Maria Edgarda Marcucci e l’importanza della rabbia

Maria Edgarda Marcucci e l'importanza della rabbia

Nel­le fia­be, chi lot­ta con­tro il male sono gli eroi e le eroi­ne, accla­ma­ti per il loro valo­re e corag­gio e ricom­pen­sa­ti per il loro ope­ra­to; nel mon­do vero, inve­ce, gli eroi e le eroi­ne devo­no scon­trar­si con l’ingiusta real­tà. È que­sta la sto­ria di Maria Edgar­da Mar­cuc­ci, uni­ta­si nel 2017 alle Ypj e alle Ypg, uni­tà di pro­te­zio­ne del­le don­ne e del popo­lo fon­da­te nel 2011 in Roja­va, Kur­di­stan, per com­bat­te­re il jiha­di­smo. Ypj e Ypg sono di fat­to grup­pi di auto­di­fe­sa dell’amministrazione auto­no­ma del­la Siria del nord-est.

Per il suo contributo alla lotta contro l’Isis, che anche grazie a Ypj e Ypg, è stato sconfitto militarmente e territorialmente, Marcucci non si aspettava nessun premio, assolutamente nessuna ricompensa. Ma neanche una punizione. 

E inve­ce, tor­na­ta a Tori­no nel 2020, ad acco­glier­la è sta­to un decre­to di sor­ve­glian­za spe­cia­le. Lei e i suoi com­pa­gni sono sta­ti accu­sa­ti di aver appre­so nozio­ni sul­le armi da fuo­co, per esser­si reca­ti in un altro Pae­se a com­bat­te­re in un’organizzazione assi­mi­la­bi­le al Pkk, con­si­de­ra­to un grup­po ter­ro­ri­sti­co, e quin­di per esse­re “social­men­te peri­co­lo­si”. L’accusa di ter­ro­ri­smo è sba­glia­ta e facil­men­te smen­ti­ta dal Pkk, che vin­ce il ricor­so quan­do l’UE lo inse­ri­sce nel­la lista dei grup­pi con fina­li­tà ter­ro­ri­sti­che. Sono un grup­po coin­vol­to nel­la lot­ta arma­ta, ma con sco­po di dife­sa del popo­lo curdo. 

Il testo del decre­to è con­fu­so, “alla rove­scia” nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne: il Pkk, Par­ti­to dei lavo­ra­to­ri del Kur­di­stan, diven­ta Kpp, su cui non si può far altro che iro­niz­za­re, iden­ti­fi­can­do l’acronimo con un inven­ta­to “Kra­zy Peo­ple Par­ty”.  Com­ples­si­va­men­te, sem­bra si voglia puni­re l’atteggiamento da dis­si­den­te, con­te­sta­to­re poli­ti­co, igno­ran­do com­ple­ta­men­te il nobi­le sco­po del­la militanza. 

Ci sono sto­rie che gri­da­no per la voglia di esse­re rac­con­ta­te, ma non sem­pre è faci­le rispon­de­re a quel­la chia­ma­ta. Quan­do la mam­ma, l’amica, la spin­go­no a scri­ve­re, lei ha una sola pau­ra: e se non doves­se ser­vi­re a nulla?

Marcucci dà ascolto alla sua storia, dandole voce nel libro Rabbia proteggimi.

Affer­ra i con­cet­ti con le mani e fru­ga tra le paro­le, come le ha inse­gna­to la sua ami­ca Helin. Com­pa­io­no alcu­ne fra­si fat­te, ma appog­gia­te in un con­te­sto poten­te che le spo­glia del­la loro bana­li­tà: «L’Eu­ro­pa è bel­la per­ché non c’è la guer­ra», «Ho impa­ra­to tan­to ma potrei fare di meglio», «L’amore che ope­ra nel mon­do come for­za gene­ra­tri­ce». Le paro­le più dif­fi­ci­li da usa­re sono sem­pre le più sem­pli­ci, citan­do Saba, «La rima fio­re amo­re è la più anti­ca e dif­fi­ci­le del mon­do». Mar­cuc­ci ci rie­sce e lo fa destreg­gian­do­si con abi­li­tà in un pano­ra­ma poli­mor­fo, sot­to tan­ti pun­ti di vista.

L’intero rac­con­to si con­fi­gu­ra come una dan­za dai mil­le rit­mi diver­si, che spa­zia tra diver­si gene­ri nar­ra­ti­vi e diver­si lin­guag­gi. Nel testo in ita­lia­no com­pa­io­no paro­le in cur­do (heva­len heja, cari ami­ci, she­hid nami­rin, i mar­ti­ri non muo­io­no mai) e in ara­bo (ham­mam), ma c’è posto anche per il dia­let­to roma­no (daje), per l’inglese (some of us) e per lo spa­gno­lo (jun­tos somos mas fuer­tes). Il mix cul­tu­ra­le è incre­di­bi­le ed è la for­za del­la nar­ra­zio­ne; attri­bui­sce al rac­con­to un valo­re uni­ver­sa­le che abbat­te i con­fi­ni e lega i popo­li all’insegna di un uni­co obiet­ti­vo: miglio­ra­re il mon­do in cui viviamo. 

