1985 Et Dieu Créa l’Hom­me (E Dio creò l’uo­mo): con un ribal­ta­men­to del con­cet­to clas­si­co di masco­li­ni­tà, si creò scal­po­re por­tan­do in pas­se­rel­la uomi­ni e don­ne con capi d’abbigliamento indi­stin­ti rispet­to alla nor­ma, quin­di si osser­va­ro­no le pri­me gon­ne da uomo, cap­pel­li da base­ball per le don­ne e vesti­ti over­si­ze o con stam­pe viva­ci per entram­bi. Innan­zi­tut­to tra­va­li­ca­re i con­fi­ni di gene­re dichia­ran­do un’identità flui­da signi­fi­ca non par­la­re di ses­so e del­la distin­zio­ne tra fem­mi­ni­li­tà e viri­li­tà, ma poter espri­mer­si sen­za dare eti­chet­te pre­ci­se acco­glien­do diver­se sfu­ma­tu­re nel­lo stile. 

Oggi due personaggi fondamentali che abbracciano questa moda senza seguire i vari cliché stilistici femminili e maschili sono Harry Styles e Timothée Chalamet. 

Il pri­mo riven­di­ca la pro­pria liber­tà di espres­sio­ne, addi­ta come ico­ne David Bowie ed Elton John, e affer­ma: «Se eli­mi­ni il con­cet­to di vesti­ti da uomo e da don­na, il tuo cam­po da gio­co si allar­ga. Come in ogni cosa, se alzi del­le bar­rie­re ti limi­ti da solo». Sim­bo­lo del­la bat­ta­glia con­tro la masco­li­ni­tà tos­si­ca, è appar­so più vol­te in pub­bli­co con gon­ne, gio­iel­li, abi­ti in piz­zo o pail­let­ta­ti: in occa­sio­ne del Met Gala 2019 per esem­pio è appar­so sul red car­pet con una tuta nera da don­na tra­spa­ren­te, orec­chi­ni di per­le e unghie lac­ca­te; in alcu­ni even­ti ha opta­to per tac­chi alti, o anco­ra è appar­so sul­la coper­ti­na di Vogue del dicem­bre 2020 con una micro giac­ca da smo­king e un vesti­to con cor­pet­to e bal­ze di pizzo.

Il can­tan­te Har­ry Sty­les su Vogue

Anche con Timo­théè Cha­la­met assi­stia­mo a un ribal­ta­men­to dell’immagine di masco­li­ni­tà: per esem­pio l’attore è appar­so sul red car­pet di Vene­zia con una tuta ros­so rubi­no di Hai­der Acker­mann che lascia­va la schie­na nuda crean­do un look sen­sua­le subi­to diven­ta­to vira­le, oppu­re a diver­si Met Gala e pre­mia­zio­ni ha sfog­gia­to giac­che por­ta­te sen­za cami­cia, cho­ker di per­le, cal­ze sopra i pan­ta­lo­ni e i nume­ro­si tail­leur a fantasia.

Abbiamo degli esempi anche in ambito italiano.

Pos­sia­mo cita­re per esem­pio Blan­co che sul pal­co di San­re­mo 2023 defi­ni­sce l’estetica gen­der­less con la cami­cia di piz­zo Valen­ti­no, i boxer bian­chi Cal­vin Klein e il cor­set­to Dolce& Gab­ba­na, ulte­rio­re pas­so in avan­ti per com­pren­de­re anche come que­sto capo seco­li fa era cate­go­riz­za­to come fem­mi­ni­le, men­tre oggi per­de la sua con­no­ta­zio­ne di genere.

Blan­co e Mah­mood ospi­ti a San­re­mo 2023

Ovvia­men­te si potreb­be­ro cita­re altre cen­ti­na­ia di per­so­nag­gi pub­bli­ci, don­ne e uomi­ni, che con­tri­bui­sco­no alla dif­fu­sio­ne del­la moda gen­der fluid, ma que­sto feno­me­no non rima­ne con­fi­na­to sui red car­pet o sul­le pas­se­rel­le del­le fashion week: un nume­ro cre­scen­te di con­su­ma­to­ri soprat­tut­to del­la Gen Z non acqui­sta più attra­ver­so cate­go­rie spe­ci­fi­che di gene­re, infat­ti, secon­do una ricer­ca ope­ra­ta dal­la socie­tà fin­tech Klar­na, cir­ca il 50% del­la Gen‑Z a livel­lo glo­ba­le ha acqui­sta­to moda al di fuo­ri del­la pro­pria iden­ti­tà di genere

Il tutto ha però degli ostacoli molto ampi.

Sui social spes­so scop­pia­no pole­mi­che con com­men­ti ses­suo­fo­bi­ci gri­dan­do da una par­te alla mes­sa in cri­si dell’immagine di ‘maschio alfa’ e dall’altra cri­ti­can­do la poca fem­mi­ni­li­tà da par­te del­le don­ne. Inol­tre nel 2015 in una cit­tà dell’Alabama era sta­to pro­po­sto di vie­ta­re la mini­gon­na e un sena­to­re del­lo sta­to del Kan­sas vie­tò, sem­pre nel­lo stes­so anno, l’utilizzo del capo da par­te del­le don­ne che lavo­ra­va­no con lui. Sono que­sti gli epi­so­di che dimo­stra­no come anco­ra oggi i codi­ci di abbi­glia­men­to fem­mi­ni­li sia­no tutt’altro che libe­ri e la moda gen­der fluid ha anco­ra dif­fi­col­tà da superare. 

Nono­stan­te ciò, come indos­sa­re i pan­ta­lo­ni fece la rivo­lu­zio­ne per le don­ne mol­ti anni fa, ora gli oriz­zon­ti si devo­no allar­ga­re ulte­rior­men­te per­met­ten­do a un uomo di mostrar­si con un abi­to plis­set­ta­to sen­za eti­chet­te o critiche.

Con­di­vi­di:
Michela De Marchi
Stu­den­tes­sa di Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne che aspi­ra a diven­ta­re una gior­na­li­sta. Sono mol­to ambi­zio­sa e ten­do a dare il meglio di me in ogni situa­zio­ne. Dan­za, libri e viag­gi sono solo alcu­ne del­le cose che mi caratterizzano.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.