Giradischi, gli album consigliati di giugno

Il 15 di ogni mese, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti.

Cali­bro 35, Nou­vel­les Aven­tu­res – recen­sio­ne di Luca Pacchiarini

Il super grup­po, atti­vis­si­mo, dei Cali­bro 35 con­ti­nua a dimo­strar­si di impa­reg­gia­bi­le livel­lo. Ora­mai del tut­to fusion, anche se sem­pre con quel gusto noir/poliziesco che infon­de tut­to. Atti­vi dal 2007 e con con­cer­ti e tour in tut­ta Euro­pa e Usa, il grup­po è for­ma­to da Enri­co Gabriel­li (poli­stru­men­ti­sta, famo­so per esse­re anche nei Mari­po­sa), Mas­si­mo Mar­tel­lot­ta alla chi­tar­ra, Fabio Ron­da­ni­ni alla bat­te­ria (bat­te­ri­sta anche dei I Hate my Vil­la­ge e degli Afte­rHours), sem­pre con la pro­du­zio­ne di Tom­ma­so Col­li­va ma sen­za Luca Cavi­na al bas­so. Con que­sti gran­di musi­ci­sti si pas­sa da sono­ri­tà fusion a funk e rock stru­men­ta­le, ma anche alla psi­che­de­lia di Extraor­di­nai­re e i più spe­ri­men­ta­li Nove­cen­toMil­le e Milan au 30ème siè­cle, quest’ultimo pez­zo una vera per­la di gran­de valo­re. Ma anche momen­ti mol­to cine­ma­to­gra­fi­ci coe­ren­ti con lo sti­le soli­to del grup­po, dal­la vibran­te ener­gia come Gun Pow­der e soprat­tut­to Otto­fan­te, un gran­dis­si­mo pez­zo ele­gan­te come una fame fata­le dall’energia di una not­te immer­sa nel­la cit­tà. Ma anche sono­ri­tà più cal­de come in Mom­pa­cem, in cui chi­tar­re acu­sti­che, elet­tri­che e per­cus­sio­ni van­no all’unisono in un uni­ver­so deser­ti­co, dai for­ti sapo­ri medio­rien­ta­le. L’energia esplo­de in Bole­ro!: qui il rock fusion si fa e si dà, dal­la tastie­ra alle chi­tar­re in una scop­piet­tan­te musicalità. 

Un album vario ma non disper­si­vo, capa­ce di mol­to e di sor­pren­de­re anco­ra come anco­ra que­sto incre­di­bi­le grup­po rie­sce a fare e dare, sen­za mai delu­de­re le aspettative.

Ioso­noun­ca­ne e Pao­lo Ange­li, Jali­tah – recen­sio­ne di Luca Pacchiarini

Una disce­sa antro­po­lo­gi­ca, fol­clo­ri­ca, avan­guar­di­sti­ca. Un live di 52 minu­ti da ascol­ta­re inin­ter­rot­ta­men­te, sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà. Si spa­zia dall’etnomusicologia alla musi­ca d’avanguardia spe­ri­men­ta­le, dal post-rock fino a qual­co­sa di inde­fi­ni­bi­le. In que­sto album, regi­stra­to nel 2018 duran­te il loro tour, i due musi­ci­sti sar­di pren­do­no pez­zi dal loro reper­to­rio e li rivo­lu­zio­na­no, rima­ne il tema degli ori­gi­na­li, a vol­te solo il testo quan­do pre­sen­te, ma poi dall’unione del­le influen­ze dei due musi­ci­sti si crea un viag­gio nuo­vo, oscu­ro, una cata­ba­si nel­la ter­ra. Non ha sen­so spez­zar­lo in varie can­zo­ni, non sono da pren­de­re sin­go­lar­men­te ma come un gran­de cor­po uni­co, omo­ge­neo e vario in cui i due musi­ci­sti amal­ga­no le loro varie influen­ze. Ioso­noun­ca­ne, uno dei musi­ci­sti più inte­res­san­ti e da tene­re più sot­toc­chio degli ulti­mi 13 anni nel pano­ra­ma ita­lia­no e non solo, si con­fer­ma qui un pro­fes­sio­ni­sta asso­lu­to, capa­ce di ragio­na­re bene con sé stes­so e ben con­sa­pe­vo­le di quel­lo che sta facen­do e quel­lo che sta cer­can­do, il suo uso avan­guar­di­sti­co di sono­ri­tà elet­tri­che, sinth, per­cus­sio­ni­sti­che e mol­to altro si fa con­ti­nua­men­te come ricer­ca. Simil­men­te Pao­lo Ange­li, com­po­si­to­re ed etno­mu­si­co­lo­go che da decen­ni pro­ce­de nel­la sua ricer­ca del­le sono­ri­tà sar­de, ado­pe­ran­do stru­men­ti clas­si­ci e del tut­to nuo­vi come la sua Chi­tar­ra Sar­da Pre­pa­ra­ta, stru­men­to a 18 cor­de via di mez­zo tra chi­tar­ra bari­to­no, vio­lon­cel­lo e bat­te­ria con peda­lie­re e mar­tel­let­ti. Così, uni­sce sti­li mini­ma­li­sti, free jazz, folk e noi­se folk. Tut­to que­sto uni­to e amal­ga­ma­to per­fet­ta­men­te gra­zie alle gran­di capa­ci­tà di orche­stra­zio­ne dei due. Ogni trac­cia qui è uni­ca e da ascol­ta­re nell’omogeneità di tut­ta la com­po­si­zio­ne, ma l’ultimo pez­zo Nâr è quel­lo che rac­chiu­de e rias­su­me meglio l’idea di tut­ta l’opera nel­la sua incre­di­bi­le poten­za con­cre­ta ed etera.

