Non più solo parole: dallo storytelling allo storydoing

Non sono più solo parole: dallo storytelling allo storydoing

                                               “We are all sto­ries, in the end”

Sia­mo tut­ti sto­rie alla fine, così, anche i brand. Sol­tan­to che non vale più sem­pli­ce­men­te rac­con­ta­re; i discor­si, cer­to, han­no un peso, ma ciò che è deter­mi­nan­te è l’azione effet­ti­va con­se­guen­te. Un po’ come quan­do in una cop­pia “non con­ta­no le paro­le, ma i fat­ti”, i mar­chi sono chia­ma­ti a rispet­ta­re quan­to pro­cla­ma­to dal loro sto­ry­tel­ling, attra­ver­so, appun­to, lo sto­ry­doing. Quest’ultimo è infat­ti uno dei più recen­ti trend inter­cet­ta­ti, ad esem­pio da Ever­com nel 2019, desti­na­to a rico­pri­re un ruo­lo cru­cia­le per il suc­ces­so di un’impresa.

l’Harvard Business Review riporta che le “storydoing companies are growing faster then their storytelling counterparts in revenue and share price”. 

Dun­que, è fon­da­men­ta­le che la nar­ra­zio­ne sia segui­ta da un’attua­zio­ne effet­ti­va. Infat­ti, lo sto­ry­doing non esclu­de affat­to lo sto­ry­tel­ling, rap­pre­sen­ta sem­mai una sua evo­lu­zio­ne: non sono più solo paro­le, ma azio­ni concrete. 

Più pre­ci­sa­men­te lo sto­ry­doing si rife­ri­sce alla comu­ni­ca­zio­ne dell’operato del brand in gra­do di coin­vol­ge­re ed appas­sio­na­re i con­su­ma­to­ri in tali atti­vi­tà al fine di gene­ra­re un’inte­ra­zio­ne frut­tuo­sa. L’impresa è quin­di chia­ma­ta a “vive­re atti­va­men­te la pro­pria sto­ria”, inte­gran­do­la nel­lo svol­gi­men­to rou­ti­na­rio del­le man­sio­ni. Pre­ci­sa David Natal nel­la “Con­fe­ren­cia Del Sto­ry­tel­ling al Sto­ry­doing” che lo sto­ry­doing è l’arte di crea­re sto­rie, non solo di rac­con­tar­le, che abbia­no un valo­re con­cre­to ed un impat­to effi­ca­ce nel­la socie­tà e nei singoli. 


Non risul­ta più suf­fi­cien­te per un brand cap­ta­re e col­pi­re il con­su­ma­to­re sfrut­tan­do il livel­lo emo­zio­na­le, come avve­ni­va pre­ce­den­te­men­te con del­le cam­pa­gne pub­bli­ci­ta­rie vol­te a dif­fon­de­re un mes­sag­gio, spes­so anche rile­van­te social­men­te, ma occor­re che il com­por­ta­men­to del­lo stes­so rispec­chi e si fac­cia por­ta­vo­ce di deter­mi­na­ti cre­do dif­fu­si ed urgen­ze comuni. 


Metastory is a story that is told through action. It is not a story that you say, it’s a story that you do. Every individual has one. And every company has one, too”. Si tratta, quindi, di fare la storia. 


La sto­ria par­te dall’inter­no: per esse­re vin­cen­ti le impre­se dovreb­be­ro difat­ti sia assi­cu­rar­si che gli inte­res­si dei suoi impie­ga­ti sia­no alli­nea­ti ai loro sia dimo­strar­si in gra­do di ispi­ra­re il pro­prio capi­ta­le uma­no. In effet­ti, quan­do i lavo­ra­to­ri inter­ni ad una com­pa­gnia sono par­te del­la sto­ria, com­pren­do­no e con­di­vi­do­no la mis­sion e l’essenza di que­sto rac­con­to, paio­no esse­re più pro­dot­ti­vi e par­te­ci­pi. Sono infat­ti i guar­dia­ni del­la sto­ria oltre che i pri­mi fan ed evan­ge­li­sti.
Non solo, i busi­ness di suc­ces­so rie­sco­no a far par­la­re di loro este­rior­men­te e le loro sto­rie sono dun­que nar­ra­te anche da ter­zi. Così, alle loro azio­ni par­te­ci­pa­no anche i clien­ti, suc­ce­do­no anche al di fuo­ri del­le stes­se e diven­go­no anche “custo­mer sto­ries”.

Secon­do l’Harward Busi­ness Review esi­sto­no 6 carat­te­ri­sti­che cru­ciali che con­trad­di­stin­guo­no “suc­ces­sful sto­ry­doing com­pa­nies”: han­no una sto­ria; la loro sto­ria riguar­da l’ambizione di ren­de­re il mon­do o la vita del­le per­so­ne miglio­re; la loro sto­ria è com­pre­sa e d’interesse per la seior lea­der­ship al di fuo­ri del mar­ke­ting; la loro sto­ria vie­ne uti­liz­za­ta per gui­da­re azio­ni tan­gi­bi­li nel­la com­pa­gnia come lo svi­lup­po dei pro­dot­ti, le cam­pa­gne di HR, lo sti­pen­dio e così via; que­ste azio­ni con­tri­bui­sco­no ad una coe­sio­ne com­ples­si­va; i con­su­ma­to­ri ed i part­ners sono moti­va­ti ad inte­ra­gi­re con la sto­ria e la uti­liz­za­no in manie­ra atti­va per por­ta­re avan­ti le pro­prie storie.

