Robert Capa in mostra al Mudec, un viaggio nella storia

In occa­sio­ne dei 110 anni dal­la nasci­ta di Robert Capa (22 otto­bre 1913), il Mudec ren­de omag­gio al gran­de foto­gra­fo unghe­re­se con una mostra per­so­na­le che riper­cor­re i prin­ci­pa­li repor­ta­ge di guer­ra e di viag­gio che Capa rea­liz­zò duran­te vent’anni di car­rie­ra, anni che coin­ci­se­ro con i momen­ti cru­cia­li del­la sto­ria del Nove­cen­to. Rea­liz­za­to gra­zie alla col­la­bo­ra­zio­ne con l’agenzia Magnum Pho­tos, la mostra – cura­ta appo­si­ta­men­te per il Mudec – riu­ni­sce un ecce­zio­na­le cor­pus di foto­gra­fie: oltre 80 stam­pe foto­gra­fi­che, alcu­ne del­le qua­li mai espo­ste pri­ma in una mostra ita­lia­na, accom­pa­gna­te da alcu­ni docu­men­ti d’epoca pro­ve­nien­ti dal­la col­le­zio­ne di Magnum. 

“Robert Capa. Nella Storia” racconta la storia del Novecento attraverso i ritratti in bianco e nero, unendo reportage di guerra e di viaggio e raccogliendo negli spazi del Mudec i volti di uomini e donne protagonisti della vita quotidiana fatta di piccoli momenti di gioia e voglia di riscatto, di presente e futuro, di realtà e di sogni delle persone comuni, indifferentemente da una parte all’altra del globo.

Attra­ver­so set­te sezio­ni e con un per­cor­so dia­cro­ni­co ven­go­no rac­con­ta­ti i più impor­tan­ti repor­ta­ge in bian­co e nero rea­liz­za­ti da Robert Capa, dagli esor­di a Ber­li­no e Pari­gi (1932- 1936) alla guer­ra civi­le spa­gno­la (1936–1939); dall’invasione giap­po­ne­se in Cina (1938) alla secon­da guer­ra mon­dia­le (1941–1945); dal repor­ta­ge di viag­gio in Unio­ne Sovie­ti­ca (1947) a quel­lo sul­la nasci­ta di Israe­le (1948–1950), fino all’ultimo inca­ri­co come foto­gra­fo di guer­ra in Indo­ci­na (1954), dove tro­ve­rà la morte.

Sul rapporto di causa – effetto tra grandi personalità ed eventi storici ci si interrogherà per tutta la storia dell’umanità.

Non sapre­mo mai se la Vien­na di metà Otto­cen­to sia sta­ta quel­la che era gra­zie a Freud e Klimt o se de Beau­voir e Sar­tre sia­no sta­ti quel­li che era­no gra­zie alla loro Parigi. 

Vasi­ly Gross­man, in un cele­bre pas­so del suo Sta­lin­gra­do, si inter­ro­ga sul signi­fi­ca­to di “per­so­na­li­tà sto­ri­ca auten­ti­ca”. Cosa signi­fi­ca esse­re una figu­ra impor­tan­te per le sor­ti del mon­do? C’è una respon­sa­bi­li­tà mora­le in que­sto ruo­lo? La sua rispo­sta sem­bra sot­tin­ten­de­re che ci deb­ba per for­za esse­re una distin­zio­ne tra “buo­ni” e “cat­ti­vi”, tra chi è sta­to gran­de per cam­bia­re il mon­do in meglio e chi in peggio. 

Que­ste rifles­sio­ni sca­tu­ri­sco­no natu­ral­men­te quan­do si riper­cor­ro­no gli anni del­la Guer­ra Civi­le Spa­gno­la a Madrid. Un even­to chia­ve per la sto­ria degli anni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi, eppu­re non tra i più cele­bri, ma indub­bia­men­te pivo­ta­le per la sto­ria del gior­na­li­smo moder­no: dal 1936 al 1939, per le stes­se stra­de si incon­tra­va­no alcu­ne del­le più impor­tan­ti “per­so­na­li­tà sto­ri­che auten­ti­che”. Qui si sono intrec­cia­te le sto­rie di Robert Capa, Ger­da Taro, Erne­st Heming­way e Mar­ta Gel­lhorn – quat­tro dei più famo­si intes­si­to­ri del­la sto­ria del mon­do.

