L’opposizione che verrà e i tanti problemi del governo

L’opposizione che verrà e i tanti problemi del governo

Si può affer­ma­re sen­za par­ti­co­la­ri dub­bi che il gover­no Melo­ni non stia attra­ver­san­do un momen­to roseo. Sono anco­ra mol­ti i dos­sier da sbri­glia­re, uni­ta­men­te a qual­che usci­ta del­la com­pa­gi­ne di gover­no e mag­gio­ran­za deci­sa­men­te infe­li­ce che com­pli­ca la repu­ta­zio­ne del­la destra governista. 

La buona stella dell’esecutivo sembra però ancora brillare forte, visto che i suoi deficit non sono stati messi in luce da un’opposizione che finora si è dimostrata frazionata, dormiente o ancora in fasce. 

Mat­teo Ren­zi, fre­sco di nomi­na come nuo­vo diret­to­re de Il Rifor­mi­sta, crea un aggro­vi­glia­to dop­pio bina­rio tra un gior­na­le e un par­ti­to (o par­ti­ti?) in un Ter­zo Polo già di per sé bice­fa­lo e che anco­ra sten­ta ad ingra­na­re a livel­lo elet­to­ra­le. Nel frat­tem­po, Car­lo Calen­da pun­tua­liz­za e anche un po’ pole­miz­za sul­le deci­sio­ni di Ren­zi, men­tre sem­bra pre­fe­ri­re le tra­smis­sio­ni tele­vi­si­ve ai lavo­ri in parlamento. 

È infat­ti lui il lea­der poli­ti­co con mag­gio­re pre­sen­za media­ti­ca, com­pli­ci anche le cam­pa­gne elet­to­ra­li in Lazio, Lom­bar­dia e Friu­li-Vene­zia Giu­lia. Tutt’altro discor­so sono i risul­ta­ti otte­nu­ti in que­ste ele­zio­ni. Le gran­di diste­se del cen­tro rifor­mi­sta non sem­bra­no anco­ra esser­si mate­ria­liz­za­te e pare che il Ter­zo Polo stia un po’ stret­to sia a Ren­zi che a Calen­da. Que­sti rischia­no di gio­ca­re il ruo­lo, visti i carat­te­ri for­ti di entram­bi, di due gal­li in un pollaio.

Tra i Cin­que Stel­le Giu­sep­pe Con­te sem­bra esse­re spro­fon­da­to in un silen­zio inu­sua­le, cau­sa­to soprat­tut­to dal favo­re media­ti­co nei con­fron­ti di Elly Schlein, soprat­tut­to se si con­si­de­ra il fat­to che l’ex pre­mier era il più pasio­na­rio dell’opposizione pre-pri­ma­rie, spe­cial­men­te con­fron­tan­do­lo con l’ex segre­ta­rio del PD Enri­co Letta. 

È da nota­re l’apertura di Con­te ad un tavo­lo con il gover­no per la gestio­ne dei fon­di del PNRR, col­la­bo­ra­zio­ne inat­te­sa e deci­sa­men­te impro­ba­bi­le. Però pro­prio il Movi­men­to Cin­que Stel­le dovreb­be esse­re, a rigor di logi­ca, il par­ti­to con mag­gio­ri remo­re nei con­fron­ti dell’attuale esecutivo. 

Da quando si è insediato il governo Meloni tutte le battaglie dei Cinque Stelle, dal superbonus 110% al reddito di cittadinanza, stanno venendo smantellate.

Il gran­de assen­te del trium­vi­ra­to del­le oppo­si­zio­ni è comun­que il PD, nume­ri­ca­men­te il pri­mo par­ti­to d’opposizione, appe­na dota­to­si di una nuo­va segre­te­ria. Elly Schlein ha pre­sen­ta­to pri­ma di Pasqua, cir­ca due mesi dopo le pri­ma­rie, la sua nuo­va squa­dra di par­ti­to, segnan­do un mar­ca­to e for­te­men­te auspi­ca­to quan­to neces­sa­rio cam­bio di rot­ta ver­so sini­stra con aper­tu­re alle par­ti movi­men­ti­ste e chiu­su­re per quel­le riformiste. 

