Il viaggio bestiale. In cerca del sogno americano sul tetto di un treno

Il viaggio bestiale. In cerca del sogno americano sul tetto di un treno

L’ultimo report dispo­ni­bi­le ci dice che solo nel novem­bre 2022 la poli­zia ame­ri­ca­na è entra­ta in con­tat­to con 206.239 migran­ti sul con­fi­ne con il Mes­si­co. Que­sti nume­ri dimo­stra­no che il feno­me­no migra­to­rio cen­tro ame­ri­ca­no ha dimen­sio­ni gigan­te­sche: que­sto — dopo mar­zo 2022 quan­do si regi­stra­ro­no 224.370 encoun­ters – è il dato più ele­va­to degli ulti­mi 22 anni.

Gran par­te dei migran­ti pro­vie­ne da Gua­te­ma­la, Hon­du­ras, San Sal­va­dor, mol­ti meno pro­ven­go­no dal ter­ri­to­rio mes­si­ca­no. Cer­ta­men­te, la spro­por­zio­ne tra cen­tro ame­ri­ca­ni e mes­si­ca­ni si acui­sce se si con­si­de­ra­no i ten­ta­ti­vi di acces­so agli Sta­ti Uni­ti tra­mi­te pas­sag­gi ille­ga­li. Una del­le moda­li­tà di attra­ver­sa­men­to del­la fron­tie­ra è l’utilizzo di un fami­ge­ra­to tre­no mer­ci, sopran­no­mi­na­to “la bestia” o “tren de la muer­te” o, anco­ra, “tren de los desco­no­si­dos”. Ini­zia la sua cor­sa nel­lo sta­to del Chia­pas, nel pro­fon­do sud del Mes­si­co, al con­fi­ne con il Guatemala. 

Qui uomini, donne e bambini alla ricerca di salvezza dalla povertà latente, si arrampicano sul convoglio e iniziano un viaggio che li conduce verso la terra promessa: gli Stati Uniti. 

Non viag­gia­no su sedi­li, non esi­sto­no clas­si, tavo­li­ni e con­trol­li del bigliet­to: si anco­ra­no sul tet­to del tre­no, non pos­so­no addor­men­tar­si, cadreb­be­ro sul­le rota­ie, per fini­re maciul­la­ti dal tre­no; non por­ta­no qua­si nul­la con sé, ven­go­no da nien­te e cor­ro­no ver­so l’utopica ric­chez­za ame­ri­ca­na. Viag­gian­do in que­sto modo i migran­ti ten­ta­no di evi­ta­re i chec­k­point dell’immigrazione e i cen­tri di deten­zio­ne spar­si per tut­to il ter­ri­to­rio e pos­so­no far­lo gra­tui­ta­men­te, evi­tan­do di affi­dar­si ai “mer­can­ti di uomi­ni” che con­sen­to­no l’attraversamento del­la fron­tie­ra die­tro il paga­men­to di cir­ca 3000 dol­la­ri, una cifra irrag­giun­gi­bi­le per la mag­gior par­te dei migranti. 

Un prez­zo per que­sta trat­ta, tut­ta­via, esi­ste ed è più alto di qual­sia­si altro bigliet­to fer­ro­via­rio: il nume­ro di vit­ti­me è disu­ma­no, su 25 migran­ti par­ti­ti si sti­ma che solo 5 rag­giun­ga­no gli Sta­ti Uni­ti. Su quel tre­no sal­go­no media­men­te 300 per­so­ne al gior­no. Il per­cor­so è cruen­to: lun­go la via i migran­ti ven­go­no attac­ca­ti dai coyo­te, fin­ti poli­ziot­ti mes­si­ca­ni, spo­glia­ti dei — già esi­gui — ave­ri, vio­len­ta­ti, depor­ta­ti in car­ce­ri sovraf­fol­la­te, spes­so rim­pa­tria­ti dopo esse­re sta­ti cat­tu­ra­ti; il rischio pro­vie­ne anche dal tre­no stes­so che con la sua cor­sa fol­le non si fer­ma davan­ti a nes­sun cor­po, tra­vol­ge, ampu­ta, sca­ra­ven­ta fuo­ri bor­do i pas­seg­ge­ri appol­la­ia­ti sul­la sua som­mi­tà. Ad affron­ta­re que­sto viag­gio spes­so sono bam­bi­ni e bam­bi­ne, il 5% di loro viag­gia solo; il docu­men­ta­rio Which way home (Rebec­ca Cam­mi­sa, 2009) ha avu­to il corag­gio di mostra­re pro­prio que­sto aspet­to, inter­vi­stan­do alcu­ni mino­ri che ten­ta­va­no la tra­ver­sa­ta. Kevin e Fito han­no 14 e 13 anni, viag­gia­no con­tan­do solo su sé stes­si, un mate­ras­si­no per dor­mi­re, il sogno ame­ri­ca­no negli occhi. 