Con le len­ti di Gross­man, chis­sà se tut­ti que­sti per­so­nag­gi pos­sa­no risul­ta­re meri­te­vo­li di tale tito­lo. Riper­cor­ren­do i pas­si di Capa al Mudec, risul­ta però evi­den­te quan­to egli abbia ten­ta­to nel suo pic­co­lo di esse­re uno dei “buo­ni”. Se la scrit­tu­ra gode­va già di un pie­di­stal­lo nell’Olimpo del­la cul­tu­ra, la foto­gra­fia era anco­ra poco cono­sciu­ta. Il foto­gior­na­li­smo era una real­tà nata da pochi anni, gra­zie ai pro­gres­si del­la tec­no­lo­gia che ave­va­no por­ta­to alla crea­zio­ne di attrez­za­tu­re sem­pre più por­ta­ti­li ren­den­do final­men­te pos­si­bi­le segui­re il cen­tro dell’azione. Il sim­bo­lo per eccel­len­za di que­sto pro­ces­so è la Lei­ca: pic­co­la, leg­ge­ra e cari­ca­bi­le con un rul­li­no foto­gra­fi­co da 36 pose, essa segnò l’inizio del­la foto­gra­fia moderna. 

Il per­so­nag­gio di Robert Capa nasce qui, insie­me alla com­pa­gna e aman­te Taro, che lo accom­pa­gna nei suoi scat­ti (come “Mili­zia­ni repub­bli­ca­ni”) e lo aiu­ta ad iden­ti­fi­car­si con la figu­ra di un noto foto­gra­fo ame­ri­ca­no – lui, che era un ebreo unghe­re­se di meno di 25 anni. La docu­men­ta­zio­ne del con­flit­to spa­gno­lo, che segui­rà fino alla cadu­ta del­la repub­bli­ca e al riti­ro del­le Bri­ga­te Inter­na­zio­na­li, lo con­sa­cre­rà come «il più gran­de foto­re­por­ter di guer­ra del mon­do» secon­do il Pic­tu­re Post (per lo scat­to “Mor­te di un mili­zia­no lea­li­sta” del 1936). Dopo la mor­te di Ger­da Taro, avve­nu­ta tra­gi­ca­men­te nel 1937, il foto­gra­fo rimar­rà pro­fon­da­men­te segna­to e si allon­ta­ne­rà dall’Europa.

Avere la fortuna di incrociarsi con personalità così importanti e la possibilità di vivere e documentare eventi di tale portata è una cosa che può avvenire al massimo una o due volte nella vita di un grande uomo. 

Capa è riu­sci­to, inve­ce, ad esse­re gli occhi del mon­do su alcu­ni degli even­ti più impor­tan­ti del Nove­cen­to e a far­lo insie­me ai pro­ta­go­ni­sti del secolo.

La mostra per­met­te di riper­cor­re­re le fasi più impor­tan­ti del­la vita e del­la car­rie­ra di Capa. Costret­to a lascia­re l’Ungheria a soli 17 anni per­ché accu­sa­to di ave­re sim­pa­tie socia­li­ste, arri­vò a Ber­li­no nel 1933 e si fece stra­da nell’agenzia Dephot. Pro­prio loro gli asse­gne­ran­no una con­fe­ren­za di Tro­tsky a Cope­n­ha­gen, cui in real­tà l’accesso era vie­ta­to ai foto­gra­fi. Gra­zia alla pic­co­la Lei­ca che tene­va in tasca, Capa rie­sce a scat­ta­re una serie di ritrat­ti che fini­ran­no in pri­ma pagi­na. Con l’ascesa del nazi­smo in Ger­ma­nia, si spo­sta alla fine del 1933 a Pari­gi, la cit­tà del suo desti­no. Qui cono­sce Ger­da Taro, Hen­ri Car­tier-Bres­son e David “Chim” Sey­mour, con cui fon­de­rà nel 1947 l’agenzia Magnum Photos. 

Dopo gli anni del­la guer­ra civi­le, docu­men­te­rà in Cina l’invasione giap­po­ne­se e la resi­sten­za del Kuo­min­tang: gli scat­ti in mostra al Mudec offro­no non solo uno splen­di­do esem­pio del talen­to del foto­gra­fo, ma anche il suo inte­res­se prin­ci­pa­le. Aldi­là dei con­flit­ti e del­le dina­mi­che poli­ti­che, vi era­no le vite del­le per­so­ne comu­ni, i cui desti­ni sfug­gi­va­no in par­te al loro libe­ro arbi­trio per esse­re pla­sma­ti dai vole­ri dei capi di stato. 

