Il sol dell’avvenire e il ritorno sulla scena di Nanni Moretti

Il sol dell’avvenire e il ritorno sulla scena di Nanni Moretti

Dopo due anni dal­la distri­bu­zio­ne di Tre Pia­ni, Nan­ni Moret­ti è tor­na­to sul­la sce­na cine­ma­to­gra­fi­ca ita­lia­na e inter­na­zio­na­le con il film Il sol dell’avvenire.

Gio­van­ni, pro­ta­go­ni­sta del­la sto­ria, è un regi­sta, ed è momen­ta­nea­men­te impe­gna­to con tre film: il pri­mo è quel­lo che sta diri­gen­do e in esso figu­ra­no Ennio, gior­na­li­sta dell’Unità e segre­ta­rio del­la sezio­ne del PCI al Quar­tic­cio­lo, e Vera, sua moglie. Insie­me, par­ti­co­lar­men­te entu­sia­sti per l’arrivo a Roma del cir­co unghe­re­se Buda­vá­ri vedran­no il pro­prio fer­vo­re mori­re sul nasce­re, a cau­sa dei sol­le­va­men­ti popo­la­ri a Buda­pe­st con­tro il gover­no filo­so­vie­ti­co di Mátyás Ráko­si. 

Il secon­do è un film mai con­cre­tiz­za­to a cui però ha sem­pre rivol­to il suo pen­sie­ro: ci sono due ragaz­zi inna­mo­ra­ti, l’evoluzione del­la loro sto­ria e mol­tis­si­me can­zo­ni d’amore ita­lia­ne. Il ter­zo inve­ce, lo sta scri­ven­do, ed è la sto­ria di Ned, che di ritor­no da una festa ver­so casa, attra­ver­sa pisci­na per pisci­na, ritro­van­do­si suc­cu­be di una con­sa­pe­vo­lez­za piut­to­sto sco­mo­da: sa di aver rag­giun­to il pun­to api­ca­le del­la sua vita, quel­lo che pre­lu­de al declino. 

Gio­van­ni vuo­le esse­re fede­le a sé stes­so e al suo ruo­lo, con dei riti che deve neces­sa­ria­men­te com­pie­re pri­ma e duran­te la dire­zio­ne del pro­prio film (in que­sti, tra l’altro, saran­no coin­vol­ti anche tut­ti i suoi col­la­bo­ra­to­ri), con un for­te sen­ti­men­to pater­na­li­sti­co nei con­fron­ti del cine­ma che lo por­te­rà ad esse­re restio ad abbas­sar­si alle poli­ti­che eco­no­mi­che del mer­ca­to cinematografico. 

Sembra quasi che Giovanni senta una responsabilità nei confronti del cinema, e che qualunque forma di compromesso, possa determinare un deterioramento di quest’ultimo:

chi lo guar­da da fuo­ri può cre­der­lo un puri­sta, ma in real­tà for­se è solo spic­ca­ta la sua atten­zio­ne nei con­fron­ti di ciò che sem­bra esse­re non più un’arte, ben­sì un mer­ca­to dove neces­sa­ria­men­te biso­gna rispet­ta­re le aspet­ta­ti­ve degli spet­ta­to­ri (soprat­tut­to se si ha alle spal­le una lun­ga car­rie­ra come la sua) e del­la pro­du­zio­ne. Il cine­ma è diven­ta­to fuga­ce, si cer­ca di ren­de­re il tur­ning point duran­te i pri­mi secon­di del film, pale­san­do la super­fi­cia­li­tà di chi li diri­ge e di chi deci­de di spet­ta­co­la­riz­za­re ciò che non andreb­be spet­ta­co­la­riz­za­to (non per una que­stio­ne reto­ri­ca-mora­le, ma per rispet­to nei con­fron­ti dell’azione stes­sa che si com­pie e del­la vicen­da che si narra).

Gio­van­ni ha una com­pa­gna, Pao­la, una pro­dut­tri­ce con cui con­di­vi­de la pro­pria vita da cir­ca 40 anni. Nono­stan­te da ciò pos­sa sor­ge­re una cer­ta linea­ri­tà, il film in real­tà met­te in evi­den­za le dif­fi­col­tà del tene­re vivo un rap­por­to coniu­ga­le in cui c’è un lui, che si rac­con­ta come un cini­co, un per­fe­zio­ni­sta e un nostal­gi­co, e una lei, che inve­ce si rive­la mag­gior­men­te aper­ta alla con­trad­di­zio­ne e ai con­ti­nui cam­bia­men­ti che riguar­da­no il modo con cui vive la rela­zio­ne, la pro­pria quo­ti­dia­ni­tà e il pro­prio lavoro. 

C’è da dire però che forse, il reale protagonista di questo film, è l’evoluzione. Il cinema evolve, come l’uomo, ed entrambi, sono fortemente accomunati da numerose contraddizioni che spesso si fa fatica a palesare e a comprendere. 

Una vol­ta pre­sa con­sa­pe­vo­lez­za di ciò, si diven­ta più leg­ge­ri e si ini­zia ad osser­va­re il mon­do con occhi diver­si.

La con­trad­di­zio­ne però che emer­ge mag­gior­men­te, è quel­la che riguar­da l’individualità del pro­ta­go­ni­sta: tal­men­te for­te, da sem­bra­re qua­si uni­ca e irri­pe­ti­bi­le, ma in cui in real­tà, facil­men­te ci si può imme­de­si­ma­re. Tut­ti noi sia­mo Gio­van­ni, tut­ti noi sia­mo uno, nes­su­no, cen­to­mi­la e quan­do ne si pren­de con­sa­pe­vo­lez­za, sem­bra qua­si sia trop­po tardi.

Lascian­do da par­te i sen­ti­men­ta­li­smi, Moret­ti ha nuo­va­men­te dato con que­sto film la pos­si­bi­li­tà all’uomo di poter­si espor­re, rico­no­scen­do la velo­ci­tà del cam­bia­men­to, suo e del mon­do che lo cir­con­da. Non è un film sul­la nostal­gia (nono­stan­te ci sia­no dei chia­ri rife­ri­men­ti ad alcu­ni film del ‘900), non è nem­me­no un film che vuo­le esse­re pater­na­li­sta e che ha l’intento di riven­di­ca­re il deca­di­men­to dell’attuale mon­do cine­ma­to­gra­fi­co, sem­pli­ce­men­te, è un film che vuo­le rac­con­ta­re come stan­no le cose ora, con schiet­tez­za.

Appe­na usci­ti dal cine­ma, si è pro­ta­go­ni­sti di un vuo­to esi­sten­zia­le det­ta­to dal­la pre­sa di coscien­za di un muta­men­to irre­ver­si­bi­le, e paral­le­la­men­te, di un entu­sia­smo impa­ra­go­na­bi­le det­ta­to dall’autenticità del film. Per Moret­ti non c’è una via di mez­zo, ti deve far sape­re che anche tu sei sta­to vit­ti­ma di que­sto cam­bia­men­to e che comun­que, hai la pos­si­bi­li­tà di poter­lo vive­re, o con una for­te ten­sio­ne nostal­gi­ca o con una for­ma attu­ti­ta di disin­te­res­se.

Il trai­ler del film
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Maria Pia Loiacono
Stu­den­tes­sa di beni cul­tu­ra­li, scri­vo con lo sco­po di impa­ra­re più cose del mon­do che mi cir­con­da, cer­can­do di far­mi e far­vi incuriosire.

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