Atacama, il cimitero degli abiti dimenticati

Atacama, il cimitero degli abiti dimenticati

Vi sie­te mai chie­sti dove fini­sca­no gli abi­ti inven­du­ti nei nego­zi? Quel­li che ave­te reso dopo un acqui­sto onli­ne, oppu­re quel­li che ave­te scar­ta­to e deci­so di met­te­re in uno dei tan­ti con­tai­ner per la dona­zio­ne di vesti­ti, situa­ti per le vie del­le nostre città?

Oggi, tre quin­ti degli indu­men­ti, fini­sco­no in disca­ri­che o in ince­ne­ri­to­ri entro un solo anno dal­la loro pro­du­zio­ne, men­tre solo il 15% dei tes­su­ti uti­liz­za­ti vie­ne rici­cla­to: un dato che si tra­du­ce in inte­ri camion di abi­ti usa­ti sca­ri­ca­ti o bru­cia­ti ogni secon­do. La mag­gior par­te del­le strut­tu­re adi­bi­te a que­sta fun­zio­ne si tro­va oggi in Ame­ri­ca lati­na, Asia meri­dio­na­le o in Afri­ca, dove le nazio­ni che rice­vo­no que­sti cari­chi non sono in gra­do di gestir­ne le immen­se quan­ti­tà. Per esem­pio, una disca­ri­ca nel­la peri­fe­ria del­la capi­ta­le gha­ne­se, Accra, è com­po­sta per il 60% da vesti­ti e rag­giun­ge un’altezza di 65 metri.

Più della metà degli abiti dismessi viene spedita all’estero, in particolare, nei Paesi del Sud del mondo, dove finiscono in discariche. 

Si trat­ta di pae­si che sono dota­ti di siste­mi urba­ni per la gestio­ne dei rifiu­ti meno avan­za­ti, il che signi­fi­ca che il dan­no ambien­ta­le che ne con­se­gue è enor­me. Secon­do un recen­te arti­co­lo del­la rete tele­vi­si­va Al-Jazee­ra, 59.000 ton­nel­la­te di vesti­ti arri­va­no ogni anno al por­to di Iqui­que, situa­to nel nord del Cile. Di que­sta enor­me quan­ti­tà, 39.000 ton­nel­la­te non pos­so­no esse­re riven­du­te per­ché con­si­de­ra­te di scar­sa qua­li­tà. Non poten­do esse­re por­ta­ti in disca­ri­che comu­na­li, a cau­sa dei pro­dot­ti chi­mi­ci in essi con­te­nu­ti, fini­sco­no per esse­re abban­do­na­ti nel­le disca­ri­che a cie­lo aper­to, dove nes­su­no è respon­sa­bi­le del­la loro puli­zia e del loro sgom­be­ro (a vol­te trop­po costo­so).

In par­ti­co­la­re, uno dei posti tri­ste­men­te noti per lo scar­to del mate­ria­le tes­si­le, è il deser­to di Ata­ca­ma, uno dei luo­ghi più ari­di del mon­do, situa­to nel nord del Cile, tra l’Oceano Paci­fi­co e la cate­na del­le Ande. Si trat­ta di un luo­go che un tem­po era noto in tut­to il mon­do per le sue vaste diste­se di canyon e i suoi pic­chi di roc­ce di un colo­re tra il ros­so e l’arancio. Oggi inve­ce, è tri­ste­men­te cono­sciu­to come “il cimi­te­ro del fast-fashion”. Il luo­go in cui i vesti­ti inven­du­ti ven­go­no ammas­sa­ti gior­no dopo gior­no, crean­do immen­se diste­se di abi­ti che solo qual­che mese pri­ma era­no espo­ste nei nego­zi o appe­se nei nostri armadi. 

La situa­zio­ne è tal­men­te fuo­ri con­trol­lo, che è sta­ta defi­ni­ta dal­le Nazio­ni Uni­te come «un’e­mer­gen­za ambien­ta­le e socia­le» per il pia­ne­ta. Per quan­to pos­sa sem­bra­re impro­ba­bi­le che il mate­ria­le tes­si­le scar­ta­to, giun­ga in un luo­go così lon­ta­no da noi, ogni anno arri­va­no in ter­ri­to­rio cile­no milio­ni di ton­nel­la­te di vesti­ti dal­l’Eu­ro­pa, dal­l’A­sia e dagli Sta­ti Uni­ti. Secon­do le sta­ti­sti­che del­la doga­na cile­na, l’an­no scor­so (2022) sono pas­sa­te per il por­to di Ini­que ben 44 milio­ni di ton­nel­la­te di indumenti. 

Questo è principalmente dovuto alla caratteristica dei porti cileni di essere esenti da dazi, duty-free. 

I por­ti aven­ti que­sta carat­te­ri­sti­ca sono idea­ti e pro­get­ta­ti per inco­rag­gia­re l’attività eco­no­mi­ca, crean­do nuo­vi posti di lavo­ro, in quan­to le mer­ci ven­go­no con­ti­nua­men­te impor­ta­te ed espor­ta­te sen­za che vi sia­no appli­ca­te impo­ste o tas­se. Il Cile è dive­nu­to ben pre­sto uno dei mag­gio­ri impor­ta­to­ri al mon­do di abi­ti di secon­da mano e con l’avvento del feno­me­no fast-fashion, alcu­ne aree del ter­ri­to­rio cile­no sono dive­nu­te un vero e pro­prio depo­si­to di smi­sta­men­to di rifiu­ti tes­si­li pro­ve­nien­ti da tut­to il mon­do, del­le disca­ri­che a cie­lo aperto.

