Ghana, la discarica mondiale del fast fashion

Ghana, la discarica mondiale del fast-fashion

15, sono i milio­ni di capi di abbi­glia­men­to fast fashion di secon­da mano che ogni set­ti­ma­na ven­go­no spe­di­ti dall’Europa, Sta­ti Uni­ti ed Austra­lia e giun­go­no in uno nei mer­ca­ti più gran­di del mon­do, il più gran­de dell’Africa occi­den­ta­le, quel­lo di Kan­ta­man­to nel­la capi­ta­le gha­ne­se di Accra. Mol­ti dei vesti­ti che donia­mo in bene­fi­cen­za, pen­san­do di com­pie­re una buo­na azio­ne, fini­sco­no get­ta­ti in disca­ri­che a cie­lo aper­to, crean­do un’irreversibile cata­stro­fe ambien­ta­le dall’altra par­te del mondo. 

Il mer­ca­to si espan­de per 7 etta­ri, com­ple­ta­men­te adi­bi­ti al com­mer­cio di abi­ti usa­ti. Si trat­ta del più gran­de cen­tro di ven­di­ta di indu­men­ti di secon­da mano pro­ve­nien­ti dai pae­si del nord del mondo. 

I vestiti che giungono nel paese africano sono definiti in Akan, la lingua locale, Obroni Wawu, letteralmente, “I vestiti dell’uomo bianco morto”, perché in Ghana gli abiti vengono gettati solo quando si muore, non quando passano di moda. 

Secon­do Solo­mon Noi, diret­to­re del­la gestio­ne dei rifiu­ti dell’assemblea cit­ta­di­na di Accra, non vi è alcun con­trol­lo sugli abi­ti di secon­da mano che giun­go­no gior­nal­men­te nei por­ti gha­ne­si, aggiun­gen­do come il feno­me­no sia «un enor­me peso per le auto­ri­tà», che non rie­sco a gesti­re gli enor­mi cari­chi costan­te­men­te in arri­vo e ne sono total­men­te som­mer­si. Noi con­ti­nua affer­man­do che è un pro­ble­ma urgen­te di cui pur­trop­po «nes­su­no parla». 

Il Gha­na è uno dei mag­gio­ri impor­ta­to­ri mon­dia­li di abi­ti usa­ti. Secon­do un rap­por­to del Tony Blair Insti­tu­te for Glo­bal Chan­ge, nel 2019 più di 65 milio­ni di ton­nel­la­te di abi­ti usa­ti sono sta­ti spe­di­ti e cir­ca il 40% non è sta­to ven­du­to a cau­sa del­la scar­sis­si­ma qua­li­tà. Il gover­no loca­le, l’Ac­cra Metro­po­li­tan Assem­bly (AMA), rac­co­glie ogni gior­no 70 ton­nel­la­te di rifiu­ti di abbi­glia­men­to dal mer­ca­to di Kantamanto.

Il numero crescente di abiti di scarsa qualità che arrivano al mercato di Kantamanto è uno dei principali fattori della crisi dei rifiuti nel paese africano. 

Alcu­ni indu­men­ti ven­go­no sca­ri­ca­ti nel­le disca­ri­che abu­si­ve del­la zona. Mol­ti altri, inve­ce, ven­go­no get­ta­ti in fiu­mi, mari o lascia­ti ad inqui­na­re spiag­ge. Sul­la spiag­gia Kor­le-Gon­no, situa­ta nel­la capi­ta­le, giac­cio­no stra­ti su stra­ti di rifiu­ti tes­si­li, sepol­ti nel­la sab­bia, arri­van­do fino a due metri di pro­fon­di­tà. La mag­gior par­te dei rifiu­ti tes­si­li, però, vie­ne ince­ne­ri­ta all’a­ria, a vol­te agli ango­li del­le stra­de, a vol­te in enor­mi falò che oscu­ra­no il cie­lo per gior­ni inte­ri, pro­du­cen­do tos­si­ne estre­ma­men­te tos­si­che per l’uomo e per l’ambiente. 

