Il genocidio del Ruanda e l’ingiustizia normalizzata

Il genocidio del Ruanda e l’ingiustizia normalizzata

Era il 6 apri­le 1994 quan­do l’aereo che tra­spor­ta­va Habya­ri­ma­na, l’allora pre­si­den­te del Ruan­da, veni­va col­pi­to da due raz­zi: del­la mor­te del capo del­lo sta­to di etnia hutu è sta­ta accu­sa­ta la mino­ran­za tutsi, dan­do così ini­zio a cen­to gior­ni di mas­sa­cri (si con­ta­no alme­no otto­cen­to­mi­la decessi). 

Jean Paul Habimana all’epoca aveva dieci anni e nel suo libro Nonostante la paura racconta il genocidio attraverso la propria esperienza: la perdita di familiari, il vivere situazioni estreme, ma anche l’impatto che ciò ha avuto sulla sua vita. 

Oggi è pro­fes­so­re di reli­gio­ne in un liceo mila­ne­se e si fa por­ta­vo­ce dell’importante memo­ria del­la pagi­na più nera del suo pae­se, usan­do il ricor­do anche come fil­tro per ana­liz­za­re l’attualità.


Nel suo libro Nono­stan­te la pau­ra ci spie­ga che, a dif­fe­ren­za di quan­to comu­ne­men­te si cre­de, non è pos­si­bi­le distin­gue­re un tutsi da un hutu basan­do­si sul­le sole carat­te­ri­sti­che fisi­che, trat­tan­do­si di ter­mi­ni che, ori­gi­na­ria­men­te, indi­ca­va­no le diver­se clas­si socia­li. Come que­ste cate­go­rie sono diven­ta­te “etnie”? E per­ché sono emer­se diver­gen­ze tra tutsi e hutu?

Pri­ma del colo­nia­li­smo il pote­re ruan­de­se era gesti­to da clan.  All’arrivo dei colo­niz­za­to­ri (prin­ci­pal­men­te i bel­gi), regna­va il clan di Aba­ny­i­gi­nya, uno dei 18 pre­sen­ti in Ruan­da. I 18 clan era­no: Aba­ban­da, Aba­sin­ga, Aba­sin­di, Abe­ga, Aba­zi­ga­ba, Aba­ge­se­ra, Aba­ny­i­gi­nya, Aba­cya­ba, Abun­gu­ra, Aba­sham­bo, Aba­tso­be, Aba­ko­no, Aba­ha, Abe­nen­go, Aba­nya­ka­ra­ma, Aba­si­ta, Abon­ge­ra e Abe­neng­we. In real­tà que­ste era­no gran­di fami­glie che poi col pas­sa­re del tem­po si mesco­la­ro­no con altre. Nel­la sto­ria del Ruan­da, ci sono sta­ti altri clan che han­no gover­na­to il Pae­se negli anni pre­ce­den­ti al perio­do di cui stia­mo trat­tan­do, cioè l’epoca dell’arrivo dei colo­niz­za­to­ri. Alcu­ni nomi si per­se­ro, altri non ven­ne­ro più anno­ta­ti come tali, per­ché dal colo­nia­li­smo in poi i ruan­de­si foca­liz­za­ro­no la loro iden­ti­tà sul­le clas­si socia­li dive­nu­te “raz­ze” inve­ce di rife­rir­si agli anti­chi clan. 

Va sot­to­li­nea­to che all’interno di ogni clan, pri­ma dell’arrivo dei colo­niz­za­to­ri, era­no pre­sen­ti tut­ti e tre i grup­pi socia­li Tutsi (alle­va­to­ri), Hutu (agri­col­to­ri) e Twa (cac­cia­to­ri), e che non vi furo­no mai ten­sio­ni tra hutu e tutsi, ben­sì tra i vari clan. Pri­ma del colo­nia­li­smo il popo­lo si rico­no­sce­va prin­ci­pal­men­te nei clan, men­tre i grup­pi socia­li era­no in ogni fami­glia. Si giun­se al libret­to d’identità (Ibu­ku, in kinyar­wan­da, dall’inglese book: libro), all’inizio degli anni ’30, con l’indicazione del­la “raz­za”, appli­can­do così appie­no le teo­rie del “raz­zi­smo scien­ti­fi­co” da tut­ti cele­bra­to in Euro­pa. Se pri­ma era pos­si­bi­le cam­bia­re atti­vi­tà pas­san­do da agri­col­to­re hutu ad alle­va­to­re e diven­ta­re auto­ma­ti­ca­men­te tutsi, poi non fu più pos­si­bi­le, per­ché l’Ibuku lo vie­ta­va. Da quel momen­to un agri­col­to­re hutu, se anche fos­se dive­nu­to alle­va­to­re, sareb­be rima­sto comun­que hutu, lui e tut­ti i discen­den­ti per linea paterna. 