«Ti amo tan­to mam­ma, non voglio veder­ti sof­fri­re, vado negli Sta­ti Uni­ti a lavo­ra­re» scri­ve Juan Car­los, 13 anni, nel­la let­te­ra che ha posa­to sul let­to di casa pri­ma di par­ti­re. Fito, alla doman­da «chi vor­re­sti esse­re?», rispon­de: «non so, qual­sia­si per­so­na». Da un lato madri dispe­ra­te che pur di miglio­ra­re la qua­li­tà di vita dei figli, li guar­da­no affron­ta­re un viag­gio mor­ta­le, per­den­do le loro trac­ce; dice, una don­na inter­vi­sta­ta, oggi resi­den­te negli USA, soprav­vis­su­ta alla “bestia”: «non voglio toglier­li (ai figli, nda) la pos­si­bi­li­tà di una nuo­va vita». Dall’altra, la pro­va di una situa­zio­ne tan­to dram­ma­ti­ca da disu­ma­niz­za­re gli stes­si pro­ta­go­ni­sti che con il viag­gio sen­to­no di diven­ta­re uma­ni.

A rac­con­ta­re la tra­ver­sa­ta è anche il libro Migran­tes. Clan­de­sti­no ver­so il sogno ame­ri­ca­no (Bfs edi­zio­ni, 2015) di Fla­via­no Bian­chi­ni che, fin­gen­do­si un migran­te peru­via­no, ha rag­giun­to Tuc­son (US) par­ten­do da Tecun Uman (Gua­te­ma­la), viag­gian­do sul­la bestia sen­za pas­sa­por­to, aggrap­pa­to a quel tre­no mer­ci, attra­ver­san­do il Mes­si­co inte­ro, pre­da dei coyo­tes, dei pol­le­ros, di grup­pi come il car­tel­lo di Sina­loa, per aprir­ci gli occhi su quan­to avvie­ne quo­ti­dia­na­men­te in cen­tro america. 

Fla­via­no spe­di­sce i suoi docu­men­ti a un ami­co, assu­me l’identità di un migran­te peru­via­no, Aymar Blan­co e con qual­che sol­do nel dop­pio-fon­do del­le mutan­de e una maglia del Bar­cel­lo­na si mischia agli sven­tu­ra­ti.  «Qual­cu­no dove­va pur rac­con­ta­re al mon­do quel­la situa­zio­ne. Io ero nel­le con­di­zio­ni di poter­lo fare e l’ho fat­to. In un cer­to sen­so non pote­vo sot­trar­mi» dice in un’intervista. Migran­tes è un libro pie­no di veri­tà, nudo nel­la sua one­stà: quan­do final­men­te il pro­ta­go­ni­sta giun­ge a Tuc­son il pas­sa­por­to arri­va dopo 24 ore e di que­sti ulti­mi momen­ti dice: «Quel­le 24 ore le ho pas­sa­te in un par­co pub­bli­co. Poi ho final­men­te rice­vu­to il pas­sa­por­to e con esso la car­ta di cre­di­to. La mag­gior par­te del­la gen­te a cui lo ho rac­con­ta­to mi ha det­to: “sei anda­to a far­ti una doc­cia!”. La mia rispo­sta è “si vede che non hai mai avu­to fame”. La pri­ma cosa che ho fat­to una vol­ta recu­pe­ra­ti i sol­di è anda­re a man­gia­re».

