Oscar 2023: niente di nuovo sulla West Coast

Oscar 2023: niente di nuovo sulla West Coast

Nel­la not­te tra il 12 e il 13 mar­zo, in diret­ta dal Dol­by Thea­tre di Los Ange­les, si è svol­ta la 95esima edi­zio­ne degli Aca­de­my Awards, più comu­ne­men­te cono­sciu­ti come Oscar, con­dot­ta da Jim­my Kim­mel. Dal 1929, l’Aca­de­my of Motion Pic­tu­re Arts and Scien­ces, è inca­ri­ca­ta pri­ma di sele­zio­na­re le can­di­da­tu­re e poi di asse­gna­re i tan­to ambi­ti pre­mi Oscar. 

Fon­da­ta da tren­ta­sei mem­bri, tra cui atto­ri, regi­sti, sce­neg­gia­to­ri, tec­ni­ci e pro­dut­to­ri, ad oggi sono 6000 le per­so­na­li­tà del­lo spet­ta­co­lo che fan­no par­te dell’Academy, tra cui figu­ra­no anche alcu­ni ita­lia­ni, come Toni Ser­vil­lo, Car­lo Ver­do­ne, Pier­fran­ce­sco Favi­no, Fran­ce­sca Archi­bu­gi e Cri­sti­na Comencini. 

Oltre al giu­di­zio mera­men­te arti­sti­co sul­le ope­re can­di­da­te, gli Awards sono un even­to media­ti­co, basti pen­sa­re allo scor­so anno. Mol­te cri­ti­che inon­da­no ogni anno l’Academy, alcu­ne posi­ti­ve altre nega­ti­ve, par­ten­do già dal­le nomi­na­tions, segui­te a ruo­ta dal­le vit­to­rie. A vol­te, infat­ti, l’Academy è sta­ta defi­ni­ta poco ogget­ti­va, per quan­to i giu­di­zi pos­sa­no effet­ti­va­men­te esse­re del tut­to oggettivi. 

Come previsto, Everything Everywhere All at Once si aggiudica ben sette statuette sulle undici nominations ricevute, tra cui Miglior Film, Miglior Attrice protagonisti, Miglior Attore e Attrice non protagonisti, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura originale. 

La sto­ria comin­cia con una fami­glia immi­gra­ta dal­la Cina agli Sta­ti Uni­ti. Eve­lyn Quan (Michel­le Yeoh) e Way­mond Wang (Ke Huy Quan) sono i pro­prie­ta­ri di una lavan­de­ria e han­no una figlia gio­va­ne e ribel­le, Joy Wang (Ste­pha­nie Hsu). Davan­ti ai pic­co­li dram­mi del­la vita quo­ti­dia­na, come la dichia­ra­zio­ne dei red­di­ti e l’organizzazione di una festa a sor­pre­sa, il loro micro­co­smo sem­bra implo­de­re. Nel pie­no del caos, Way­mond sem­bra diven­ta­re un’altra per­so­na e rive­la ad Eve­lyn di esse­re arri­va­to da un altro uni­ver­so per pre­pa­rar­la a sal­va­re il mon­do da un peri­co­lo­so despo­ta. La tra­ma sem­bra per tut­to il cor­so del­la pel­li­co­la destreg­giar­si tra una comi­ca fan­ta­scien­za e il dram­ma, ma è impos­si­bi­le distrar­si e per­de­re il filo. Il fina­le lascia sen­za paro­le e por­ta un mes­sag­gio che ottie­ne sem­pre suc­ces­so: l’amore vero vin­ce su tut­to, in tut­ti gli uni­ver­si uma­na­men­te pos­si­bi­li. Le inter­pre­ta­zio­ni di Yeoh e Quan sono ecce­zio­na­li, ma spic­ca anche la gio­va­nis­si­ma Hsu che sa far pren­de­re vita al per­so­nag­gio più com­ples­so del film.

Con que­ste ulti­me pre­mia­zio­ni si con­fer­ma come film mol­to apprez­za­to da cri­ti­ca e pub­bli­co, diven­ta d’obbligo aggiun­ge­re con­si­de­ra­zio­ni sul­la sua rea­liz­za­zio­ne: il bud­get si è aggi­ra­to intor­no ai 14 — 25 milio­ni di dol­la­ri (pochi per un film di Hol­ly­wood) ed è sta­to gira­to in soli 38 gior­ni. Il tema era sta­to con­ce­pi­to intor­no al 2010 – ini­zial­men­te il pro­ta­go­ni­sta dove­va esse­re un uomo, ma non risul­ta­va con­vin­cen­te – così fino al 2018 (quan­do è sta­ta scel­ta per il ruo­lo Michel­le Yeoh) non sono ini­zia­ti i lavori. 