Il rin­no­va­men­to del­la segre­te­ria non sem­bra aver tam­po­na­to a livel­lo macro un cor­ren­ti­smo ende­mi­co al PD, fat­to curio­so se si con­si­de­ra uno dei due padri nobi­li del Naza­re­no. Ciò è vero alla luce del­le for­za­tu­re neces­sa­rie per la nomi­na dei capi­grup­po di Came­ra e Sena­to e alla com­po­si­zio­ne del­la dire­zio­ne, orga­no che ha il com­pi­to di defi­ni­re l’indirizzo poli­ti­co del partito.

All’orizzonte si pro­fi­la­no già ten­sio­ni inter­ne, rive­la­tri­ci di un rin­no­va­men­to agli ini­zi. Una su tut­te è la dif­fe­ren­za di vedu­te tra il sin­da­co di Roma Rober­to Gual­tie­ri e la respon­sa­bi­le per il cli­ma Anna­li­sa Cor­ra­do, in quo­ta Schlein, cir­ca la rea­liz­za­zio­ne del nuo­vo ter­mo­va­lo­riz­za­to­re del­la capi­ta­le. Il pri­mo è schie­ra­to su posi­zio­ni for­te­men­te a favo­re sen­za se e sen­za ma, pron­to ad anda­re avan­ti anche sen­za l’assenso del par­ti­to; la secon­da è già pron­ta a dare bat­ta­glia per “tut­te le fake news sull’inceneritore”.

Già il gover­no Dra­ghi è cadu­to per il pro­ble­ma del ter­mo­va­lo­riz­za­to­re capi­to­li­no, se que­sto sia sta­to l’effettivo casus bel­li o meno è un’altra que­stio­ne. Si vedrà come e se il PD riu­sci­rà a tro­va­re una qua­dra a riguar­do.

Anche in politica estera non sembra ancora esserci particolare sintonia. Pesa, infatti, la velata titubanza riguardo il sostegno militare all’Ucraina.

Que­sti è sta­to sco­lo­ri­to dal­la non com­pat­tez­za emer­sa dai voti con­tra­ri di par­te (sep­pur mol­to pic­co­la, va det­to) del par­ti­to, in par­ti­co­la­re di due sena­to­ri facen­ti capo all’ala degli ex di Arti­co­lo Uno, appe­na con­flui­ti nel PD. La vota­zio­ne pre­ce­de l’elezione di Schlein a segre­ta­ria, ma ciò non annul­la il fat­to che nel PD vi sono del­le voci discor­dan­ti sul tema Ucrai­na, pron­te a far­si sentire.

A feb­bra­io, nel­la mozio­ne pre­sen­ta­ta per le pri­ma­rie del­la segre­te­ria di par­ti­to, Schlein ave­va affer­ma­to di voler soste­ne­re mili­tar­men­te l’Ucraina, stem­pe­ran­do al con­tem­po la pro­pria posi­zio­ne dicen­do che “le armi non risol­vo­no i con­flit­ti, e […] non pos­sia­mo atten­de­re che cada l’ultimo fuci­le per costrui­re la via di una pace giu­sta”. Aria di cer­chio­bot­ti­smo per ten­ta­re di inse­gui­re elet­to­ral­men­te i Cin­que Stel­le o sem­pli­ce asse­sta­men­to di vedute? 

Accu­sa­re il PD di esse­re filo­rus­so o altro è pura paz­zia, ma si può pen­sa­re ad un even­tua­le ammor­bi­di­men­to del­la linea atlan­ti­sta, per favo­ri­re una mag­gio­re auto­no­mia euro­pea in poli­ti­ca este­ra. L’idea, se effet­ti­va­men­te di que­sto si par­la, di per sé non sareb­be né distrut­ti­va né eterodossa.

