“Marry your rapist law” in italia e nel mondo

Era il 1965, quan­do una gio­va­ne don­na sici­lia­na di Alca­mo, pro­ve­nien­te da una fami­glia mode­sta, diven­ne nota in tut­ta Ita­lia per un atto di estre­mo corag­gio, che pri­ma di allo­ra nes­su­no ave­va mai osa­to com­pie­re pub­bli­ca­men­te. Stia­mo par­lan­do di Fran­ca Vio­la e del momen­to in cui deci­se di ribel­lar­si all’umiliante arti­co­lo nume­ro 544 del Codi­ce civi­le italiano.

Dopo esse­re sta­ta rapi­ta e vio­len­ta­ta per otto lun­ghi gior­ni da Filip­po Melo­dia, nipo­te di un mafio­so loca­le, Fran­ca Vio­la si oppo­se al cosid­det­to “matri­mo­nio ripa­ra­to­re”, denun­cian­do il suo car­ne­fi­ce con il soste­gno del­la sua fami­glia e get­tan­do le basi per por­re fine ad una pra­ti­ca che, spec­chio di una discri­mi­na­zio­ne seco­la­re del­la figu­ra fem­mi­ni­le nel­la socie­tà, costrin­ge­va le vit­ti­me a con­vi­ve­re (e dun­que spo­sa­re) i loro vio­len­ta­to­ri, con il solo sco­po di sal­va­re l’onore e il nome del­la fami­glia. Il rea­to di vio­len­za car­na­le si estin­gue­va dun­que solo se lo stu­pra­to­re spo­sa­va la vittima. 

Con que­sta azio­ne, Fran­ca Vio­la deci­se di por­re un fre­no a quel­la che di fat­to era una vera e pro­pria dop­pia vio­len­za da par­te del pro­prio stu­pra­to­re pri­ma e da par­te dell’opinione pub­bli­ca dopo, accet­tan­do tut­to ciò che ne sareb­be con­se­gui­to, tra cui anni di ricat­ti, minac­ce e pro­fon­da osti­li­tà dell’opinione pub­bli­ca. Fran­ca e i suoi geni­to­ri non dis­se­ro “no” solo a Melo­dia e alla sua fami­glia, dis­se­ro no ad un siste­ma di rap­por­ti basa­to sul­la sopraf­fa­zio­ne del maschio sul­la fem­mi­na, a tut­ti i tabù che era­no alla base di una socie­tà pro­fon­da­men­te arcai­ca, ad una strut­tu­ra che schiac­cia­va le don­ne e la loro volontà.

Tan­ti anni di discus­sio­ni ci sono volu­ti pri­ma che il suo gesto corag­gio­so pro­du­ces­se effet­ti e por­tas­se final­men­te all’abolizione, il 5 Ago­sto del 1981 (“solo” 42 anni fa), di un arti­co­lo che di fat­to assol­ve­va gli stu­pra­to­ri da ogni col­pa: l’articolo 544 del Codi­ce “Roc­co”, prevedeva :

Per i delit­ti pre­ve­du­ti dal capo pri­mo e dall’articolo 530, il matri­mo­nio, che l’autore del rea­to con­trag­ga con la per­so­na offe­sa, estin­gue il rea­to, anche riguar­do a colo­ro che sono con­cor­si nel rea­to mede­si­mo; e, se vi è sta­ta con­dan­na, ne ces­sa­no l’esecuzione e gli effet­ti penali.

Innu­me­re­vo­li don­ne furo­no costret­te a por­ta­re il trau­ma e a vive­re la loro esi­sten­za in una sor­ta di gab­bia, che per assur­do, era lega­liz­za­ta. La leg­ge, infat­ti, con­si­de­ra­va la vio­len­za ses­sua­le par­te dei “delit­ti con­tro la mora­li­tà pub­bli­ca”, tute­lan­do non la per­so­na che l’aveva subi­ta, ben­sì colui che tan­to bru­tal­men­te l’aveva com­piu­ta. Lo stu­pro era in que­sto con­te­sto con­si­de­ra­to come qual­co­sa lega­to alla mora­le socia­le, una lesio­ne del­la mora­li­tà pub­bli­ca, dell’onore, del­la repu­ta­zio­ne del­la fami­glia, e non alla sin­go­la per­so­na, alla don­na, che non dispo­ne­va di alcu­na liber­tà in cam­po ses­sua­le. L’impronta fasci­sta del Codi­ce pena­le ita­lia­no ave­va fat­to sì che deter­mi­na­te nor­me di stam­po patriar­ca­le rima­nes­se­ro e annul­las­se­ro del tut­to la volon­tà femminile. 