Uno dei principali problemi, infatti, è recuperare viveri durante il viaggio: nel tempo sono nati alcuni rifugi lungo la tratta percorsa dal treno che offrono rifornimento, letti e assistenza medica.

Hou­se of Migran­ts, fon­da­ta da Memo Rami­rez Gar­du­za, è una di que­sti: qui nes­su­no inco­rag­gia i viag­gia­to­ri a pro­se­gui­re, «il Mes­si­co è il pas­sag­gio del­la mor­te», l’intero ter­ri­to­rio è una fron­tie­ra con­ti­nua a cau­sa dell’azione del­la poli­zia, del­le maras e dei car­tel­li, del­la fame e del­lo stes­so tre­no, il tuo miglio­re ami­co o il tuo peg­gior nemi­co. Nel 2008, la Cor­te Supre­ma mes­si­ca­na ave­va sta­bi­li­to che chiun­que gestis­se rifu­gi sen­za una pro­spet­ti­va di gua­da­gno non può esse­re con­si­de­ra­to col­pe­vo­le di traf­fi­co di esse­ri uma­ni: que­sta poli­ti­ca non per­met­te lo svi­lup­po di ulte­rio­ri cen­tri di assi­sten­za, visto anche lo sta­to di pover­tà che imper­ver­sa nel­le zone rura­li del Mes­si­co. In que­sto cli­ma di scon­for­to, un feno­me­no riac­cen­de la spe­ran­za: nel comu­ne di Ama­tlan, pre­ci­sa­men­te nel­la fra­zio­ne A Patro­na, dal 1994, un grup­po di don­ne chia­ma­to Las Patro­nas lan­cia sul tre­no in cor­sa vive­ri e acqua ogni gior­no, assi­cu­ran­do ai viag­gia­to­ri la soprav­vi­ven­za, sal­van­do­li dagli stenti. 

Dal tre­no, 30 anni fa, si levò un gri­do d’aiuto: «madre abbia­mo fame» e Nor­ma Rome­ro e sua madre rispo­se­ro sen­za indu­gio lan­cian­do la spe­sa che tra­spor­ta­va­no, apren­do la via a una corag­gio­sa azio­ne quo­ti­dia­na. Il pri­mo gior­no furo­no 30 por­zio­ni, oggi sono cen­ti­na­ia, cuci­na­te in una pic­co­la stan­za nei pres­si dei bina­ri, 14 don­ne, sen­za risor­se, sen­za fon­di, sen­za appog­gi sta­ta­li. Solo un amo­re spro­po­si­ta­to: «Ci chia­ma­va­no paz­ze ma a noi non impor­ta­va. Ave­va­mo capi­to che era­no per­so­ne con un sogno e desi­de­ra­va­mo par­te­ci­pa­re a quel sogno, appoggiandoli».

Cono­sco­no il pro­ble­ma, sono con­sa­pe­vo­li del­la tota­le assen­za di oppor­tu­ni­tà che offre il Pae­se, del­la dispe­ra­zio­ne. Nel cor­so degli anni han­no per­se­ve­ra­to nel­la loro mis­sio­ne, par­te­ci­pan­do anche a cor­si for­ma­ti­vi sui dirit­ti uma­ni per difen­de­re chi neces­si­ta aiu­to, giran­do il mon­do per por­ta­re in luce l’enorme pro­ble­ma e per cer­ca­re soste­gno: quan­do Nor­ma con­ta le por­zio­ni di riso cuci­na­te cre­de sia una bene­di­zio­ne, inve­ce è frut­to del suo impe­gno e dell’opera di soli­da­rie­tà da lei stes­sa avvia­ta; dice: «sia­mo solo un grup­po di don­ne» ma quel grup­po di don­ne ha sal­va­to innu­me­re­vo­li vite. Han­no anche vin­to nume­ro­si pre­mi come il Natio­nal Human Rights Award nel 2013. 

L’aspetto più preoccupante di tutta questa vicenda è la posizione degli altri Stati: l’indifferenza dell’Occidente, il coinvolgimento innegabile degli Stati Uniti, la repressione messicana. 