Nono­stan­te sia sta­to apprez­za­to sia dal pub­bli­co che dal­la cri­ti­ca qua­si all’unanimità, il film non è per­fet­to: il con­tra­sto tra la pro­fon­di­tà dei temi e la resa spes­so demen­zia­le, ma con ele­men­ti inter­pre­ta­bi­li nei due sen­si al con­tem­po per alcu­ni è sta­to for­za­to e poco cre­di­bi­le; la resa del mul­ti­ver­so è mol­to con­fu­sio­na­ria; l’epilogo ha toni esi­sten­zia­li e con­fron­ta visio­ni del mon­do nichi­li­ste e rela­ti­vi­ste, con ribal­ta­men­ti pro­spet­ti­ci e solu­zio­ni all’ap­pa­ren­te mani­chei­smo. I più atten­ti si sono inter­ro­ga­ti sui temi meno chia­ri: se gli uni­ver­si alter­na­ti­vi dipen­do­no da azio­ni o man­ca­te azio­ni di Eve­lyn, come si spie­ga­no gli uni­ver­si in cui gli uma­ni si sono evo­lu­ti diver­sa­men­te e in cui sua figlia ha un diver­so orien­ta­men­to ses­sua­le? Sep­pur coscien­te del­le pro­prie ver­sio­ni alter­na­ti­ve, Jobu Topa­ki è il nichi­li­smo per anto­no­ma­sia, dun­que, per­ché si sen­te così offe­sa dal­l’o­mo­fo­bia di Eve­lyn ver­so un’al­tra ver­sio­ne di sé? inol­tre mol­ti denun­cia­no una cer­ta ripe­ti­zio­ne nel film, sia in ciò che vuo­le dire sia in come lo dice, sfo­cian­do così in una par­te cen­tra­le ripe­ti­ti­va che, per il tipo di film che vuo­le esse­re, non si giu­sti­fi­ca molto.

Il vin­ci­to­re come Miglior Atto­re pro­ta­go­ni­sta è inve­ce Bren­dan Fra­ser con The Wha­le, che rac­con­ta la sto­ria dram­ma­ti­ca di un inse­gnan­te di ingle­se in con­di­zio­ni di estre­ma obe­si­tà. In segui­to ad un malo­re, Char­lie (Bren­dan Fra­ser) si rifiu­ta di far­si visi­ta­re, nono­stan­te i nume­ro­si avver­ti­men­ti di Liz (Hong Chau), l’amica infer­mie­ra, che non gli nega il rischio che nel­la sua situa­zio­ne cor­re a con­ti­nua­re a rifiu­ta­re le cure. Una pel­li­co­la mol­to emo­zio­nan­te, ma anche par­ti­co­lar­men­te for­te da reg­ge­re, che si potreb­be defi­ni­re inti­mi­sta. Fra­ser ha riti­ra­to il pre­mio pre­so dall’emozione ed ha appro­fit­ta­to del rin­gra­zia­men­to per ricor­da­re che la vit­to­ria rap­pre­sen­ta per lui anche la sod­di­sfa­zio­ne di esse­re riu­sci­to a tor­na­re a fare ciò che ama dopo anni di guer­ra con­tro la depres­sio­ne. Nono­stan­te non sia­no man­ca­te le pole­mi­che riguar­do al suo casting, Fra­ser ha dimo­stra­to di esse­re un gran­de professionista. 

Da sini­stra: Ke Huy Quan, Michel­le Yeoh, Bren­dan Fra­ser e Jamie Lee Curtis

Quat­tro vit­to­rie anche per il film Net­flix Nien­te di nuo­vo sul fron­te occi­den­ta­le, tra cui Miglior Film Inter­na­zio­na­le, rap­pre­sen­tan­te del­la Ger­ma­nia. Ter­zo adat­ta­men­to cine­ma­to­gra­fi­co del roman­zo omo­ni­mo di Erich Maria Remar­que, diret­to da Edward Ber­ger è ambien­ta­to duran­te la pri­ma guer­ra mon­dia­le e rac­con­ta di Paul Bäu­mer, gio­va­ne ragaz­zo che si arruo­la volon­ta­rio con alcu­ni suoi ami­ci dopo aver sen­ti­to un discor­so patriot­ti­co a scuo­la. La loro visio­ne idea­le del­la sto­ria ver­rà sem­pre più smon­ta­ta dal­la cru­del­tà dei fat­ti, lo spet­ta­to­re del­la pel­li­co­la sarà così costret­to a vede­re la disce­sa di un esse­re da ragaz­zo con obbiet­ti­vi e pro­get­ti a mac­chi­na ste­ri­le, disin­te­gra­ta da trop­pa morte.

Anche il regi­sta Guil­ler­mo del Toro ottie­ne la tan­to ambi­ta sta­tuet­ta con il suo Pinoc­chio, Miglior film d’animazione, che bat­te altre pel­li­co­le comun­que mol­to ama­te nel­la stes­sa cate­go­ria come Il Gat­to con gli Sti­va­li 2 Mar­cel The Shell.

