Vietiamo i “forestierismi”. Quando la politica si fa inconsistente

Vietiamo i "forestierismi". Quando la politica si fa inconsistente

Lo scor­so 31 mar­zo è sta­to depo­si­ta­to alla Came­ra, da un grup­po di 20 depu­ta­ti di Fra­tel­li d’I­ta­lia gui­da­ti dal­lo stes­so vice­pre­si­den­te del­la Came­ra Fabio Ram­pel­li, un dise­gno di leg­ge atto a vie­ta­re l’uso di “fore­stie­ri­smi” nel­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne, in sede giu­ri­sdi­zio­na­le e non solo: tut­ti gli enti, sia­no essi pub­bli­ci o pri­va­ti, dovran­no pre­sen­ta­re la pro­pria docu­men­ta­zio­ne «rela­ti­va ai beni mate­ria­li e imma­te­ria­li pro­dot­ti e distri­bui­ti sul ter­ri­to­rio nazio­na­le» inte­ra­men­te in lin­gua ita­lia­na così come anche ogni infor­ma­zio­ne pre­sen­te in luo­go pub­bli­co dovrà esse­re tra­smes­sa in italiano. 

Anche «le sigle e le deno­mi­na­zio­ni del­le fun­zio­ni rico­per­te dal­le azien­de» ope­ran­ti in Ita­lia dovran­no esse­re in lin­gua ita­lia­na, così come i loro «rego­la­men­ti inter­ni» e tut­ti i «con­trat­ti di lavo­ro» sti­la­ti; chiun­que rico­pra cari­che isti­tu­zio­na­li, ammi­ni­stra­ti­ve e pub­bli­che sarà tenu­to alla «padro­nan­za scrit­ta e ora­le del­la lin­gua ita­lia­na».

Per ogni mani­fe­sta­zio­ne, con­fe­ren­za o riu­nio­ne pub­bli­ca sarà obbli­ga­to­rio l’uso di «stru­men­ti di tra­du­zio­ne» per una «per­fet­ta com­pren­sio­ne in lin­gua ita­lia­na dei con­te­nu­ti»; nel­le scuo­le di ogni livel­lo e nel­le uni­ver­si­tà pub­bli­che i cor­si che non han­no l’esplicito obiet­ti­vo di inse­gna­re le lin­gue stra­nie­re dovran­no esse­re tenu­ti rigo­ro­sa­men­te in lin­gua ita­lia­na. Si pre­ve­de infi­ne l’istituzione pres­so il mini­ste­ro del­la Cul­tu­ra di un «Comi­ta­to per la tute­la, la pro­mo­zio­ne e la valo­riz­za­zio­ne del­la lin­gua ita­lia­na nel ter­ri­to­rio nazio­na­le e all’e­ste­ro»: esso dovrà impe­gnar­si nel­la pro­mo­zio­ne del­la cono­scen­za di gram­ma­ti­ca e les­si­co, del­la cor­ret­ta pro­nun­cia, dell’arricchimento del­la lin­gua stes­sa, per svi­lup­pa­re una ter­mi­no­lo­gia pro­pria che pos­sa espri­me­re le nozio­ni del­le nuo­ve tec­no­lo­gie sen­za dover adot­ta­re quel­la straniera. 

Questo il contenuto dei primi sette articoli, mentre con l’ottavo si entra nel merito delle sanzioni previste per chi violi tali disposizioni: 

«La vio­la­zio­ne degli obbli­ghi di cui alla pre­sen­te leg­ge com­por­ta l’ap­pli­ca­zio­ne di una san­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va con­si­sten­te nel paga­men­to di una som­ma da 5.000 euro a 100.000 euro».

Non è la pri­ma vol­ta che Ram­pel­li si fa pro­mo­to­re di ini­zia­ti­ve ana­lo­ghe: già in novem­bre ave­va pre­sen­ta­to in Sena­to un DDL, con fir­ma­ta­rio il sena­to­re Rober­to Menia, allo sco­po di «costi­tu­zio­na­liz­za­re l’italiano come lin­gua uffi­cia­le del­la Repub­bli­ca», men­tre nel­le scor­se legi­sla­tu­re ave­va avan­za­to più vol­te la pro­po­sta di isti­tui­re un «Con­si­glio supe­rio­re con­tro l’abuso del­le lin­gue straniere». 