La sem­pli­ce clas­se socia­le era dive­nu­ta “raz­za”. È da que­sto momen­to che comin­cia­no la riva­li­tà e gli scon­tri. All’epoca, gli hutu era­no cir­ca l’85% del­la popo­la­zio­ne, i tutsi il 14% e i twa, pochis­si­mi, cir­ca l’1%. Le stes­se per­cen­tua­li, gros­so­mo­do, del 1994, alla vigi­lia del geno­ci­dio dei tutsi in Rwan­da. Col tem­po si cam­biò la dici­tu­ra, inve­ce del­la paro­la raz­za si scris­se “etnia”, ma il signi­fi­ca­to è rima­sto quel­lo razziale. 

Nel 1957 vie­ne pub­bli­ca­to il Mani­fe­sto dei bahu­tu e nel 1990 sono dif­fu­se le die­ci leg­gi bahu­tu, entram­be inci­ta­zio­ni all’odio raz­zia­le. Ci si pote­va aspet­ta­re la dege­ne­ra­zio­ne avve­nu­ta nel 1994? Il geno­ci­dio pote­va esse­re evitato?

Sicu­ra­men­te gli intel­let­tua­li pote­va­no asso­lu­ta­men­te aspet­tar­se­lo per moti­vi mol­to evi­den­ti, come una discri­mi­na­zio­ne siste­ma­ti­ca dei tutsi nel­le scuo­le o nei lavo­ri pub­bli­ci. La discri­mi­na­zio­ne che ave­va pre­ce­du­to la Shoah era chia­ra a tut­ti ma nes­su­no ha volu­to impa­ra­re da essa. Si sareb­be potu­to evi­ta­re il geno­ci­dio se la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le fos­se sta­ta dav­ve­ro atten­ta a garan­ti­re i dirit­ti fon­da­men­ta­li dell’uomo. All’inizio del geno­ci­dio, tut­ti gli occi­den­ta­li sono scap­pa­ti insie­me ai loro ave­ri, addi­rit­tu­ra con i loro cani, ma non han­no volu­to inter­ve­ni­re diret­ta­men­te per impe­di­re i mas­sa­cri. Avreb­be­ro potu­to inter­ve­ni­re, ma non l’hanno fatto.

Qual è la pri­ma imma­gi­ne che le vie­ne in men­te pen­san­do al genocidio?

“L’i­po­cri­sia”. L’ipocrisia di un mon­do che sem­bra uni­to (glo­ba­liz­za­zio­ne), men­tre al suo inter­no ci sono del­le divi­sio­ni mol­to for­ti. Men­tre nel 1994 in Rwan­da teme­va­mo la fine del mon­do, altro­ve le per­so­ne con­ti­nua­va­no la loro vita abi­tua­le: disco­te­ca, scuo­la, lavo­ro, diver­ti­men­to; insom­ma, la vita per l’altra par­te del mon­do anda­va avan­ti nel­la nor­ma­li­tà più asso­lu­ta. Pen­san­do al geno­ci­dio che ho vis­su­to vedo un mon­do “ipo­cri­ta”, in quan­to anche oggi, nel 2023, men­tre i poli­ti­ci occi­den­ta­li stan­no liti­gan­do chie­den­do­si se acco­glie­re o non acco­glie­re gli immi­gra­ti, dall’altra par­te del mon­do c’è chi sta viven­do più o meno ciò che 29 anni fa mi ha por­ta­to a diven­ta­re orfa­no di padre, a per­de­re tan­ti paren­ti e a tro­var­mi sen­za casa. Eppu­re, sia­mo qui a chie­der­ci se è giu­sto acco­glie­re gli immi­gra­ti o meno, men­tre i poli­ti­ci occi­den­ta­li fan­no con­ti­nua­men­te accor­di con i poli­ti­ci dei pae­si di pro­ve­nien­za dei pro­fu­ghi. Sia­mo in un mon­do ipocrita.