Il pre­si­den­te fran­ce­se Emma­nuel Macron spin­ge da tem­po per un mag­gio­re peso euro­peo negli affa­ri este­ri. L’esecuzione di que­sta nuo­va stra­te­gia appa­re dif­fi­ci­le vista la sin­to­nia tra Washing­ton e Bru­xel­les. A riguar­do sono da nota­re le posi­zio­ni del nuo­vo segre­ta­rio del PD per gli este­ri, Giu­sep­pe Pro­ven­za­no. Non pro­prio un atlan­ti­sta di fer­ro, sep­pur sem­pre gra­ni­ti­co cir­ca il sup­por­to all’Ucraina, sem­bra cal­deg­gia­re le ami­ci­zie coi gover­ni pro­gres­si­sti dell’America Lati­na. Otti­mi gover­ni con pro­gram­mi di civil­tà, sep­pu­re con qual­che pro­ble­ma di salu­te poli­ti­ca, ma che cer­ta­men­te non pos­so­no esse­re con­si­de­ra­ti part­ner stra­te­gi­ci per l’Italia.

Il quadro tracciato dalle opposizioni denota fermento e attività (quasi tutti negli ambiti sbagliati), ma risulta pressoché innocuo e per ora inadatto a dare battaglia all’esecutivo sui molti tasti dolenti toccati nelle ultime settimane.

Tra que­sti pesa­no le pro­ble­ma­ti­che lega­te ai fon­di del PNRR e l’immobilismo del gover­no a riguar­do. La Cor­te dei Con­ti ha cer­ti­fi­ca­to i ritar­di nel­la spe­sa dei fon­di fino­ra mes­si a dispo­si­zio­ne e nel­la rea­liz­za­zio­ne dei pro­get­ti, dovu­ti alle dif­fi­col­tà cir­ca la gover­nan­ce del pro­get­to e all’incapacità strut­tu­ra­le, aggra­va­ta da una buro­cra­zia bizan­ti­na, da par­te ita­lia­na di spen­de­re i fon­di rice­vu­ti. A ciò va anche som­ma­to il fat­to che gli enti loca­li non sia­no riu­sci­ti a tro­va­re per­so­na­le qua­li­fi­ca­to per gesti­re i fon­di ero­ga­ti, tra scar­si­tà di com­pe­ten­ze e moda­li­tà di reclu­ta­men­to dei tec­ni­ci (que­ste di com­pe­ten­za gover­na­ti­va) non stabili. 

La Com­mis­sio­ne Euro­pea ha inol­tre sol­le­va­to diver­si dub­bi su tre pro­get­ti ita­lia­ni, richie­den­do chia­ri­men­ti cir­ca il rego­la­men­to per le con­ces­sio­ni por­tua­li, la rete di tele­ri­scal­da­men­to e l’utilizzo di fon­di euro­pei per rin­no­va­re due strut­tu­re spor­ti­ve, una del­le qua­li è lo sta­dio Arte­mio Fran­chi del­la Fiorentina. 

Il mini­stro per gli Affa­ri Euro­pei, con dele­ga per il PNRR, Raf­fae­le Fit­to ha ester­na­to le cri­ti­ci­tà del pia­no, affer­man­do che alcu­ni pro­get­ti non potran­no esse­re rea­liz­za­ti entro il 2026. Secon­do il mini­stro ciò è “mate­ma­ti­co” e “scien­ti­fi­co”, apren­do la stra­da ad una sor­ta di ope­ra­zio­ne veri­tà sul PNRR. 

Queste problematiche hanno fatto emergere la possibilità di rinunciare ad una parte dei fondi, 

come ven­ti­la­to dal capo­grup­po del­la Lega alla Came­ra, Ric­car­do Moli­na­ri, alle cui dichia­ra­zio­ni il gover­no ha cer­ca­to di por­re un fre­no. Il pro­ble­ma è dupli­ce. I pro­get­ti del PNRR sono neces­sa­ri per rilan­cia­re e moder­niz­za­re il pae­se (vera ulti­ma chan­ce per l’Italia), van­no neces­sa­ria­men­te rea­liz­za­ti e se l’Italia non usa i fon­di euro­pei allo­ra li dovrà recu­pe­ra­re sul mer­ca­to, crean­do debi­to a con­di­zio­ni deci­sa­men­te peg­gio­ri di quel­le offer­te dall’UE. Dilem­ma sovranista. 

