Spot pubblicitari, pochi secondi che non passano mai

Spot pubblicitari, pochi secondi che non passano mai

E ora man­dia­mo la pub­bli­ci­tà, ma sta­te con noi, a tra poco! 

È con que­sta fra­se che la mag­gior par­te dei con­dut­to­ri tele­vi­si­vi annun­cia la pau­sa pub­bli­ci­ta­ria, nota al gran­de pub­bli­co come momen­to per anda­re in bagno. Se a chi lavo­ra nei pro­gram­mi tra­smes­si in diret­ta quei minu­ti pos­so­no fare como­do, allo spet­ta­to­re soli­ta­men­te dan­no fasti­dio: o si tro­va qual­co­sa da fare oppu­re cam­bia cana­le. Sono in pochi quel­li che effet­ti­va­men­te “guar­da­no” gli spot com­mer­cia­li. Eppu­re tut­ti li ricor­da­no. Alcu­ni slo­gan entra­no nel­la testa sen­za voler­lo e non van­no più via. 

Ognuno ricorda ciò da cui è più stato colpito e di spot ce ne sono e ce ne sono stati davvero di tutti i colori. 

Ma ciò che sor­pren­de e che acco­mu­na un po’ tut­ti gli spot è l’elemento di non-sen­se, che lascia spiaz­za­ti ma allo stes­so tem­po fa sor­ri­de­re e sicu­ra­men­te con­tri­bui­sce a far rima­ne­re impres­se nel­la memo­ria le immagini. 

Par­tia­mo dal lon­ta­no 1965, con lo spot del deter­si­vo Ava Buca­to, il cui pro­ta­go­ni­sta era Cali­me­ro, pul­ci­no nero entra­to nell’immaginario col­let­ti­vo e anche nel voca­bo­la­rio: è un cali­me­ro qual­cu­no di sfor­tu­na­to e ingiu­sta­men­te poco con­si­de­ra­to. La voce petu­lan­te e le sfor­tu­na­te vicen­de del pul­ci­no a scuo­la strap­pa­no un sor­ri­so a tut­ti, ma lo spot tra­smet­te un mes­sag­gio pro­fon­da­men­te raz­zi­sta, in cui Cali­me­ro vie­ne addi­rit­tu­ra “lava­to” con il deter­si­vo per sbian­ca­re il suo piu­mag­gio. Il moti­vo del­lo “sbian­ca­re un etio­pe”, deri­van­te dal­la favo­la del ser­vo che vie­ne lava­to dal padro­ne nel ten­ta­ti­vo di schia­rir­ne la pel­le attri­bui­ta ad Eso­po, eti­chet­ta il colo­re scu­ro del­la pel­le come spor­co – idee che oggi fan­no rab­bri­vi­di­re – e ad esso con­trap­po­ne il bino­mio pulizia/civiltà.

Non è il solo ste­reo­ti­po pre­sen­te nel­lo spot, che si con­clu­de con la com­par­sa di una don­na impe­gna­ta nel buca­to, che mostra ai tele­spet­ta­to­ri l’efficacia del deter­si­vo. Natu­ral­men­te era la don­na l’unica respon­sa­bi­le del­le fac­cen­de dome­sti­che, ma allo stes­so tem­po il pro­dot­to ha in qual­che modo biso­gno di esse­re vali­da­to dal­la voce di sot­to­fon­do maschi­le, che con­fe­ri­sce auto­re­vo­lez­za e qua­li­fi­ca­zio­ne. Ste­reo­ti­pi e sche­mi cul­tu­ra­li di cui oggi vor­rem­mo par­la­re sol­tan­to in rife­ri­men­to al pas­sa­to e inve­ce tri­ste­men­te tro­via­mo anco­ra attor­no a noi. Cali­me­ro comun­que poi è tor­na­to nel pic­co­lo scher­mo nel 2013, in una serie ani­ma­ta per bam­bi­ni, in cui si è riu­sci­ti a sal­va­re il per­so­nag­gio, di per sé buf­fo e diver­ten­te, inse­ren­do­lo in una cor­ni­ce ade­gua­ta e spo­glia da idea­li arcaici. 

Volendo essere pignoli, nello spot è nascosto un terzo principio diseducativo, quello dell’insegnante severo che alza i toni e intimorisce gli studenti: un modello scolastico antiquato e controproducente. 

Per resta­re in tema buca­to, pochi anni dopo pro­ta­go­ni­sta del­lo spot del Bio Pre­sto Lava­tri­ce è Fran­co Cer­ri, noto come l’uomo in ammol­lo pro­prio per que­sta pub­bli­ci­tà in cui si immer­ge nell’oblò del­la lava­tri­ce. Uno spot sobrio, in cui l’uomo mostra l’efficacia del pro­dot­to, rispon­den­do alle lamen­te­le del­le casa­lin­ghe che non rie­sco­no a smac­chia­re lo “spor­co impos­si­bi­le” dai tessuti. 