Nel suo libro rac­con­ta di tut­te le dif­fi­ci­li con­di­zio­ni di vita che ha dovu­to sop­por­ta­re per soprav­vi­ve­re: in par­roc­chia, in con­ven­to, mura­to in casa, in una fos­sa sot­to le foglie di bana­no, cir­con­da­to dal­la distru­zio­ne. Ha mai temu­to di non far­ce­la, di non riu­sci­re a sop­por­ta­re oltre? E cosa le dava la for­za di resistere?

Duran­te il geno­ci­dio, teme­vo pro­prio di non far­ce­la. Pre­ga­vo con­ti­nua­men­te Dio di far­mi pas­sa­re solo un gior­no e far­mi mori­re il gior­no dopo. Pre­ga­vo tan­to. Con­ti­nua­men­te face­vo pro­mes­se e fio­ret­ti. Tra gli altri pro­met­te­vo con­ti­nua­men­te di diven­ta­re pre­te: se Dio mi aves­se aiu­ta­to, sarei diven­ta­to pre­te. Dopo il geno­ci­dio ci ho pro­va­to, ma ad un cer­to pun­to mi sono reso con­to che quel­la pro­mes­sa fat­ta a Dio in quel deter­mi­na­to momen­to era trop­po più for­te di me e sono usci­to dal semi­na­rio nono­stan­te mi man­cas­se­ro pochi mesi per esse­re ordinato.

Si sen­te par­la­re spes­so anche oggi di cam­pi pro­fu­ghi, ma è dif­fi­ci­le visua­liz­za­re che cosa signi­fi­chi effet­ti­va­men­te viver­ci all’interno: com’è sta­ta la sua espe­rien­za pres­so il cam­po Nyarushishi?

La mia espe­rien­za nel cam­po di Nya­ru­shi­shi è sta­ta tut­to som­ma­to bel­la e mi ha arric­chi­to. Ero un bam­bi­no di 10 anni. Sono entra­to in quel cam­po dopo due mesi di vero infer­no: ave­vo pas­sa­to mesi sen­za nean­che vede­re la luce del sole. Nel cam­po gli assas­si­ni pote­va­no entra­re in qual­sia­si momen­to ma non so per qua­le moti­vo io mi sen­ti­vo pro­prio bene. La vita era duris­si­ma, ave­va­mo da man­gia­re gra­zie alla Cro­ce ros­sa che ci for­ni­va il cibo neces­sa­rio, men­tre per l’acqua era dav­ve­ro un’impresa. I bagni era­no qual­co­sa di vomi­te­vo­le, ma in quel con­te­sto, la mia prio­ri­tà era la gio­ia di poter­mi gode­re final­men­te il sole.

Come lei stes­so rac­con­ta nel suo libro, quan­do il geno­ci­dio è sta­to dichia­ra­to con­clu­so il pae­se era deva­sta­to: mol­ti orfa­ni e vedo­ve, vil­lag­gi rasi al suo­lo e geno­ci­da­ri anco­ra a pie­de libe­ro. Com’è pos­si­bi­le fare giu­sti­zia dopo un even­to di que­sta por­ta­ta? Si è in gra­do di perdonare?

Il geno­ci­dio è avve­nu­to all’interno del­lo stes­so popo­lo ruan­de­se e non è sta­to faci­le fare giu­sti­zia. In ogni caso, gra­zie al Gaca­ca, il tri­bu­na­le tra­di­zio­na­le ruan­de­se, è sta­to pos­si­bi­le guar­dar­si in fac­cia e fare giu­sti­zia anche se non sem­pre in modo inec­ce­pi­bi­le. Chi ha con­fes­sa­to di ave­re par­te­ci­pa­to al geno­ci­dio, dimo­stran­do il pen­ti­men­to, è sta­to libe­ra­to. Lo sta­to ha atti­va­to tan­tis­si­me ini­zia­ti­ve che han­no aiu­ta­to le vit­ti­me a con­vi­ve­re con gli assas­si­ni. È’ sta­to un per­cor­so dif­fi­ci­le ma neces­sa­rio e direi uni­co e giu­sto. Per quan­to riguar­da il per­do­no, inve­ce, di fat­to è sem­pre una que­stio­ne per­so­na­le. Il per­do­no è un dono, e come tut­ti i doni, non è per tutti.