Que­sta atten­zio­ne appa­re anche nei suoi scat­ti degli anni del con­flit­to mon­dia­le, ma rag­giun­ge la mas­si­ma con­cre­tiz­za­zio­ne nel­la coper­tu­ra del viag­gio in Rus­sia che affron­tò con l’amico John Stein­beck nell’estate del 1947. Entram­bi dichia­ra­no di voler­si occu­pa­re del popo­lo rus­so, sen­za emet­te­re giu­di­zi: duran­te la loro per­ma­nen­za, visi­ta­no alcu­ni luo­ghi emble­ma­ti­ci, come Mosca, Sta­lin­gra­do e Kiev. Non man­ca­no le visi­te ad alcu­ni kol­choz, le fat­to­rie col­let­ti­ve. Que­sta sezio­ne è la più ampia del­la mostra, pre­sen­ta al pub­bli­co una quin­di­ci­na di scat­ti mai espo­sti pri­ma in una mostra ita­lia­na testi­mo­nian­do tut­te le tap­pe del viag­gio attra­ver­so scat­ti emble­ma­ti­ci come “Don­ne che cam­mi­na­no in un pano­ra­ma deser­to” o “Guar­dan­do i fuo­chi d’ar­ti­fi­cio duran­te le cele­bra­zio­ni per l’ot­to­cen­te­si­mo anni­ver­sa­rio del­la fon­da­zio­ne di Mosca”. 

È un anno signi­fi­ca­ti­vo per riper­cor­re­re le tap­pe di un iti­ne­ra­rio che com­pren­de ter­ri­to­ri oggi toc­ca­ti di nuo­vo dal­la guer­ra: ecco per­ché risul­ta par­ti­co­lar­men­te toc­can­te. “Più vai a est con una mac­chi­na foto­gra­fi­ca, meno pia­ci alla gen­te, per mol­te ragio­ni: e la mag­gior par­te non sono buo­ne”, dichia­rò Capa: del viag­gio dei due ami­ci e del­le dif­fi­col­tà lega­te alla pre­sen­za di un foto­gra­fo vi abbia­mo par­la­to qua.

La mostra si com­ple­ta anche di sezio­ni dedi­ca­te ai repor­ta­ge del foto­gra­fo a Israe­le – dove si reche­rà più vol­te tra il 1948 e il 1950 – e in Indo­ci­na, com­pre­so il suo ulti­mo scat­to che lo ren­de il pri­mo cor­ri­spon­den­te ame­ri­ca­no scom­par­so in Viet­nam. È data la pos­si­bi­li­tà di osser­va­re la real­tà attra­ver­so gli occhi di Capa e vive­re alcu­ni dei momen­ti più signi­fi­ca­ti­vi del Nove­cen­to. È impos­si­bi­le non fini­re suc­cu­bi del fasci­no del foto­gra­fo e non affe­zio­nar­si ai suoi under­sta­te­men­ts: con­vin­to paci­fi­sta, non pote­va fare a meno di odia­re ciò che gli con­sen­ti­va di lavorare. 

Una delle sue frasi più famose è proprio: “Come fotografo di guerra, spero di restare disoccupato fino alla fine della mia vita”. 

Eppu­re, la sua fu una vita tra­vol­ta dal­la pas­sio­ne: la pas­sio­ne per la vita e le sue mani­fe­sta­zio­ni più comu­ni, quo­ti­dia­ne e lon­ta­ne dal­le “gran­di cose” e soprat­tut­to la pas­sio­ne per la foto­gra­fia. Pro­prio quel biso­gno di esse­re al cen­tro del­la vita, del­la sce­na, a stret­to con­tat­to col sog­get­to, sarà la cau­sa del­la sua fine. 

Al Mudec è pos­si­bi­le vive­re un’esperienza uni­ca e imper­di­bi­le. Cura­ta da Sara Riz­zo in col­la­bo­ra­zio­ne con Magnum Pho­tos, la mostra espo­ne alcu­ni scat­ti pri­ma d’ora mai arri­va­ti in Ita­lia. Una rac­col­ta che per­met­te di viag­gia­re insie­me a Capa nel­lo spa­zio e nel tem­po, di leg­ge­re i suoi pen­sie­ri e di rico­no­scer­si in quei visi che han­no atti­ra­to la sua attenzione. 

Con­di­vi­di:
Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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