Elemento centrale è il fatto che il consumatore sia propenso a prendere parte alla storia, a farla sua, a condividerla con la sua cerchia, a parteciparvi e dunque a rafforzarla ed amplificarla. 

I busi­ness per rag­giun­ge­re un tale livel­lo di enga­ge­ment da par­te del pro­prio tar­get, ma anche ad ampio rag­gio da par­te dei cit­ta­di­ni, ed ancor più in gene­ra­le da par­te del­la socie­tà in cui ope­ra­no, dovran­no crea­re espe­rien­ze uti­li ed attraen­ti, for­ni­re nuo­vi pro­dot­ti, ser­vi­zi e stru­men­ti capa­ci di soste­ne­re la nar­ra­zio­ne che por­ta­no avan­ti.
Caso esem­pla­re di “brand sto­ry­doing” è TOMS shoes, com­pa­gnia che ha inci­ta­to le per­so­ne a con­clu­de­re un acqui­sto attra­ver­so la pro­mes­sa che la loro azio­ne con­tri­buis­se ad una cau­sa socia­le: aiu­ta­re chi si tro­va in una con­di­zio­ne più svan­tag­gio­sa. Infat­ti, la sto­ria costrui­ta dall’impresa è mon­dia­le, è civi­ca, è socia­le, è bel­la: per ogni scar­pa com­pra­ta da un clien­te ve ne è una dona­ta dal mar­chio ai più biso­gno­si che non pos­so­no pre­met­ter­se­la. Un ogget­to, comu­ne­men­te defi­ni­to acces­so­rio, è inve­ce fon­da­men­ta­le: deter­mi­na la salu­te di un esse­re uma­no. Pro­teg­ge la sua salu­te da tagli, infe­zio­ni e malat­tie. E’ requi­si­to man­da­to­rio per esse­re ammes­si all’interno del­le strut­tu­re edu­ca­ti­ve in varie nazio­ni, dun­que, è sino­ni­mo di acces­so all’educazione. Inol­tre, accom­pa­gna la per­so­na in ogni pas­so, dal pre­sen­te ver­so il futu­ro. Per­ciò TOMS shoes sostie­ne una cau­sa ine­ren­te non sol­tan­to alla pover­tà, ma anche alla salu­te, all’educazione, al futu­ro. Risve­glia la sen­si­bi­li­tà oltre che l’attenzione del clien­te e lo gui­da ver­so una scel­ta cari­ta­te­vo­le, one­sta, miglio­re. Desta la sua emo­zio­ne ma lo con­du­ce ver­so un com­por­ta­men­to che rav­vi­va il suo sen­so civi­le e la con­si­de­ra­zio­ne dell’altro, e così, del sé: favo­ri­sce il benes­se­re col­let­ti­vo.


Que­sto è il pote­re del­lo sto­ry­doing di suc­ces­so, di una sto­ria che vie­ne nar­ra­ta e costrui­ta da un’impresa e a cui il con­su­ma­to­re appo­ne un mat­ton­ci­no, con­tri­buen­do così a rin­for­za­re anche la casa in cui abi­ta e con­vi­vo­no gli altri: il mon­do, la socie­tà, l’intorno.

Si passa dall’engagement alla partecipazione attiva, coinvolta, vivida e cosciente del consumatore. 

Si va oltre il con­qui­sta­re il cuo­re del clien­te, si cac­cia la sua men­te. Si ispi­ra­no le per­so­ne a cono­sce­re l’operato del brand affin­ché anche loro pos­sa­no agi­re a riguar­do. Si pro­du­ce non sol­tan­to un bene o un ser­vi­zio, ma si costrui­sco­no le con­di­zio­ni per miglio­ra­re il pre­sen­te ed il futu­ro. Come scris­se Row­ling, “the­re is always a room for a sto­ry that can tra­sport peo­ple to ano­ther pla­ce”, e chis­sà che al di là di ipo­cri­sie e fal­si­tà, tat­ti­che mera­men­te eco­no­mi­che vela­te da inte­res­se socia­le, blac­k­wa­shing o gree­n­wa­shing, il mar­ke­ting dav­ve­ro non con­tri­bui­sca a ren­de­re il doma­ni un posto miglio­re. Basta for­se una sto­ria, non più fat­ta solo di paro­le, ma di atti con­cre­ti e con­vin­ti e spe­cial­men­te, la volon­tà di scri­ver­la insie­me.

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Gaia Martinelli
Gaia di nome e di fat­to – ma non sem­pre. 22 anni di tra­mon­ti, viag­gi e poe­sie. A trat­ti stu­dio anche cor­po­ra­te com­mu­ni­ca­tion pres­so la Sta­ta­le di Mila­no. Scri­vo di cose bel­le per­ché amo l’i­dea di dif­fon­de­re bellezza.

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