Un pro­gram­ma vaga­men­te autar­chi­co?

Ram­pel­li si è subi­to affret­ta­to a smen­ti­re, rila­scian­do un’intervista al Cor­rie­re del­la Sera in cui ha assi­cu­ra­to che potre­mo con­ti­nua­re sen­za pro­ble­mi ad uti­liz­za­re ter­mi­ni stra­nie­ri come “bar”, “cock­tail”, “flirt”, sen­za per que­sto veni­re mul­ta­ti; del resto, ha pre­ci­sa­to, la leg­ge riguar­de­reb­be sol­tan­to enti pub­bli­ci o pri­va­ti (e non pri­va­ti cit­ta­di­ni, alme­no per il momento). 

Per quan­to riguar­da il neo­na­to Mini­ste­ro del Made in Ita­ly, nes­sun pro­ble­ma: del resto «[…] è evi­den­te: dal­le san­zio­ni è esclu­so chiun­que, rap­pre­sen­tan­do gli inte­res­si eco­no­mi­ci dell’Italia all’estero, è costret­to a usa­re ter­mi­ni stranieri». 

E infi­ne, per chi aves­se anco­ra dub­bi, l’obiettivo non è quel­lo di impor­re un’italianizzazione del­le paro­le stra­nie­re, come fece Beni­to Mus­so­li­ni attra­ver­so la poli­ti­ca lin­gui­sti­ca ini­zia­ta l’11 feb­bra­io 1923, con una leg­ge che impo­ne­va una tas­sa sull’uso di paro­le non italiane.Semplicemente se c’è un «cor­ri­spet­ti­vo» in ita­lia­no «si deve usare». 

«I cit­ta­di­ni han­no dirit­to alla com­pren­sio­ne. Se non c’è, non c’è democrazia».

Dun­que, in alto la gram­ma­ti­ca e il puri­smo lin­gui­sti­co: chis­sà poi se i pala­di­ni del­la demo­cra­zia si sono spin­ti a chie­de­re un pare­re a quel­la cit­ta­di­nan­za che tan­to han­no a cuo­re, a rac­co­glier­ne le esi­gen­ze più sen­ti­te in un momen­to di cri­si nazio­na­le e mon­dia­le. Chis­sà se quel­la cit­ta­di­nan­za si sen­te rap­pre­sen­ta­ta da pro­po­ste poli­ti­che che sem­pre più sem­bra­no vol­ge­re al pas­sa­to, nel vano ten­ta­ti­vo di arre­sta­re il muta­men­to sto­ri­co, socia­le, cul­tu­ra­le, che come una marea attra­ver­sa le epo­che umane.

Per­ché anche pen­sa­re di poter con­ge­la­re la lin­gua è sin­to­mo di scar­so prag­ma­ti­smo poli­ti­co: essa è nata come stru­men­to per espri­me­re la real­tà, in ciò sta la sua ragion d’essere, e dun­que con la real­tà cam­bia, evol­ve; essa è nata per comu­ni­ca­re con l’altro, per crea­re lega­mi uma­ni e socia­li, e per que­sto dall’altro, dal diver­so, si lascia e deve lasciar­si influen­za­re. La lin­gua nasce dal­lo scam­bio ed è que­sto che la ren­de pre­zio­sa.

Dice Ram­pel­li che i «pro­ces­si di glo­ba­liz­za­zio­ne met­to­no a rischio, qua­si ovun­que, le lin­gue madri». 