Hen­ry Thread­gill, The other one – recen­sio­ne di Gabrie­le Benizio

Il com­po­si­to­re e sas­so­fo­ni­sta di Chi­ca­go Hen­ry Thread­gill rila­scia uno dei suoi lavo­ri più inte­res­san­ti qua­si 50 anni dopo il suo pri­mo lavo­ro. The Other One è un otti­mo miscu­glio di musi­ca clas­si­ca e jazz d’avanguardia. Con due bas­si, sas­so­fo­ni, vio­le e vio­lon­cel­li l’ensemble for­ma­ta da Hen­ry si lan­cia in un lavo­ro estre­ma­men­te crea­ti­vo e in curio­se com­bi­na­zio­ni che mostra­no il genio del com­po­si­to­re, che, arri­va­to alla soglia degli 80 anni, con­ti­nua a stu­pi­re. Le atmo­sfe­re rifles­si­ve e cari­che di ten­sio­ne che vi accom­pa­gne­ran­no lun­go tut­ti e tre i movi­men­ti, per una dura­ta com­ples­si­va di 61 minu­ti, non lo ren­do­no sicu­ra­men­te un disco leg­ge­ro da tran­gu­gia­re come se nul­la fos­se; è anzi un album che va ascol­ta­to con cal­ma per coglier­ne ogni sfac­cet­ta­tu­ra. Sicu­ra­men­te uno dei più riu­sci­ti di que­sto mese, e for­se anche dell’anno stes­so fino ad ora.

bar ita­lia, Tra­cey Denim – recen­sio­ne di Lau­ra Colombi

Il ter­zo lavo­ro del­la rock band con base a Lon­dra (ma voce fem­mi­ni­le ita­lia­na) bar ita­lia è un ascol­to pia­ce­vo­le. Qual­cu­no potreb­be lamen­ta­re di tro­var­si di fron­te all’ennesima pro­va post-punk, ma il tut­to è ben fat­to, con la sua leg­ge­rez­za vor­ti­co­sa, tra voci som­mes­se e chi­tar­ri­ne malin­co­ni­che. Tra­cey Denim tra­spor­ta nel­la sua dimen­sio­ne. L’ascoltatore è con­dot­to gra­dual­men­te, trac­cia per trac­cia, alla sco­per­ta di que­sto mon­do sem­pli­cis­si­mo, nei suo­ni e nel­le paro­le. Da mae­stri, i bar ita­lia conia­no un lavo­ro coe­ren­te, e, ciò che più stu­pi­sce, sem­pli­ce ma avvin­cen­te. Tra le 15 trac­ce, che non si esau­ri­sco­no sin­go­lar­men­te, la trac­cia d’apertura è cer­to qual­co­sa di sin­go­la­re (a noi ha ricor­da­to per­si­no Joan as a poli­ce woman). Ma soprat­tut­to, qual­cu­no ci spie­ghi come toglier­si dal­la testa il riff di punkt o quel­lo, di bas­so, di Clark.

Squid, O Mono­lith – recen­sio­ne di Luca Pacchiarini

E dopo il loro gran­dio­so album d’esordio di cui ave­va­mo par­la­to nel 2021, gli Squid pub­bli­ca­no il loro secon­do album e non delu­do­no, anzi si dimo­stra­no tra le band ingle­si più inte­res­san­ti degli ulti­mi anni. Il loro post-punk uni­co e paz­ze­rel­lo si incon­tra con un cer­to gusto krau­trock. La vita­li­tà del pri­mo album è però sosti­tui­ta con la com­ples­si­tà e l’astrazione, come si nota in pez­zi come Siphon SongUnder­gro­wth, ma poi tor­na con modi più addo­lo­ra­ti con The Bla­des. La fol­lia del grup­po però è pre­sen­te, basti pen­sa­re a Devil’s Den in cui in 3 minu­ti rac­chiu­do­no lo spi­ri­to di tut­to l’album se non di tut­ta la band. Ma in gene­ra­le que­sto album è un pas­so dif­fe­ren­te dal pri­mo, più rifles­si­vo, più new wave, più strug­gen­te come ben si sen­te in After The Flash e soprat­tut­to nell’ultima trac­cia dell’album. Un lavo­ro di grand sostan­za for­se non rag­giun­ge la novi­tà del loro pri­mo album però e con una cer­ta ripe­ti­ti­vi­tà nel­le strut­tu­re, ma mol­to ha da dire comun­que e rega­la momen­ti di for­za espres­si­va che a trat­ti ricor­da­no gli utli­mi pro­get­ti degli Swans. Un grup­po for­te quin­di, ener­gi­co e che ben con­so­li­da­to nel suo pro­get­to, inte­res­san­tis­si­mo sempre.

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Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.
Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.
Gabriele Benizio Scotti
Stu­den­te di filo­so­fia, appas­sio­na­to di musi­ca, cine­ma, video­gio­chi e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce scri­ve­re di que­ste tema­ti­che e appro­fon­dir­le il più possibile.

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