Ed è pro­prio a pro­po­si­to dei rap­por­ti tra que­ste due nazio­ni che emer­go­no i pun­ti più cri­ti­ci: il 2 mag­gio, Mes­si­co e USA han­no pre­sen­ta­to un accor­do per gesti­re e con­te­ne­re i flus­si migra­to­ri dai pae­si dell’America Lati­na. Si atten­do­no altri svi­lup­pi in meri­to: l’11 mag­gio è sca­du­to il fami­ge­ra­to “Tito­lo 42”, la misu­ra trum­pia­na che attua­va espul­sio­ni som­ma­rie degli immi­gra­ti lati­ni, poi pro­ro­ga­ta dal pre­si­den­te Biden. Nel nuo­vo accor­do si pre­ve­de che il Mes­si­co si impe­gne­rà ad acco­glie­re 30mila degli espul­si dagli Sta­ti Uni­ti, a caden­za men­si­le. Gli Sta­ti Uni­ti si impe­gna­no ad acco­glier­ne altret­tan­ti ma solo se gli inte­res­sa­ti entri­no in modo rego­la­re e abbia­no spon­sor sul ter­ri­to­rio. Que­ste misu­re sono a dir poco ridi­co­le, pri­ve di ogni con­tat­to con la situa­zio­ne rea­le, misu­re osta­ti­ve (d’ostacolo), repres­si­ve del feno­me­no migra­to­rio, non cer­to di sup­por­to nel fron­teg­gia­re quel­la che è – e deve esse­re con­si­de­ra­ta – un’emergenza umanitaria. 

A peg­gio­ra­re il pano­ra­ma il Mes­si­co, tra­mi­te altre con­ven­zio­ni, rice­ve da que­sti dai 4 ai 6 miliar­di di dol­la­ri l’anno per con­trol­la­re l’immigrazione dal ter­ri­to­rio di pro­ve­nien­za: così, l’intero suo­lo mes­si­ca­no diven­ta una fron­tie­ra, ter­ri­bil­men­te peri­co­lo­sa, dove i meto­di adot­ta­ti non rispet­ta­no nes­su­no dei dirit­ti uma­ni fon­da­men­ta­li: la vio­len­za è siste­ma­ti­ca, la rapi­ne anche. Fla­via­no Bian­chi­ni in un’intervista rac­con­ta: «Io sono sta­to fer­ma­to: non mi è sta­to let­to nes­sun capo di impu­ta­zio­ne. Sono sta­to por­ta­to in una cel­la insie­me ad altri; sia­mo sta­ti let­te­ral­men­te sac­cheg­gia­ti dei nostri sol­di e chiu­si in qua­ran­ta per­so­ne in una cel­la di quat­tro metri per quat­tro. Io sono sta­to deru­ba­to quat­tro vol­te nel cor­so del viaggio». 

Nel docu­men­ta­rio Which way home anche i bam­bi­ni rac­con­ta­no di esse­re vit­ti­ma di bru­ta­li­tà: se cat­tu­ra­ti sono dete­nu­ti in car­ce­ri sovraf­fol­la­te, poi rim­pa­tria­ti nel pro­prio Sta­to. Come sot­to­li­nea­to nel report di Amne­sty sul flus­so migra­to­rio attra­ver­so il Mes­si­co que­sto scam­bio mone­ta­rio fa sor­ge­re una que­stio­ne rile­van­te: in base alle nor­me di dirit­to inter­na­zio­na­le, i gover­ni han­no l’obbligo di uti­liz­za­re i loro pote­ri al fine di assi­cu­ra­re che i dirit­ti uma­ni sia­no rispet­ta­ti, non solo nel sen­so di assi­cu­ra­re che stru­men­ti e misu­re adot­ta­ti si ade­gui­no a stan­dard uma­ni­ta­ri, (ma) anche agen­do con due dili­gen­ce, inte­sa come la neces­si­tà di fron­teg­gia­re gli abu­si con­tro i dirit­ti fon­da­men­ta­li, per­pe­tra­ti da pri­va­ti indi­vi­dui o grup­pi. Sin­to­mi di una caren­za di appli­ca­zio­ne di que­sto prin­ci­pio sono: «fai­lu­re to punish or pre­vent the abu­ses; fai­lu­re by offi­cials to inter­ve­ne; the absen­ce of legal pro­hi­bi­tion or other mea­su­res to era­di­ca­te the abu­ses; and the fai­lu­re to pro­vi­de repa­ra­tion or com­pen­sa­tion to vic­tims». Tra que­sti pun­ti, nel caso mes­si­ca­no, ha par­ti­co­la­re rile­van­za il gene­ra­le fal­li­men­to nel puni­re e pre­ve­ni­re gli abu­si che, anzi, ven­go­no mes­si in atto dal­lo Sta­to stes­so. Inol­tre, quan­do uno Sta­to è a cono­scen­za, o si sup­po­ne lo sia, del­le vio­la­zio­ni per­pe­tra­te e non ope­ra­no in modo appro­pria­to anche sul fron­te del­la pre­ven­zio­ne, devo­no esse­re con­si­de­ra­ti respon­sa­bi­li, tan­to quan­to i diret­ti auto­ri: «the prin­ci­ple of due dili­gen­ce inclu­des obli­ga­tions to pre­vent human rights vio­la­tions, inve­sti­ga­te and punish them when they occur, and pro­vi­de redress and sup­port ser­vi­ces for vic­tims», rimar­ca il Report di Amnesty. 