Sem­pre duran­te il Caro­sel­lo, anda­va in onda lo spot del Caf­fè Pau­li­sta, un pro­dot­to Lavaz­za. La sto­ria di Car­men­ci­ta e Cabal­le­ro, ope­ra del famo­so Arman­do Testa, è di nuo­vo un po’ out of time – la gio­va­ne fan­ciul­la sal­va­ta dall’uomo for­te che la chia­ma “bam­bi­na” – ma resa diver­ten­te dal dia­lo­go in rime e dall’antro­po­mor­fiz­za­zio­ne del pro­dot­to. Car­men­ci­ta e Cabal­le­ro sono infat­ti due caf­fet­tie­re. Si scher­za quin­di sui per­so­nag­gi, con l’ico­ni­ca fra­se “Car­men­ci­ta sei già mia, chiu­di il gas e vie­ni via!”, con­fi­nan­do la sto­ria in un con­te­sto fan­ta­sti­co e surreale. 

Fac­cia­mo un sal­to ver­so gli Anni 80. C’è chi ricor­da lo spot del den­ti­fri­cio Macleen­se, in cui Pao­lo, un ragaz­zo di 14 anni, impe­gna­to in una gara di moto-cross, guar­da drit­to nel­la tele­ca­me­ra ed escla­ma “Mai avu­to carie in vita mia!”. Quel­lo che strap­pa il sor­ri­so è poi il fat­to che l’azienda “met­ta le mani avan­ti”, una cosa abba­stan­za rara in uno spot di pochi secon­di in cui si di soli­to si cer­ca a tut­ti i costi di spac­cia­re il pro­prio pro­dot­to come il miglio­re sul mer­ca­to: “Non vi pro­met­tia­mo la for­tu­na di Pao­lo, ma cer­to è che Macleen­se è un pas­so avan­ti nel­la pre­ven­zio­ne del­la carie”. Fin trop­po one­sti. Comun­que uno spot mol­to più sim­pa­ti­co del­le bana­li e ripe­ti­ti­ve pub­bli­ci­tà di den­ti­fri­ci degli ulti­mi anni, sti­le “con­si­glia­to da 9 den­ti­sti su 10”. 

È rima­sto in un cas­set­ti­no del­la men­te di tan­ti ita­lia­ni anche lo spot del The Lip­ton, in cui Dan Peter­son, occhia­li Ray Ban Avia­tor ben cal­ca­ti su naso, pre­sen­ta il feno­me­na­le pro­dot­to a bor­do pisci­na: “Ehi ehi! Qui a Chat­ta­noo­ga, Ten­nes­see, quan­do il sole ti spac­ca in quat­tro, non si sba­glia: Lip­ton Ice Tea. Feno­me­na­le!”. Uno spot più ordi­na­rio che pun­ta sull’orec­chia­bi­li­tà e rima­ne nel cuo­re per la sim­pa­tia di Peter­son e del suo accen­to ame­ri­ca­no indi­men­ti­ca­bi­le. Quel­lo che sor­pren­de sono la loca­tion, Chat­ta­noo­ga, posto pro­ba­bil­men­te sco­no­sciu­to alla stra-gran­de mag­gio­ran­za degli ita­lia­ni all’epoca, e il suc­ces­so del­lo spot, che por­ta l’azienda a rag­giun­ge­re il pic­co di ven­di­te per l’Ice Tea. Anche la vita di Peter­son cam­bia all’improvviso: da quel momen­to in poi non può più usci­re di casa sen­za esse­re rico­no­sciu­to, come dice lui stes­so nel suo libro “Non fare una cosa stu­pi­da è come fare una cosa intelligente”. 

Com­pa­gno di pub­bli­ci­tà di tan­ti tele­spet­ta­to­ri è sta­to poi Nino Castel­nuo­vo, che per deci­ne di anni ha sal­ta­to la stac­cio­na­ta nel­lo spot dell’Olio Cuo­re. O anco­ra, le due bam­bi­ne del­la Pastic­ce­ria Laz­za­ro­ni, che in un altro spot alquan­to out of time, gio­ca­va­no a fare le gran­di: “Che peso la spesa…con que­ste scar­pe poi!”. La para­bo­la del­le bam­bi­ne che fin da pic­co­le vedo­no davan­ti a sé un’unica opzio­ne, quel­la di diven­ta­re mam­me (“I miei bam­bi­ni li divo­ra­no que­sti pastic­ci­ni”), mogli (“Anche mio mari­to ne va mat­to”) e bra­ve casa­lin­ghe alla gui­da del car­rel­lo con le scar­pe con il tac­co – piut­to­sto che al volan­te con le snea­ker, ad esem­pio —  è trop­po stret­ta e sicu­ra­men­te limitante. 