Quan­to è impor­tan­te ricor­da­re e testi­mo­nia­re? È sta­to dif­fi­ci­le per lei ini­zia­re a raccontare?

Testi­mo­nia­re è più che altro un atto di corag­gio; è il corag­gio di rac­con­ta­re cose e fat­ti che spes­so nes­su­no ha voglia di ascol­ta­re. Tut­ta­via è nel­lo stes­so tem­po un dove­re mora­le che ogni soprav­vis­su­to dovreb­be ono­ra­re. Non è mini­ma­men­te faci­le rac­con­ta­re que­ste espe­rien­ze così for­ti e dram­ma­ti­che per­ché ogni vol­ta le feri­te si ria­pro­no, ma man mano che si appro­fon­di­sce si arri­va a ren­der­si con­to che dav­ve­ro vale la pena testi­mo­nia­re per un mon­do migliore.

Cer­can­do di dare una giu­sti­fi­ca­zio­ne al geno­ci­dio, nel suo libro riflet­te su quel­la che lei defi­ni­sce “un’ingiustizia nor­ma­liz­za­ta”. Che cosa inten­de con que­sti ter­mi­ni? C’è il rischio con­cre­to che tale ingiu­sti­zia pos­sa por­ta­re a gra­vi con­se­guen­ze anche oggi?

Pur­trop­po l’ingiustizia nor­ma­liz­za­ta è all’ordine di ogni gior­no e fin­ché non ci toc­ca per­so­nal­men­te, vie­ne vis­su­ta come “nor­ma­li­tà”. Così, ad esem­pio, le comu­ni­tà rom ven­go­no sem­pli­ce­men­te viste come “peri­co­lo­se”; non si cer­ca di cono­sce­re la loro sto­ria e di capi­re come vivo­no. Oggi è diven­ta­to nor­ma­le par­la­re di sgom­be­ra­re un cam­po rom sen­za offri­re mini­ma­men­te nes­su­na abi­ta­zio­ne alter­na­ti­va; non si tie­ne con­to dei mino­ri e del­le per­so­ne più fra­gi­li che fan­no par­te di quel­la gente.

In Ita­lia sem­bra nor­ma­le che la buro­cra­zia sia ele­fan­tia­ca o addi­rit­tu­ra non fun­zio­ni e poi, come in tut­te le cose, quan­do c’è una cosa che non va, le con­se­guen­ze peg­gio­ri rica­do­no sul­le cate­go­rie meno pro­tet­te. Sem­bra nor­ma­le acco­glie­re i pro­fu­ghi ucrai­ni, atti­van­do tut­te le age­vo­la­zio­ni degne di un popo­lo civi­le, e lascia­re gli altri immi­gra­ti al loro desti­no, come se fos­se­ro per­so­ne di serie b. Que­sto a mio avvi­so ha dimo­stra­to quan­to sia vero il det­to: “Il vero e il fal­so spes­so si asso­mi­glia­no, la dif­fe­ren­za sta nel­la loro durata”.

Il caso ucrai­no avreb­be potu­to rap­pre­sen­ta­re un’opportunità per rifor­ma­re l’accoglienza di chi vie­ne in Ita­lia. Eppu­re, oggi sem­bra tut­to come pri­ma, anzi, sem­bra peg­gio. Ci si chie­de anco­ra se sia giu­sto acco­glie­re o meno e soprat­tut­to chi acco­glie­re. L’elenco del­le “ingiu­sti­zie nor­ma­liz­za­te” pur­trop­po è lun­go e all’ordine del gior­no. Ne ho cita­ta qual­cu­na nel­la spe­ran­za che, un gior­no, la clas­se diri­gen­te pos­sa ren­der­si con­to che ogni pae­se è come una bar­ca nel mare: o ci sal­via­mo tut­ti o affo­ghia­mo tut­ti. L’ingiustizia è ben­da­ta come la giu­sti­zia e può col­pi­re chiun­que. È solo que­stio­ne di come e di quando.

Con­di­vi­di:
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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