Giovanni Falcone e la strage di Capaci, 30 anni dopo

Giovanni Falcone e la strage di Capaci, 30 anni dopo

Il 23 mag­gio si è cele­bra­ta la gior­na­ta mon­dia­le del­la lega­li­tà in memo­ria del­le stra­gi mafio­se del 1992 di Capa­ci e Via D’Amelio.

Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. Tra i primi a comprendere il sistema di Cosa Nostra, ha creato un metodo investigativo diventato modello nel mondo e, insieme al pool antimafia, ha istruito il primo maxiprocesso a Cosa Nostra.

Nel 1979 Gio­van­ni Fal­co­ne appro­dò alla giu­sti­zia pena­le e nel 1980 Roc­co Chin­ni­ci asse­gnò a Fal­co­ne l’in­da­gi­ne su Rosa­rio Spa­to­la, col­le­ga­to anche alla mafia ame­ri­ca­na. Qui comin­ciò un gran­de lavo­ro di inda­gi­ni ban­ca­rie e patrimoniali.

Roc­co Chin­ni­ci fu assas­si­na­to e come suo suc­ces­so­re a diri­ge­re l’Ufficio Istru­zio­ne ven­ne man­da­to Anto­ni­no Capon­net­to nel 1983, un magi­stra­to sici­lia­no che appog­ge­rà e soster­rà Gio­van­ni Fal­co­ne. È con esso che nac­que il pool anti­ma­fia, l’equipe che si occu­pe­rà del­le inda­gi­ni a Cosa Nostra, che impe­gna­ro­no la squa­dra per mol­ti anni. Ma la con­di­vi­sio­ne del­le infor­ma­zio­ni per coglie­re le dina­mi­che del­le stra­te­gie era forte. 

Nel pool, ad affian­ca­re Fal­co­ne vi era­no i magi­stra­ti Giu­sep­pe Di Lel­lo, Pao­lo Bor­sel­li­no e Leo­nar­do Guar­not­ta. A segui­to dell’interrogatorio al pen­ti­to Tom­ma­so Buscet­ta, si ebbe una svol­ta nel­le inda­gi­ni con­tro Cosa Nostra, defi­ni­ta dal giu­di­ce Fal­co­ne come un’organizzazione uni­ca con strut­tu­ra ver­ti­ci­sti­ca al cui inter­no non esi­sto­no grup­pi con capa­ci­tà deci­sio­na­le auto­no­ma. Ven­ne istrui­to il maxiprocesso. 

Nessuna aula di tribunale a Palermo, e forse nel mondo, avrebbe potuto contenere un simile processo.

Per que­sto, l’al­lo­ra Mini­stro del­la Giu­sti­zia Mino Mar­ti­naz­zo­li inviò nel capo­luo­go sici­lia­no la fun­zio­na­ria Lilia­na Fer­ra­ro per coor­di­na­re la costru­zio­ne, a fian­co del car­ce­re del­l’Uc­ciar­do­ne, di una gran­de aula, che ven­ne com­ple­ta­ta in soli sei mesi e ven­ne subi­to sopran­no­mi­na­ta aula bun­ker, di for­ma otta­go­na­le e dimen­sio­ni adat­te a con­te­ne­re sva­ria­te cen­ti­na­ia di per­so­ne. L’au­la ave­va siste­mi di pro­te­zio­ne tali da poter resi­ste­re anche ad attac­chi di tipo mis­si­li­sti­co e fu dota­ta di un siste­ma com­pu­te­riz­za­to di archi­via­zio­ne degli atti, sen­za il qua­le un pro­ces­so di tali pro­por­zio­ni non sareb­be sta­to possibile.

Quan­do il pool comin­ciò a lavo­ra­re al gran­de maxi­pro­ces­so a Cosa Nostra, i due col­la­bo­ra­to­ri di Fal­co­ne, Giu­sep­pe Mon­ta­na e Nin­ni Cas­sa­rà, ven­ne­ro uccisi.

Solo nel 1987 si concluse il maxiprocesso, con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia. 

A dicem­bre del 1986, Fal­co­ne ven­ne nomi­na­to pro­cu­ra­to­re del­la repub­bli­ca di Mar­sa­la, men­tre il pool ven­ne sciol­to nel 1988. Nel gen­na­io 1990 coor­di­nò un’in­chie­sta che por­tò all’ar­re­sto di quat­tor­di­ci traf­fi­can­ti colom­bia­ni e sici­lia­ni. Il 30 gen­na­io del 1992, una sen­ten­za sto­ri­ca del­la Cor­te di Cas­sa­zio­ne rico­nob­be vali­do l‘impianto accu­sa­to­rio che ave­va por­ta­to alla sen­ten­za di pri­mo gra­do del maxi­pro­ces­so. La Supre­ma Cor­te ripri­sti­nò gli erga­sto­li e le con­dan­ne annul­la­ti in appel­lo per boss e gregari. 

Il suc­ces­si­vo 23 mag­gio del­lo stes­so anno, lun­go l’autostrada che por­ta a Paler­mo, all’altezza del­lo svin­co­lo di Capa­ci, una ter­ri­fi­can­te esplo­sio­ne disin­te­grò il cor­teo di auto e ucci­se Gio­van­ni Fal­co­ne, la moglie Fran­ce­sca Mor­vil­lo e, insie­me a loro, anche agli agen­ti del­la scor­ta Roc­co Dicil­lo, Anto­nio Mon­ti­na­ro e Vito Schifani. 

Chi tace e chi pie­ga la testa muo­re ogni vol­ta che lo fa, chi par­la e chi cam­mi­na a testa alta muo­re una vol­ta sola.

Il 19 luglio del 1992, a 57 gior­ni dall’attentato, la mafia tor­nò ad alza­re il tiro e ucci­se Pao­lo Bor­sel­li­no, col­le­ga e ami­co di una vita di Fal­co­ne, e la sua scorta.

Tut­ti i più gran­di lati­tan­ti, com­pre­so il boss Mat­teo Mes­si­na Dena­ro, lati­tan­te dal 1993 cat­tu­ra­to lo scor­so gen­na­io, ora si tro­va­no in car­ce­re, e l’azione del­la magi­stra­tu­ra e del­le for­ze dell’ordine non si è mai fermata.

La fra­se che fa rife­ri­men­to all’ar­re­sto di Mat­teo Mes­si­na Dena­ro tra i tan­ti bigliet­ti sul­la tom­ba di Falcone. 

«Un inse­gna­men­to di Gio­van­ni Fal­co­ne resta sem­pre con noi: la mafia può esse­re bat­tu­ta ed è desti­na­ta a fini­re» ha affer­ma­to il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Ser­gio Mat­ta­rel­la duran­te la cele­bra­zio­ne annua­le a Paler­mo del 23 maggio.

Duran­te la mani­fe­sta­zio­ne non sono pur­trop­po man­ca­ti momen­ti di ten­sio­ne: rap­pre­sen­tan­ti di  nume­ro­se asso­cia­zio­ni del­la socie­tà civi­le, com­pre­si alcu­ni stu­den­ti, diret­ti ver­so l’albero Fal­co­ne dove si con­clu­de abi­tual­men­te la com­me­mo­ra­zio­ne, sono sta­ti bloc­ca­ti dagli agen­ti di poli­zia su ordi­nan­za del que­sto­re di Paler­mo Laric­chia, per­ché rite­nu­ti peri­co­lo­si. «Non sie­te Sta­to voi, ma sie­te sta­ti voi» han­no pro­te­sta­to chie­den­do giu­sti­zia sul­le stra­gi del 1992.

Candida Battaglia

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