Le bambine comunque sono belle e tenere e alla fine dello spot siamo un po’ tutti come l’amica di Maria, che dice di volere due biscotti mostrando tre dita. 

Nei pri­mi anni ’90, la signo­ra in gial­lo del­la pub­bli­ci­tà è Lee Skel­ton, che nel­lo sketch dei Fer­re­ro Rocher vie­ne pre­sa dal­la “voglia di qual­co­sa di buo­no” men­tre si tro­va a bor­do di una lus­suo­sa Rolls-Roy­ce tra le stra­de di New York. “Ambro­gio, ammet­to di ave­re un cer­to lan­guo­ri­no”. A risol­ve­re il pro­ble­ma ci pen­sa il suo auti­sta. È incre­di­bi­le come Paul Wil­liam­son, nono­stan­te l’apparizione in nume­ro­se serie tv bri­tan­ni­che, sia ricor­da­to soprat­tut­to per il ruo­lo di Ambrogio. 

Nel 2006 Geor­ge Cloo­ney diven­ta pro­ta­go­ni­sta, oltre che del gran­de cine­ma, anche del pic­co­lo scher­mo, con la cam­pa­gna “Nespres­so – what else?”. Gli anni pas­sa­no e gli ste­reo­ti­pi ses­si­sti ini­zia­no a cam­bia­re: si gio­ca con il topos dell’uomo affa­sci­nan­te e del­le don­ne che cado­no ai suoi pie­di. I com­pli­men­ti e gli apprez­za­men­ti del­le due ragaz­ze nel bar, che in un pri­mo momen­to l’attore pen­sa sia­no rivol­ti a sé, si rive­la­no esse­re per il caffè. 

Nel 2009 fa scal­po­re la pub­bli­ci­tà del­le pata­ti­ne Fon­zies, con il popo­la­re slo­gan “Se non ti lec­chi le dita, godi solo la metà”.  Lo spot è alquan­to inquie­tan­te e l’allusione ses­sua­le trop­po espli­ci­ta per pas­sa­re inos­ser­va­ta. Il mes­sag­gio però è vero, pro­va­re per cre­de­re: per quan­to sia poco edu­ca­to, il pac­chet­to di Fon­zies si può dichia­ra­re fini­to solo quan­do anche le dita sono sta­te per­fet­ta­men­te ripu­li­te. La cosa inte­res­san­te è che l’azienda ha dovu­to modi­fi­ca­re lo spot dopo la pan­de­mia di Coro­na­vi­rus del 2019, quan­do man­gia­re con le mani diven­ta qua­si un gestac­cio, mani e boc­ca non devo­no asso­lu­ta­men­te toc­car­si se non dopo un accu­ra­to lavag­gio. “Lec­car­si le dita” è di con­se­guen­za una paro­lac­cia e come tale nel­lo spot vie­ne gof­fa­men­te ma volu­ta­men­te censurata. 

Ancora una volta lo spot pubblicitario è figlio dell’epoca in cui viene prodotto. 

Recen­te­men­te ha fat­to scal­po­re la pub­bli­ci­tà di Tim Vision, in cui Lino Ban­fi, arrab­bia­to per l’assenza di con­nes­sio­ne che gli impe­di­sce di guar­da­re la par­ti­ta di cal­cio in TV, si affac­cia sul bal­co­ne a siste­ma­re l’antenna, escla­man­do “Por­ca put­te­na!”. In rispo­sta allo spot si mobi­li­ta addi­rit­tu­ra il Moi­ge, Movi­men­to Ita­lia­no Geni­to­ri, che ema­na un comu­ni­ca­to in cui accu­sa Ban­fi di esse­re “di cat­ti­vo gusto e vol­ga­re, ren­den­do sgra­di­to lo spot alle fami­glie e ai mino­ri”. L’attore, da par­te sua, non si capa­ci­ta di tan­te pro­te­ste e con­si­de­ra l’espressione un’imprecazione non vol­ga­re, par­te del dia­let­to e non inte­sa a insul­ta­re nes­su­no, tan­to che anni pri­ma l’aveva scel­ta come nome per un piat­to del suo risto­ran­te. Lo spot vie­ne rimos­so, ma all’Orec­chiet­te­ria Ban­fi arri­va­no in nume­ro­si per assag­gia­re la pasta “por­ca puttena”. 