Come ha rimar­ca­to Fla­via­no Bianchini:

«Io cre­do che bar­rie­re, muri, pat­tu­glia­men­ti, fron­tie­re sia­no tut­ti inu­ti­li. Quel­lo che si sta ten­tan­do di fer­ma­re è un pro­ces­so natu­ra­le che è sta­to costan­te per tut­ta la sto­ria dell’umanità. L’essere uma­no è sem­pre migra­to, si è sem­pre spo­sta­to. Due milio­ni di anni fa sia­mo sce­si dagli albe­ri e ci sia­mo mes­si a cam­mi­na­re per spo­star­ci su gran­di distan­ze, per migra­re. E abbia­mo con­ti­nua­to a far­lo per tut­ta la sto­ria del­la civil­tà. Il medi­ter­ra­neo è sta­ta la cul­la del­la civil­tà moder­na per il sem­pli­ce fat­to che deci­ne di popo­li diver­si lo sol­ca­va­no tra­spor­tan­do e con­net­ten­do geni e idee. E gli Sta­ti Uni­ti, quel­lo che vie­ne con­si­de­ra­to il Pae­se più moder­no del pia­ne­ta nasce da una migra­zio­ne continua». 

La dram­ma­ti­ci­tà del feno­me­no migra­to­rio cen­tro ame­ri­ca­no dimo­stra che osta­co­la­re il flus­so gene­ra sol­tan­to la for­ma­zio­ne di meto­di alter­na­ti­vi peri­co­lo­si, disu­ma­niz­zan­ti. Chis­sà cosa ci spa­ven­ta del­la soli­da­rie­tà, dell’aiuto reci­pro­co; chis­sà cosa ci spa­ven­ta dell’umanità che è poi tut­ta ugua­le, indi­pen­den­te­men­te dal­la pre­con­di­zio­ne socia­le, dal patri­mo­nio, dal­la loca­liz­za­zio­ne geo­gra­fi­ca. Chis­sà per­ché dob­bia­mo esse­re così fame­li­ci con il vici­no in dif­fi­col­tà, chis­sà per­ché non pos­sia­mo com­par­ti­re la nostra feli­ci­tà. In fon­do, sia­mo tut­ti uomi­ni in cer­ca di una vita miglio­re. Chis­sà per­ché per otte­ner­la dob­bia­mo schiac­cia­re, deni­gra­re, umi­lia­re.

Con­di­vi­di:
Giulia Perelli
Vivo di viag­gi, di libri e di espe­rien­ze. Scri­vo di tut­to quel­lo che vedo e sono un moto per­pe­tuo. Sono una stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za e di tut­to quel­lo che mi capi­ta di voler impa­ra­re. Sono l’artista meno arti­sta di sem­pre. Nel­la vita devo solo poter rac­con­ta­re, par­la­re e fotografare.

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