Il matri­mo­nio ripa­ra­to­re non era cer­ta­men­te l’unica pra­ti­ca ad esse­re lega­liz­za­ta. Vi era infat­ti anche il cosid­det­to “delit­to d’onore”, in cui la don­na era anco­ra una vol­ta con­si­de­ra­ta come une mera pro­prie­tà dell’uomo.

Nel delitto d’onore, un individuo che avesse sorpreso una donna della famiglia durante una relazione “disonorevole”, avrebbe avuto tutto il diritto di ucciderla senza essere punito. 

Secon­do il report for­ni­to dal “fon­do del­le Nazio­ni Uni­te per la popo­la­zio­ne” (UNFPA), del 14 apri­le 2021, que­sta pra­ti­ca, che per­met­te agli stu­pra­to­ri di evi­ta­re la con­dan­na spo­san­do la vit­ti­ma, è defi­ni­ta “Mar­ry your rapi­st law”. Ad oggi, è anco­ra pre­sen­te in 20 nazio­ni nel mon­do, tra le qua­li: Rus­sia, Vene­zue­la e Thai­lan­dia.

Sono inve­ce ben 43 i pae­si che non han­no leg­gi nel pro­prio ordi­na­men­to vol­te a cri­mi­na­liz­za­re lo stu­pro coniu­ga­le, dun­que il “mari­tal rape” non è con­si­de­ra­to stu­pro. Il report in par­ti­co­la­re ha lo sco­po di ana­liz­za­re la capa­ci­tà del­le don­ne di auto­de­ter­mi­nar­si per quan­to riguar­da il ses­so e la ripro­du­zio­ne. Secon­do la diret­tri­ce ese­cu­ti­va dell’UNFPA, Nata­lia Kanem, que­ste leg­gi “Sono pro­fon­da­men­te sba­glia­te e sono un modo per sog­gio­ga­re le don­ne”, aggiun­gen­do che “La nega­zio­ne dei dirit­ti non può esse­re pro­tet­ta dal­la legge”. 

Le leg­gi sul “matri­mo­nio con il tuo stu­pra­to­re” spo­sta­no il peso del­la col­pa sul­la vit­ti­ma e cer­ca­no di ren­de­re meno gra­ve una situa­zio­ne che è cri­mi­na­le. Cam­bia­re que­ste leg­gi è estre­ma­men­te dif­fi­ci­le, si trat­ta di una pra­ti­ca ormai con­so­li­da­ta e che a vol­te, per fat­to­ri socia­li, cul­tu­ra­li, con­ser­va­to­ri, con­ti­nua ad esse­re effet­tua­ta in pae­si dove le leg­gi in meri­to sono sta­te abrogate.

Dif­fi­ci­le però, non signi­fi­ca impos­si­bi­le. In Maroc­co ad esem­pio, la leg­ge è sta­ta abro­ga­ta nel 2014, a cau­sa del caro prez­zo paga­to da una gio­va­ne don­na di soli 16 anni: Ami­na El Fila­li, che, costret­ta a spo­sa­re il suo vio­len­ta­to­re, ha deci­so di toglier­si la vita. Nel cor­so del 2017/2018, Gior­da­nia, Pale­sti­na, Liba­no e Tuni­sia han­no segui­to le sue orme. Tut­ta­via, in Iraq ad esem­pio, un uomo può evi­ta­re qual­sia­si accu­sa nei suoi con­fron­ti spo­san­do la vit­ti­ma, ma non se vi è un divor­zio entro i pri­mi tre anni. In Rus­sia e Thai­lan­dia, il matri­mo­nio ripa­ra­to­re è con­sen­ti­to solo se lo stu­pra­to­re ha 18 anni e la sua vit­ti­ma meno di 16. Infi­ne, in Kuwait, uno stu­pra­to­re è auto­riz­za­to a spo­sa­re legal­men­te la vit­ti­ma con il per­mes­so di un tuto­re. Il risul­ta­to è la per­ma­nen­za di una pra­ti­ca a dir poco aber­ran­te e la nega­zio­ne tota­le del dirit­to del­le don­ne di deci­de­re del­la pro­pria vita e soprat­tut­to, del loro corpo. 

“È una vio­la­zio­ne dei dirit­ti fon­da­men­ta­li di don­ne e ragaz­ze che rin­for­za le dise­gua­glian­ze e per­pe­tua le vio­len­ze lega­te alle discri­mi­na­zio­ni di gene­re” ha dichia­ra­to sem­pre Kanem.

Con­di­vi­di:
Martina Vercoli
Stu­den­tes­sa di Cor­po­ra­te Com­mu­ni­ca­tion pres­so l’Università degli Stu­di di 
Mila­no. Amo viag­gia­re, scri­ve­re, bere cap­puc­ci­ni e par­la­re di pro­get­ti di mobi­li­tà Europea.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.