Altro dibat­ti­to vie­ne aper­to dal­la pub­bli­ci­tà del Buon­dì Mot­ta, in cui una mam­ma vie­ne col­pi­ta da un meteo­ri­te dopo aver affer­ma­to che lo spun­ti­no per­fet­to per la cola­zio­ne non esi­ste. Anche in que­sto caso lo spot non inten­de esse­re un’offesa a nes­su­no, ma solo un gio­co di iro­nia. A con­clu­de­re lo spot, una scher­ma­ta azzur­ra con la dici­tu­ra “Nes­su­na mam­ma è sta­ta mal­trat­ta­ta duran­te le ripre­se e anche la bam­bi­na è in buo­na salu­te”. Le pole­mi­che riguar­do la vio­len­za fisi­ca e psi­co­lo­gi­ca del­lo spot non sono effi­ca­ci: i toni del cor­to sono volu­ta­men­te ecces­si­vi, il con­te­sto sur­rea­le è evi­den­te. Del resto il sar­ca­smo non è una novi­tà per gli spot Mot­ta, già pre­sen­te ad esem­pio nel­la pub­bli­ci­tà del Panet­to­ne.

Sul sar­ca­smo gio­ca anche il famo­so spot di Idea­li­sta, con pro­ta­go­ni­ste due per­so­ne in visi­ta in un appar­ta­men­to. I due pri­ma di entra­re si pro­met­to­no di con­te­ne­re le emo­zio­ni per non lascia­re mar­gi­ne alla con­trat­ta­zio­ne del prez­zo, pro­ba­bil­men­te, ma la stra­te­gia non fun­zio­na visto che entram­bi sven­go­no alla vita dell’ambiente spa­zio­so del­la casa. Lo spot, in un momen­to sto­ri­co come que­sto in cui il caro affit­ti è tema di dibat­ti­to quo­ti­dia­no, è mol­to attuale. 

Un altro dibat­ti­to acce­so fu sca­te­na­to dal­lo spot pro­mo­zio­na­le del­la regio­ne Ligu­ria, anda­to in onda nel 2022. Eli­sa­bet­ta Cana­lis, di cui tut­ti cono­sco­no le ori­gi­ni sar­de, pre­sen­ta “la sua Ligu­ria”, con tan­to di sky­li­ne di Los Ange­les alle sue spal­le. Uno sce­na­rio discu­ti­bi­le, non tan­to per la scel­ta dell’attrice non autoc­to­na –più che legit­ti­mo che le bel­lez­ze di una regio­ne pos­sa­no esse­re apprez­za­te da tut­ti e non solo dagli autoc­to­ni — quan­to piut­to­sto per il pae­sag­gio die­tro di lei e per l’utilizzo dell’aggettivo pos­ses­si­vo. Sce­na­rio discu­ti­bi­le che si è ripro­po­sto in manie­ra ana­lo­ga recen­te­men­te con la chiac­chie­ra­ta cam­pa­gna del nuo­vo Mini­stro del Turi­smo Danie­la San­tan­chè, “Open to mera­vi­glia”, in cui lo spot pro­mo­zio­na­le dei luo­ghi ita­lia­ni è sta­to gira­to in Slovenia. 

Per con­clu­de­re, un jin­gle entra­to nel­la sto­ria e anco­ra pre­sen­te nel pic­co­lo scher­mo è quel­lo dei pro­dot­ti Negro­ni: “Le stel­le sono tan­te, milio­ni di milio­ni, la stel­la di Negro­ni vuol dire qua­li­tà!”. Uno spot deci­sa­men­te sem­pli­ce, in cui il focus è (sor­pren­den­te­men­te!) sul pro­dot­to, mostra­to in pri­mo pia­no sen­za dare spa­zio ad altro. A dare la voce al ritor­nel­lo attra­ver­so gli anni, sono sta­ti in tan­ti, tra Enri­co Rug­ge­ri, Mario Bion­di, Noe­mi e Fede­ri­co Zam­pa­glio­ne dei Tiromancino. 

Gli spot di pochi secon­di che com­pa­io­no in tele­vi­sio­ne sono quin­di avvol­ti da aned­do­ti e back­ground cul­tu­ra­li che riflet­to­no l’epoca in cui nasco­no, sono figli e sin­to­mi dei perio­di sto­ri­ci a cui appar­ten­go­no. Alcu­ni fun­zio­na­no. Alcu­ni fan­no arrab­bia­re. Alcu­ni lascia­no indif­fe­ren­ti. Ma tut­ti, non si sa bene per­ché, ne ricor­dia­mo alme­no qualcuno. 

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Giulia Maineri
Instan­ca­bi­le curio­so­na, ho sem­pre una doman­da sul­la pun­ta del­la lin­gua. Leg­go di tut­to e di tut­ti per capi­re chi sono. Col­ti­vo la pas­sio­ne per la sto­ria del­l’ar­te per capi­re chi sia­mo. Stu­dio fisi­ca per rispon­de­re ai come. Esplo­ro il mon­do in un’esasperata, ma entu­sia­sman­te, ricer­ca dei perché.

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