Non c’è nul­la di male nel voler tute­la­re la spe­ci­fi­ci­tà e l’e­spres­sio­ne di ogni lin­gua, di ogni cul­tu­ra, tra­di­zio­ne, etnia: tant’è che, all’art. 3 del trat­ta­to sul­l’U­nio­ne euro­pea (TUE), si affer­ma che «l’UE rispet­ta la ric­chez­za del­la sua diver­si­tà cul­tu­ra­le e lin­gui­sti­ca». Per giun­ta, anche l’UNESCO ha isti­tui­to nel novem­bre 1999 la Gior­na­ta inter­na­zio­na­le del­la Lin­gua Madre (in data 21 feb­bra­io), ugual­men­te vol­ta alla pro­mo­zio­ne di tut­te le lin­gue e cul­tu­re non­ché del poli­glot­ti­smo, all’insegna del dia­lo­go.

Proprio qui sta la differenza: più che aprirsi al dialogo, la nostra attuale classe dirigente sembra piuttosto volerlo chiudere. 

In una costan­te ripro­po­si­zio­ne del­la dico­to­mia noi-loro, una dopo l’altra vedia­mo pro­po­ste o appro­va­te nor­ma­ti­ve in “dife­sa” del­le tra­di­zio­ni e dell’identità “minac­cia­te” dall’esterno: dal­le pole­mi­che intor­no all’uso del­le nuo­ve fari­ne di inset­to (trop­po spes­so pre­sen­ta­te come un mero capric­cio culi­na­rio, anzi­ché come con­se­guen­za estre­ma del­la cri­si cli­ma­ti­ca e dell’esau­ri­men­to del­le risor­se terrestri che si con­ti­nua­no osti­na­ta­men­te ad igno­ra­re) fino alla recen­te deci­sio­ne di vie­ta­re la regi­stra­zio­ne dei cer­ti­fi­ca­ti di nasci­ta este­ri dei mino­ri figli di cop­pie omo­ge­ni­to­ria­li, disco­stan­do­si così dal­le poli­ti­che euro­pee e negan­do dirit­ti fon­da­men­ta­li, alla fac­cia del­la democrazia. 

Qui non si trat­ta del­la sacro­san­ta tute­la dell’eterogeneità dei grup­pi uma­ni: si trat­ta, per l’ennesima vol­ta, di un noi con­tro voi, dell’innalzamento di bar­rie­re assur­de allo sco­po di arroc­car­si in una nazio­na­li­tà che sfo­cia nel nazio­na­li­smo, esclu­den­te ver­so l’altro, il diver­so, in una pre­sun­ta iden­ti­tà col­let­ti­va i cui con­tor­ni sono in real­tà sta­bi­li­ti dall’alto, nel­la pre­te­sa di poter defi­ni­re cos’è accet­ta­bi­le, cos’è nor­ma­le, cosa dob­bia­mo esse­re e fare e in cosa dob­bia­mo riconoscerci. 

E così, si limi­ta­no dirit­ti e si arri­va per­si­no a pro­por­re san­zio­ni di 100.000 euro per qual­che paro­la non suf­fi­cien­te­men­te italiana. 

Intan­to, per fare solo un esem­pio, anco­ra non sia­mo riu­sci­ti ad inter­ve­ni­re con egua­le zelo con­tro i rea­ti ambien­ta­li, nel­la costan­te fin­zio­ne che non ci sia nul­la di allar­man­te e nul­la di irre­pa­ra­bi­le in un mon­do dove i feno­me­ni natu­ra­li estre­mi si sus­se­guo­no a velo­ci­tà cre­scen­te e la qua­li­tà del­la vita sul­la Ter­ra risul­ta ormai irri­me­dia­bil­men­te ipotecata. 

Spe­ria­mo dun­que che tan­te pro­po­ste incon­si­sten­ti, inca­pa­ci di rispon­de­re alle rea­li urgen­ze nazio­na­li e glo­ba­li che oggi minac­cia­no miliar­di di per­so­ne, pos­sa­no indur­ci a riflet­te­re su cosa dav­ve­ro è impor­tan­te qui ed ora, su cosa potrà influen­za­re posi­ti­va­men­te il nostro futu­ro. E spe­ria­mo che que­sto ci por­ti, aldi­là di delu­sio­ni e disil­lu­sio­ni, a fare un buon uso del nostro fra­gi­le dirit­to di espri­me­re la nostra clas­se diri­gen­te, la nostra rap­pre­sen­tan­za e, soprat­tut­to, la nostra opinione.

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Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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