Il linguaggio discriminatorio con cui si parla delle donne

Il linguaggio discriminatorio con cui si parla delle donne

Kama­la, Gre­ta, Ange­la, la Von der Leyen. Sono sul­la boc­ca di tut­ti, si sen­to­no spes­so i loro nomi. Mario, Joe, il Mat­ta­rel­la, Emma­nuel. Non suo­na­no così fami­lia­ri, vero? For­se è per­ché sia­mo più abi­tua­ti a par­la­re di Dra­ghi, Biden, Mat­ta­rel­la e Macron. A quan­to pare, c’è chi meri­ta un cogno­me impor­tan­te e chi no. Se è vero che le paro­le han­no un peso, è neces­sa­rio ana­liz­za­re il dibat­ti­to estre­ma­men­te attua­le sul­la pari­tà di gene­re anche da uno dei pun­ti di vista più bana­li, eppu­re più tra­scu­ra­ti: la gram­ma­ti­ca, il les­si­co, i mat­ton­ci­ni alla base del­la strut­tu­ra di un discorso. 

Il linguaggio riservato alle donne ai giorni nostri è profondamente inappropriato. 

Ci si arro­ga il dirit­to di chia­mar­le per nome; quan­do ci si ricor­da del cogno­me l’ar­ti­co­lo ante­po­sto non man­ca mai, for­se per­ché pos­sa esse­re chia­ro già dal­l’i­ni­zio che si par­la di una don­na, e quin­di il giu­di­zio pos­sa esse­re già for­mu­la­to con il cri­te­rio del ses­so. I tito­li di gior­na­le rac­con­ta­no dei suc­ces­si di “una don­na”, “una mam­ma”; si evi­den­zia il suo ruo­lo all’interno del­la fami­glia, si fa cen­no maga­ri al suo aspet­to fisi­co o al suo carat­te­re, si descri­vo­no i par­ti­co­la­ri del suo out­fit, pri­ma di ricor­da­re come si chia­ma, cosa ha stu­dia­to e cosa ha conseguito. 

Dove si devo­no ricer­ca­re le radi­ci di que­sto pro­ble­ma? Sia­mo sem­pli­ce­men­te “abi­tua­ti così”, o si trat­ta di una con­se­guen­za del­le dina­mi­che del­la nostra socie­tà? Non è un segre­to per nes­su­no che con­ti­nui ad esi­ste­re un gran­de dif­fe­ren­zia­le retri­bu­ti­vo di gene­re: nel 2018 in Ita­lia le don­ne gua­da­gna­va­no in media il 6,2% in meno degli uomi­ni, arri­van­do al 27,3% nel­la pro­fes­sio­ne di diri­gen­te, e anco­ra oggi il diva­rio retri­bu­ti­vo di gene­re nel­l’U­nio­ne Euro­pe si atte­sta intor­no al 13%.

Si fa poco per inco­rag­gia­re le don­ne in car­rie­ra, sia per quan­to riguar­da lo sti­pen­dio, sia dal pun­to di vista del­le dif­fi­col­tà logi­sti­che che incon­tra­no nel quo­ti­dia­no. Basti pen­sa­re che gli asi­li nidi rie­sco­no ad acco­glie­re a mala­pe­na 26 bam­bi­ni ogni 100; in tali con­di­zio­ni diven­ta arduo con­ci­lia­re la fami­glia e la car­rie­ra, vie­ne richie­sto trop­po spes­so di sacri­fi­ca­re il lavo­ro in nome del ruo­lo di madre, e una figu­ra fem­mi­ni­le ambi­zio­sa e in posi­zio­ne di pote­re diven­ta così rara che non si è in gra­do di par­la­re ade­gua­ta­men­te di lei e a lei. 

Più di una donna denuncia di subire, in ambito scolastico o sul posto di lavoro, dei piccoli quanto frustranti attacchi lessicali. 

Quan­do assu­me lo stes­so atteg­gia­men­to che in un suo coe­ta­neo uomo è con­si­de­ra­to “auto­ri­ta­rio”, lei è “arro­gan­te”. Se non lascia che la inter­rom­pa­no quan­do par­la, è “aggres­si­va”, non “deci­sa”. Se le capi­ta di arrab­biar­si in pub­bli­co e di ave­re una rea­zio­ne for­te, è “emo­ti­va, come tut­te le don­ne”, nel miglio­re dei casi, “iste­ri­ca” nel peg­gio­re, ma mai sem­pli­ce­men­te “arrab­bia­ta” o “in un momen­to di dif­fi­col­tà” come i suoi colleghi. 

Rara­men­te una o più lau­ree, una vita di fati­ca e sacri­fi­ci, con­qui­ste impor­tan­ti le sono rico­no­sciu­te; esi­ste una sgra­de­vo­le mag­gio­ran­za per cui “signo­ri­na” e “dot­to­res­sa” sono per­fet­ta­men­te inter­cam­bia­bi­li, anzi, nell’uso comu­ne il pri­mo è in net­to van­tag­gio sul secon­do. Suc­ce­de quo­ti­dia­na­men­te a don­ne di tut­te le età di subi­re que­sto tipo di discri­mi­na­zio­ni: fin dal­l’a­do­le­scen­za sia­mo invi­ta­te a “non fare le mae­stri­ne”, a sta­re zit­te, o alme­no ad “abbas­sa­re i toni”, quan­do stia­mo solo par­lan­do al giu­sto volu­me per non veni­re ignorate. 