Solo nel 2020, i milio­ni di abi­ti che sono pas­sa­ti per i prin­ci­pa­li por­ti Gha­ne­si sono sta­ti più di 180. Si trat­ta di un feno­me­no a dir poco cata­stro­fi­co che non accen­na a ral­len­ta­re. Le con­se­guen­ze sono disa­stro­se, soprat­tut­to per quan­to con­cer­ne i dan­ni cau­sa­ti dal­le colo­ra­zio­ni chi­mi­che noci­ve e dal­la disper­sio­ne nei fiu­mi e nei mari del­le microplastiche. 

Inol­tre, ogni anno ad Accra si veri­fi­ca­no allu­vio­ni, pesan­te­men­te aggra­va­te dai rifiu­ti tes­si­li, poi­ché que­sti ulti­mi ten­do­no ad aggro­vi­gliar­si tra di loro for­man­do gros­si nodi che inta­sa­no le gron­da­ie e bloc­ca­no il flus­so del­l’ac­qua e dei rifiu­ti. Non solo le mas­se di indu­men­ti con­tri­bui­sco­no a pro­vo­ca­re inon­da­zio­ni distrut­ti­ve, ma quan­do le gron­da­ie ven­go­no bloc­ca­te da indu­men­ti e rifiu­ti di pla­sti­ca, aumen­ta peri­co­lo­sa­men­te il rischio di mala­ria e cole­ra

I capi, per venditori e per la popolazione, risultano essere un grande problema, anche se in fondo rappresentano una delle poche possibilità di impiego per gli abitanti della capitale.

Gli uni­ci bene­fi­cia­ri di que­sto siste­ma risul­ta­no esse­re gli impor­ta­to­ri, per i qua­li l’in­du­stria può esse­re mol­to red­di­ti­zia, seb­be­ne com­por­ti un rischio com­mer­cia­le deci­sa­men­te insolito. 

Gli impor­ta­to­ri pos­so­no infat­ti spen­de­re fino a 95.000 dol­la­ri per un con­tai­ner di vesti­ti sen­za sape­re la qua­li­tà degli indu­men­ti che stan­no acqui­stan­do. Se i capi risul­ta­no esse­re in buo­ne con­di­zio­ni, i pro­fit­ti pos­so­no rag­giun­ge­re rapi­da­men­te i 14.000 dol­la­ri. Al con­tra­rio, se gli abi­ti risul­ta­no esse­re rovi­na­ti, strap­pa­ti, mac­chia­ti, l’importatore potreb­be aver spre­ca­to i suoi soldi. 

Non appe­na una nuo­va bal­la di abi­ti giun­ge nel mer­ca­to di Accra, in cui ope­ra­no ogni gior­no più di 5000 mila riven­di­to­ri, ini­zia una vera e pro­pria lot­ta agguer­ri­ta per acca­par­rar­si il più in fret­ta pos­si­bi­le gli abi­ti miglio­ri da ven­de­re. L’atmosfera è tesa, tut­ti sono con­sa­pe­vo­li che se non riu­sci­ran­no ad otte­ne­re i capi di alta gam­ma, o comun­que, con pic­co­li difet­ti, per quel gior­no, non vi sarà alcun guadagno.

Ed è pro­prio leg­gen­do sto­rie di real­tà come que­sta che ci ren­dia­mo con­to di come qual­co­sa visto dai pae­si del nord del mon­do come posi­ti­vo (un nuo­vo vesti­to per ogni occa­sio­ne, l’armadio che si svuo­ta di abi­ti che non met­tia­mo più per fare spa­zio a degli abi­ti nuo­vi, più alla moda) vada inve­ce, dall’altra par­te del mon­do, a pro­vo­ca­re dan­ni così cata­stro­fi­ci e per­ma­nen­ti alla salu­te dell’ambiente e degli individui. 

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Martina Vercoli
Stu­den­tes­sa di Cor­po­ra­te Com­mu­ni­ca­tion pres­so l’Università degli Stu­di di 
Mila­no. Amo viag­gia­re, scri­ve­re, bere cap­puc­ci­ni e par­la­re di pro­get­ti di mobi­li­tà Europea.

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