Quan­do un nuo­vo cari­co di indu­men­ti giun­ge al por­to cile­no di Iqui­que, una squa­dra di lavo­ra­to­ri si occu­pa di sepa­rar­li in quat­tro cate­go­rie, in base alla loro qua­li­tà e alla pos­si­bi­li­tà di esse­re riven­du­ti altro­ve. I capi miglio­ri, pre­fe­ri­bil­men­te anco­ra dota­ti di eti­chet­ta, ven­go­no poi espor­ta­ti ver­so altri pae­si e con­ti­nen­ti, tra cui: Repub­bli­ca Domi­ni­ca­na, Pana­ma, Asia, Afri­ca e negli Sta­ti Uni­ti per esse­re rivenduti. 

Il pro­ble­ma mag­gio­re è rap­pre­sen­ta­to da tut­ti quei capi di abbi­glia­men­to che non sono ido­nei ad esse­re espor­ta­ti e dun­que riven­du­ti, per­ché di scar­sa qua­li­tà. Ciò che acca­de è che que­sti indu­men­ti ven­go­no tra­spor­ta­ti fino alla peri­fe­ria di Alto Hospi­cio, dove subi­sco­no un altro ciclo di smi­sta­men­to e riven­di­ta in pic­co­li nego­zi e mer­ca­ti di stra­da. Vi sono infat­ti mol­ti cit­ta­di­ni Cile­ni che han­no crea­to le loro pic­co­le atti­vi­tà com­mer­cia­li da que­sto feno­me­no e dun­que, vivo­no di questo. 

Da qui la contraddizione. 

Nel­la pri­ma pun­ta­ta del­la docu-serie JUNK, pro­dot­ta da Sky Ita­lia e Will, dedi­ca­ta pro­prio al “cimi­te­ro” di Ata­ca­ma, alcu­ni abi­tan­ti dell’area affer­ma­no di esse­re con­sa­pe­vo­li dell’enorme dan­no ambien­ta­le, ma che allo stes­so tem­po, sen­za que­ste mon­ta­gne di mate­ria­le tes­si­le impor­ta­to, per­de­reb­be­ro le loro atti­vi­tà com­mer­cia­li, già fra­gi­li, non sapen­do di cosa occuparsi.

Ciò che non vie­ne rite­nu­to ido­neo nem­me­no per esse­re ven­du­to al mer­ca­to è desti­na­to ad esse­re tra­spor­ta­to e sca­ri­ca­to nel deser­to e lascia­to lì a dan­neg­gia­re l’ambiente cir­co­stan­te. Si trat­ta infat­ti di indu­men­ti che pos­so­no richie­de­re anche 200 anni per bio­de­gra­dar­si e sono tos­si­ci quan­to i mate­ria­li pla­sti­ci. La mag­gior par­te dei vesti­ti che sono accu­mu­la­ti sul­le dune arti­fi­cia­li del deser­to, sono com­po­sti da mate­ria­li come il polie­ste­re, deri­va­to dal­la pla­sti­ca, eco­no­mi­co ed estre­ma­men­te resi­sten­te, dun­que dif­fi­ci­le da smaltire. 

Usu­ra­ti dal­le intem­pe­rie, i vesti­ti con­ti­nua­no ad inqui­na­re il suo­lo e fal­de acqui­fe­re sot­ter­ra­nee, met­ten­do in peri­co­lo gli abi­tan­ti stes­si e la bio­di­ver­si­tà loca­le. Mol­to spes­so, l’unica solu­zio­ne che gli abi­tan­ti han­no per sba­raz­zar­si del­le mon­ta­gne di indu­men­ti è bru­ciar­li com­pro­met­ten­do gra­ve­men­te la qua­li­tà dell’aria.

Per affrontare l’emergenza, il governo di Gabriel Boric, presidente cileno, ha annunciato un nuovo provvedimento di legge che dovrebbe essere applicato a partire da quest’anno, riguardo la responsabilità etica del produttore. 

Le azien­de che impor­ta­no mate­ria­le tes­si­le dovran­no gestir­ne gli scar­ti e faci­li­tar­ne il rici­clag­gio. Gli stu­dio­si però, sono piut­to­sto pes­si­mi­sti, non pen­sa­no che que­sto prov­ve­di­men­to riu­sci­rà a con­trol­la­re e ad impor­re un deter­mi­na­to com­por­ta­men­to, data la scar­si­tà di risor­se per impor­re even­tua­li san­zio­ni alle indu­strie respon­sa­bi­li di inqui­na­men­to nel deser­to di Atacama.

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Martina Vercoli
Stu­den­tes­sa di Cor­po­ra­te Com­mu­ni­ca­tion pres­so l’Università degli Stu­di di 
Mila­no. Amo viag­gia­re, scri­ve­re, bere cap­puc­ci­ni e par­la­re di pro­get­ti di mobi­li­tà Europea.

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