Ogni ragaz­za che cre­sce è costret­ta ad affron­ta­re il momen­to dolo­ro­so e scon­for­tan­te in cui pren­de coscien­za del fat­to che di lei rara­men­te si par­le­rà come dei suoi coe­ta­nei maschi. E se pro­ve­rà a far nota­re che un rico­no­sci­men­to del suo tito­lo spet­ta anche a lei, ad esem­pio cam­bian­do la tar­ga da Asses­so­re ad Asses­so­ra, sarà “la soli­ta esa­ge­ra­ta, come se il pro­ble­ma fos­se una voca­le, deve pro­prio pro­te­sta­re inutilmente”. 

Non è difficile, per chi ha sempre dato il proprio cognome e il proprio titolo per scontato, definire sterile la polemica che diverse donne sollevano in merito al linguaggio che si usa per definirle e per parlare di loro. 

“Sì, e allo­ra io mi farò chia­ma­re guar­dio al posto di guar­dia”, scher­za­no cer­ti uomi­ni in rispo­sta alla riven­di­ca­zio­ne di una ver­sio­ne fem­mi­ni­le di ogni tito­lo con­qui­sta­to. “Per­do­no tem­po con que­ste stu­pi­dag­gi­ni anzi­ché occu­par­si dei veri pro­ble­mi del­le don­ne”: un’altra acu­ta obie­zio­ne pro­ve­nien­te da chi guar­da al mon­do attra­ver­so la len­te del ses­si­smo.

Si potreb­be­ro dare sva­ria­te rispo­ste a que­ste rimo­stran­ze. La pri­ma riguar­da il biso­gno di paro­le: di soli­to si avver­te la neces­si­tà di qual­co­sa solo quan­do si è pri­vi di essa, per­ciò non c’è da stu­pir­si se il desi­de­rio di riven­di­ca­re i pro­pri tito­li sia sen­ti­to in mag­gio­ran­za dal­la popo­la­zio­ne femminile. 

La rivo­lu­zio­ne par­te anche dal pic­co­lo, dal­la con­qui­sta di una tar­ga, dal nome del­la pro­pria cari­ca; sem­bra para­dos­sa­le, ma è par­te del­la sto­ria fem­mi­ni­le l’a­ver dovu­to lot­ta­re per poter esse­re chia­ma­te “dot­to­res­sa”, ed è una tri­ste costan­te del­la socie­tà odier­na la bat­ta­glia con­tro un voca­bo­la­rio trop­po spes­so maschi­li­sta. Non signi­fi­ca foca­liz­zar­si su det­ta­gli insi­gni­fi­can­ti tra­scu­ran­do altri temi; signi­fi­ca por­ta­re avan­ti un’i­stan­za che non deve esse­re mes­sa da par­te, non deve esse­re rele­ga­ta nel­l’an­go­lo di ciò che si affron­te­rà in un inde­ter­mi­na­to “pri­ma o poi”, ma deve esse­re tenu­ta pre­sen­te, deve esse­re fat­ta nota­re con­ti­nua­men­te fin­ché non ver­rà pre­sa in con­si­de­ra­zio­ne come merita. 

La narrazione delle donne e delle loro vite va innegabilmente riscritta, anche con una certa urgenza. 

Si potreb­be poi por­ta­re alla luce un’al­tra que­stio­ne, più sot­ti­le eppu­re egual­men­te sen­ti­ta da chi ne è vit­ti­ma: l’a­bi­tu­di­ne che le mag­gio­ran­ze han­no di par­la­re per le cate­go­rie in svan­tag­gio, di met­ter­si sul­la difen­si­va, in una posi­zio­ne di pre­va­ri­ca­zio­ne e non di ascol­to. “Che io ti chia­mi per nome o per cogno­me non fa dif­fe­ren­za”, dice un uomo (nor­mal­men­te chia­ma­to per Tito­lo e Cogno­me) a una don­na abi­tua­ta a sen­tir­si chia­ma­re “signo­ri­na”, “teso­ro”, o con il suo nome pro­prio in ambi­ti in cui ai col­le­ghi non capi­te­reb­be mai. 

Fa dif­fe­ren­za, inve­ce; è esa­spe­ran­te che chi non sof­fre per una discri­mi­na­zio­ne si arro­ghi il dirit­to di poter dire a chi la subi­sce se e come sof­fri­re. È neces­sa­rio por­ta­re final­men­te alla luce una pro­spet­ti­va che dovreb­be esse­re la pro­ta­go­ni­sta del dibat­ti­to, ma che trop­po spes­so è oscu­ra­ta da chi non è dispo­sto a met­ter­si in discussione. 

Vor­rem­mo par­la­re in pri­ma per­so­na, e vor­rem­mo far­lo essen­do ascol­ta­te sen­za alcu­na con­di­scen­den­za. Vor­rem­mo riven­di­ca­re il nostro tito­lo e veder­ci rico­no­sciu­to ciò per cui abbia­mo lavo­ra­to, sen­za che ven­ga inva­li­da­to dal­l’en­ne­si­mo, fru­stran­te “teso­ro”.

Arti­co­lo di Maria Cattano

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