Si spe­ra inol­tre che i pae­si defi­ni­ti “fru­ga­li” in ter­mi­ni di poli­ti­che di spe­sa, qua­li Sve­zia, Austria e Dani­mar­ca, sia­no distrat­ti per mil­le moti­vi e non stia­no ascol­tan­do i discor­si del gover­no ita­lia­no sui fon­di euro­pei, i qua­li fareb­be­ro met­te­re le mani nei capel­li ai fal­chi del rigo­re fisca­le. Dopo anni pas­sa­ti a fare pres­sio­ni per un’Unione Euro­pea meno rigi­da fiscal­men­te con debi­to comu­ne e vin­co­li di bilan­cio più mor­bi­di, con­ces­sio­ni care in par­ti­co­la­re alla destra, sareb­be un auto­gol imba­raz­zan­te affer­ma­re che, una vol­ta rice­vu­ti i finan­zia­men­ti richie­sti, l’Italia non sia in gra­do di spen­der­li come si deve e che anzi, meglio ridar­li indie­tro. Se così fos­se avreb­be­ro ragio­ne loro a chiu­de­re i rubinetti.

Altra problematica, più un insieme di circostanze che un singolo fatto concreto, è il panpenalismo che veleggia col vento in poppa dalle parti dell’esecutivo.

Da quan­do è nato il gover­no sono sta­ti via via intro­dot­ti o è sta­ta mani­fe­sta­ta la volon­tà di intro­dur­re i rea­ti più dispa­ra­ti riguar­dan­ti: rave par­ty, sca­fi­sti, mater­ni­tà sur­ro­ga­ta, isti­ga­zio­ne all’anoressia, uso di fore­stie­ri­smi nei docu­men­ti del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne e car­ne sin­te­ti­ca, solo per cita­re quel­li più pubblicizzati. 

Recen­te è il ddl di Fra­tel­li d’I­ta­lia con­tro gli “eco-van­da­li”, che puni­sce con la reclu­sio­ne da sei mesi a tre anni anche chi detur­pa o imbrat­ta edi­fi­ci pub­bli­ci o di cul­to ed edi­fi­ci sot­to­po­sti a tute­la come beni culturali

Que­sta ten­den­za sor­pren­de, in nega­ti­vo, se si pen­sa alla filo­so­fia giu­ri­di­ca del­lo stes­so mini­stro del­la Giu­sti­zia, Car­lo Nor­dio, per cui aumen­ta­re le pene o isti­tui­re nuo­vi rea­ti per otte­ne­re un effet­to deter­ren­te sia sostan­zial­men­te inu­ti­le. Ciò che con­ta è l’efficienza del­la giu­sti­zia, non quan­to que­sta sia seve­ra o espan­si­va. Sem­bra­no esser­ci dub­bi cir­ca cosa si inten­da effet­ti­va­men­te con il ter­mi­ne “cer­tez­za del­la pena”. 

Se a ciò si uni­sce la ricer­ca qua­si assi­dua di un nuo­vo nemi­co pub­bli­co o di un avver­sa­rio che varia di mese in mese, dagli anar­chi­ci alle bor­seg­gia­tri­ci di etnia Rom, sem­bra che si stia crean­do una men­ta­li­tà da asse­dia­ti. Che que­sto fat­to sia o un uti­le spec­chiet­to per deflet­te­re il discor­so pub­bli­co dai pan­ta­ni del gover­no o una vena ideo­lo­gi­ca il con­fi­ne è sot­ti­le. Con­fi­ne trac­cia­to ovvia­men­te tra­mi­te un decre­to-leg­ge dopo l’altro (non che i pre­ce­den­ti gover­ni sia­no sta­ti par­ti­co­lar­men­te par­chi a riguar­do, anzi), facen­do fare il record all’attuale ese­cu­ti­vo dove 9 leg­gi su 10 appro­va­te dal par­la­men­to sono con­ver­sio­ni di decreti.

A tutto ciò va sommato il valzer delle nomine dei vertici delle partecipate dallo Stato, le quali stanno creando non pochi mal di testa specialmente tra Lega e Fratelli d’Italia.

In par­ti­co­la­re, la Lega cri­ti­ca la ricon­fer­ma di buo­na par­te dei ver­ti­ci di alcu­ne par­te­ci­pa­te, men­tre la par­ti­ta si scal­da con la pre­mier che spin­ge sui nomi papa­bi­li per i pez­zi pre­gia­ti qua­li Eni, Enel, Ter­na, Leo­nar­do e Poste Ita­lia­ne. Si vedrà cosa ver­rà deci­so al e dal Mini­ste­ro dell’Economia e del­le Finan­ze gui­da­to dal leghi­sta Gian­car­lo Giorgetti.