Anche all’interno del­la sola lin­gua ita­lia­na, i regi­stri sono tan­ti: c’è il “buro­cra­ti­che­se” del­le sen­ten­ze, il les­si­co for­ma­le del­le let­te­re e dei discor­si in pub­bli­co, le espres­sio­ni vol­ga­ri nei momen­ti di rab­bia. Ci sono paro­le gran­di e ingom­bran­ti, come la Sto­ria, cita­ta con l’iniziale maiu­sco­la, che però per con­trap­pas­so Mar­cuc­ci defi­ni­sce pic­co­la. La Sto­ria sta in una cena insie­me, è com­pres­sa nel can­to di una can­zo­ne, entra in stan­ze di pochi metri qua­dri, si può depo­si­ta­re in un pic­co­lo piat­to di pla­sti­ca rigi­da. Ci sono paro­le pesan­ti e vio­len­te, kalaš­ni­kov, l’esercito del­la mor­te, il nemi­co inar­re­sta­bi­le, che tra­smet­to­no la pau­ra dei protagonisti. 

Questa armoniosa danza multiforme non si limita al linguaggio, ma si concretizza in uno stile dinamico.

La sto­ria si tra­du­ce in fumet­ti, le foto­gra­fie mostra­no la real­tà del rac­con­to, i sim­bo­li si cari­ca­no di signi­fi­ca­to a com­por­re un dia­rio dei ricor­di che però non è disor­di­na­to come quel­lo di un ado­le­scen­te, ma estre­ma­men­te poe­ti­co. Non solo per­ché c’è poe­sia tra le pagi­ne, ma per la deli­ca­tez­za, l’eleganza con cui la Sto­ria scor­re, poten­te come l’acqua, che in Tur­chia por­ta for­tu­na ai viag­gia­to­ri per­chè l’acqua tro­va sem­pre la strada. 

Maria Edgar­da Mar­cuc­ci la sua stra­da l’ha tro­va­ta in Kur­di­stan. La doman­da più bana­le del mon­do è anco­ra una vol­ta la più dif­fi­ci­le a cui rispon­de­re: per­ché è partita?

Per Zero­cal­ca­re, si par­te per dare sostan­za a ter­mi­ni come resi­sten­zalibe­ra­zio­ne, che ripe­tia­mo spes­so ma non abbia­mo idea di cosa voglia­no dire. Teko­sher, un altro atti­vi­sta impe­gna­to sul ter­ri­to­rio insie­me a lei, dà una rispo­sta poten­te: «Vole­vo fare qual­co­sa di uti­le. Dare la vita ai gior­ni, piut­to­sto che i gior­ni alla vita».

In que­sta fra­se c’è tut­to il calo­re che tra­smet­te il suo per­so­nag­gio: occhi buo­ni, iro­ni­co, cau­sti­co e con tan­ta voglia di par­la­re. Lo zio di Vale­ria Sole­sin, ucci­sa dall’Isis al Bata­clan di Pari­gi nel 2015, defi­ni­sce la loro “una scel­ta ter­ri­bi­le”; quell’aggettivo rias­su­me la gran­dez­za, la nobil­tà e la dram­ma­ti­ci­tà dell’atto di par­ti­re. Invia una let­te­ra di soli­da­rie­tà a Mar­cuc­ci, da cui tra­spa­re una tene­rez­za genui­na e un sen­so di pro­te­zio­ne affet­ti­vo, uno “sta­te atten­ti” e un piat­to di mine­stra sem­pre pron­to per loro. 

Non possiamo sapere se a Maria Edgarda Marcucci sia servito scrivere la sua storia. Magari è stato più doloroso che liberatorio. Ma a noi lettori sicuramente è servito leggerla e, per questo, la ringraziamo. Raccontare le ingiustizie e le contraddizioni è quanto di più socialmente valoroso – non pericoloso – si possa fare.

È alla fine che si capi­sce il signi­fi­ca­to pro­fon­do del tito­lo del libro. La rab­bia è fon­da­men­ta­le per­ché ci pro­teg­ge dall’indifferenza e dall’ignavia. Quan­do smet­te­re­mo di arrab­biar­ci per le ingiu­sti­zie che vedia­mo nel mon­do, non ci sarà più modo di cer­ca­re il cam­bia­men­to, di spin­ge­re al miglio­ra­men­to la socie­tà. La rab­bia accen­de gli ani­mi, fa muo­ve­re le cose, spro­na all’intervento.

Il vero mes­sag­gio del rac­con­to non è un invi­to ad anda­re in Siria a com­bat­te­re, nè un appel­lo ad armar­si con­tro l’Isis, è mol­to più sem­pli­ce: arrab­bia­te­vi. È la cosa meno “social­men­te peri­co­lo­sa” del mondo. 

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Giulia Maineri
Instan­ca­bi­le curio­so­na, ho sem­pre una doman­da sul­la pun­ta del­la lin­gua. Leg­go di tut­to e di tut­ti per capi­re chi sono. Col­ti­vo la pas­sio­ne per la sto­ria del­l’ar­te per capi­re chi sia­mo. Stu­dio fisi­ca per rispon­de­re ai come. Esplo­ro il mon­do in un’esasperata, ma entu­sia­sman­te, ricer­ca dei perché.

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