I pre­mi tec­ni­ci inve­ce, come Miglio­ri Effet­ti Spe­cia­li e Miglior Sono­ro sono sta­ti asse­gna­ti rispet­ti­va­men­te ad Ava­tar. La via dell’acqua, un film che pun­ta tut­to pro­prio sul­la tec­ni­ca (incas­sa 9 nomi­na­tion su 9 ai VES Awards di feb­bra­io, spe­cie per le nuo­ve tec­ni­che di simu­la­zio­ne di acqua e onde, ma anche per la bar­rie­ra coral­li­na) e Top Gun: Mave­rick. A sor­pre­sa, non por­ta­no a casa nes­su­na sta­tuet­ta Elvis di Baz Luhr­mann, vin­ci­to­re inve­ce di alcu­ni pre­mi ai BAFTA, e Gli Spi­ri­ti dell’isola, che con le sue 8 nomi­na­tions e le vit­to­rie a BAFTA e Gol­den Glo­bes era con­si­de­ra­to tra i favo­ri­ti.  A mani vuo­te, anche se pre­ve­di­bil­men­te, The Fabel­mans di Ste­ven Spiel­berg, nono­stan­te fos­se sta­to defi­ni­to uno dei miglior film del­la sua car­rie­ra, toc­can­te e mol­to per­so­na­le. Anche l’eccezionale inter­pre­ta­zio­ne di Cate Blan­chett in Tàr non è sta­ta pre­mia­ta, nono­stan­te la pel­li­co­la sia sta­ta rea­liz­za­ta su misu­ra per lei e fos­se con­si­de­ra­ta una vin­ci­tri­ce sicura. 

Mol­to dibat­tu­to è sta­to il trat­ta­men­to riser­va­to a Baby­lon di Damien Cha­zel­le: delu­sio­ne per mol­ti, spe­ran­za per altri, che que­sto film abbia rice­vu­to così poche nomi­na­tions. La tra­ma segue un grup­po di atto­ri negli anni di tran­si­zio­ne dal cine­ma muto al cine­ma sono­ro, dove insie­me al pro­gres­so tec­no­lo­gi­co vi sono anche cam­bia­men­ti del­la socie­tà e del costu­me che si rive­la­no per mol­ti osta­co­li insor­mon­ta­bi­li. Baby­lon è un film che è tan­te cose insie­me: un “Sin­gin’ in the rain” in ver­sio­ne più dram­ma­tiz­zan­te (che, a dif­fe­ren­za del film del 1952, non mostra solo l’av­ven­to del sono­ro, ma anche la con­se­guen­te nasci­ta di una hol­ly­wood dif­fe­ren­te, come nel­l’e­ste­ti­ca del­le sce­ne con Tobey Magui­re); un’e­po­pea in costu­me, che nar­ra un’in­te­ra epo­ca e gene­ra­zio­ne tra­mi­te del­le meto­ni­mie (in par­ti­co­la­re quel­la di Brad Pitt). Mol­to si è ragio­na­to su que­sta pel­li­co­la sre­go­la­tis­si­ma, visto da alcu­ni come un sag­gio di bra­vu­ra di atto­ri già famo­si per ruo­li simi­li, con un bud­get da bri­vi­di e un’abbondanza ele­fan­tia­ca di tut­to. È inve­ce un film che si vuo­le por­re in un momen­to di pas­sag­gio, con un mes­sag­gio chia­ro: quan­do arri­va il pro­gres­so, qual­cu­no deve rima­ne­re indie­tro. Discor­so che però per mol­ti è sta­to cri­ti­ca­to come vuo­to, qua­si tau­to­lo­gi­co e scon­ta­to che non fun­zio­na quin­di con un impian­to così baroc­co. Anche se la tra­ma ha un che di dram­ma­ti­co, il film è in real­tà abba­stan­za comi­co ed enfa­ti­co nei toni. Cer­te sce­ne emo­zio­na­no, pri­ma fra tut­te l’uscita di Mar­got Rob­bie. Altre han­no fat­to stor­ce­re mol­to il naso, come la visio­ne agio­gra­fi­ca che vie­ne data del set duran­te il muto oppu­re la visio­ne non rea­li­sti­ca del­la con­sa­pe­vo­lez­za del­la rivo­lu­zio­ne del muto. Il fina­le rac­chiu­de un inno al cine­ma, al pro­gres­so, all’ar­te che sa cam­bia­re — e cam­bia­re con — la socie­tà, in un film sre­go­la­to dal­le mol­te problematiche.

Insom­ma, che pos­sa­no esse­re ogget­ti­vi o meno, e rispec­chia­re le opi­nio­ni del pub­bli­co, gli Oscar riman­go­no, e rimar­ran­no, sem­pre uno degli even­ti più impor­tan­ti per il mon­do cine­ma­to­gra­fi­co. Gra­zie all’Academy mol­ti film, che maga­ri nel nostro pic­co­lo non andrem­mo mai a vede­re, vie­ne susci­ta­ta anche mol­ta curio­si­tà, tan­ta voglia di cono­sce­re e, soprat­tut­to, di tor­na­re al cinema. 

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.
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Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
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Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.
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Scienziata delle merendine, chi ha detto che la matematica non è un’opinione non mi ha mai conosciuta. Scrivo di quello che mi piace perché resti così e di quello che odio sperando che cambi.

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