Da non dimen­ti­ca­re, tra i pro­ble­mi dell’esecutivo, le già cita­te usci­te mol­to più che discu­ti­bi­li di mini­stri e altre cari­che isti­tu­zio­na­li. È anco­ra fre­sca la giu­sti­fi­ca­ta pole­mi­ca per le dichia­ra­zio­ni sban­da­te del pre­si­den­te del Sena­to Igna­zio La Rus­sa sui fat­ti di Via Rasel­la, defi­ni­bi­li solo come una seque­la di fal­si­tà. A que­sta si accom­pa­gna la gestio­ne ese­cra­bi­le del­la comu­ni­ca­zio­ne del gover­no in segui­to alla stra­ge di Cutro, uni­ta­men­te alle fra­si a riguar­do del mini­stro dell’Interno Mat­teo Pian­te­do­si e la recen­te affer­ma­zio­ne del mini­stro dell’Agricoltura Fran­ce­sco Lol­lo­bri­gi­da per cui i gio­va­ni che pren­do­no il red­di­to di cit­ta­di­nan­za dovreb­be­ro anda­re a lavo­ra­re nei cam­pi.

Tut­to que­sto non aiu­ta a pro­iet­ta­re fidu­cia su una com­pa­gi­ne di gover­no e su una mag­gio­ran­za che defi­ci­ta, per usa­re un eufe­mi­smo, di tat­to isti­tu­zio­na­le. Tene­re a bada cer­te pul­sio­ni ver­ba­li non dovreb­be esse­re un pro­ble­ma, in quan­to chi ha inca­ri­chi di gover­no si pen­sa abbia già di per sé un mec­ca­ni­smo di auto­re­go­la­zio­ne. Emer­go­no quin­di in un ambi­to nel­la sostan­za di secon­do pia­no, eppu­re for­te­men­te rive­la­to­re come la comu­ni­ca­zio­ne, tut­te le pro­ble­ma­ti­che di un par­ti­to che è sem­pre sta­to all’opposizione. Il pri­mo par­ti­to d’Italia non ha una clas­se diri­gen­te pron­ta a gover­na­re, in quan­to defi­ci­ta di espe­rien­za e in alcu­ni casi è anco­ra lega­ta a dop­pio filo con un pas­sa­to sto­ri­co e poli­ti­co mai del tut­to scom­par­so di cui sareb­be meglio tacere. 

I grattacapi e gli impantanamenti sono tanti, quelli elencati non sono nemmeno tutti, ma le opposizioni sembrano essersi appiattite in un’autoreferenzialità per cui ognuno parla lingue diverse, spesso e volentieri coi medesimi interlocutori. 

Non ci si com­pren­de, o meglio non ci si vuo­le com­pren­de­re, nem­me­no quan­do sareb­be il caso. Il gover­no, volen­te o nolen­te, por­ge il fian­co con le pro­prie deba­cle, ma non c’è nes­su­no vera­men­te pron­to a coglie­re le oppor­tu­ni­tà. In tut­to ciò l’esecutivo con­ti­nua a fare orec­chie da mer­can­te, ten­tan­do tra le altre cose di rimet­te­re assie­me i coc­ci di un PNRR in salita. 

Il gover­no Melo­ni ha anco­ra tan­ti temi deli­ca­ti su cui sareb­be meglio vigi­la­re, dal­la gestio­ne dei flus­si migra­to­ri al pia­no per argi­na­re una sic­ci­tà che pare esse­re alle por­te fino a deci­de­re cosa fare con il rin­no­vo del memo­ran­dum per la Nuo­va Via del­la Seta, con­cor­da­to con la Cina dal gover­no Con­te I. In quest’ultimo caso appa­re mol­to faci­le il faux pas diplo­ma­ti­co. I pro­ble­mi emer­ge­ran­no e il gover­no ten­te­rà di tira­re a cam­pa­re e deflet­te­re, ovvia­men­te spe­ran­do che nes­su­no se ne accor­ga più di tanto. 

Arti­co­lo di Loren­zo Pellegrini

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.