Del: 23 Giugno 2023 Di: Michela De Marchi Commenti: 0
La strage di Pylos. Un naufragio evitabile

Dopo Cutro, una nuova strage di persone migranti è avvenuta a Pylos, cittadina costiera greca al largo della quale un peschereccio si è ribaltato il 14 giugno 2023.

Secondo le prime ricostruzioni il numero dei passeggeri era di 750: il bilancio delle vittime è di almeno 79 persone, continuano le ricerche dei dispersi e l’identificazione delle salme, mentre i superstiti, tutti uomini tra i 16 e i 40 anni, sono stati portati nella città di Kalamata, dove è stata allestita un’area di accoglienza per i sopravvissuti adatta a rispondere al fabbisogno di coperte, vestiti e cibo. La maggior parte delle persone di cui si sono perse le tracce proveniva dalle province occidentali del Punjab e dal Kashmir sotto amministrazione pakistana.

Pare che Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) avesse segnalato per tempo la presenza del peschereccio, ma la Guardia costiera greca avrebbe ritardato l’intervento.

Si sospetta quindi che Atene abbia sperato fino all’ultimo che queste persone raggiungessero le acque di competenza italiane per non farsi carico delle operazioni di salvataggio e di accoglienza. 

I resti dell’imbarcazione naufragata al largo di Steccato di Cutro lo scorso 26 febbraio


Secondo le autorità greche, un aereo di sorveglianza di Frontex aveva avvistato la barca il 13 giugno alle ore 9.47 comunicandolo alle autorità preposte al soccorso, cioè alla Guardia costiera greca.

Anche la Guardia costiera italiana e due mercantili avevano segnalato alle autorità greche la presenza dell’imbarcazione in difficoltà, ma la Guardia costiera greca sostiene che i passeggeri dell’imbarcazione abbiano rifiutato qualsiasi aiuto per dirigersi verso l’Italia. Alle 22.40 una motovedetta della Guardia costiera aveva raggiunto la nave, ma si ribadisce ancora una volta la negazione di qualsiasi assistenza per continuare verso l’Italia.

Tuttavia, le leggi internazionali sul soccorso in mare avrebbero imposto in ogni caso ai greci di intervenire per le condizioni in cui l’imbarcazione stava navigando.

Inoltre, diverse testimonianze contestano la versione delle autorità greche. Innanzitutto, secondo le ricostruzioni di queste ultime il motore della barca si sarebbe rotto intorno all’1.40 del 14 giugno e intorno alle 2 la barca si sarebbe ribaltata e sarebbe affondata: il naufragio è avvenuto 15 ore dopo la prima segnalazione e i naufraghi avevano anche chiesto aiuto, telefonando alla rete di volontari Alarmphone già dal 13 giugno. 

I sopravvissuti sostengono che la Guardia costiera avrebbe lanciato una corda all’ex peschereccio per trainarlo verso la terraferma, un’operazione che però si sarebbe rivelata più complicata del previsto. Parlando con l’ex primo ministro Alexis Tsipras, un superstite ha detto: «Non sapevano come tendere la corda e la barca ha cominciato a inclinarsi a destra e a sinistra. La Guardia costiera stava andando troppo veloce, ma la barca era già molto inclinata verso sinistra, e poi è affondata».

La Guardia costiera ha fornito una versione diversa: in un primo momento aveva negato la presenza di una corda sostenendo che la nave intervenuta si fosse mantenuta a una discreta distanza dall’ex peschereccio, poi da una fonte dell’autorità portuale greca si è avuta la certezza che effettivamente una corda era stata legata all’ex peschereccio per verificarne le condizioni e tentare un rimorchio, ma le persone a bordo l’avrebbero slegata perché non volevano essere portate in Grecia.

Nell’esprimere profondo cordoglio e dolore per le vittime che si continuano a contare, il Centro Astalli afferma che «si tratta di un’ecatombe che l’Europa avrebbe potuto e dovuto evitare».

Tra le domande che sorgono infatti ce n’è una in particolare: perché governi e forze politiche in tutta Europa incolpano Bruxelles per le carenze nella lotta all’immigrazione clandestina, ma ad oggi non esiste un sistema di ricerca e soccorso guidato dall’Ue?

La risposta necessita di un passo indietro nel tempo e ci porta nella storia della nostra nazione: il 3 ottobre 2013 un barcone di persone migranti al largo di Lampedusa si inabissò provocando 368 morti e sconvolgendo la politica italiana, con una vasta eco in tutta l’Unione europea. L’Europa avanzò una serie di proposte tra cui la creazione di una cabina di regia europea, gestita a livello centrale, per individuare le rotte dei barconi di persone migranti che partono dal Nord Africa e che interessano lo specchio di mare che va da Cipro alla Spagna: un’azione di ricerca e soccorso guidata da Frontex, l’agenzia di frontiera dell’Ue che si occupa di fornire assistenza agli Stati membri per individuare i barconi in pericolo.                                                                

La proposta restò morta, probabilmente perché sulle politiche di lotta all’immigrazione clandestina gli stati più esposti come Grecia, Malta, Francia, Spagna e Italia volevano avere le mani libere nel gestire i soccorsi e i rapporti con i Paesi di partenza.

Sarà poi il governo Letta a lanciare l’operazione Mare Nostrum per aumentare i soccorsi nel Mediterraneo centrale e in contemporanea cominciano a spuntare le navi delle ONG (Organizzazioni Non Governative indipendenti dagli Stati), ma tra le turbolenze in Libia e in Siria il peso sulle spalle dell’Italia diventa insostenibile da un punto di vista economico. Nasce l’operazione Triton, che di fatto sostituisce Mare Nostrum: a coordinare due aerei di sorveglianza e tre navi c’è Frontex, ma il comando delle operazioni resta sempre in mano italiana. Triton si limita alla sola sorveglianza ed eventuale ricerca, ma i soccorsi spettano al nostro Paese.

La crisi migratoria si inasprisce e i naufragi in mare aumentano: tra 2015 e 2020 l’Ue arriva ad abbozzare una forma di missione congiunta, Sophia, che poteva contare su una flotta di navi militari fornite da diversi Paesi del blocco e coordinate dall’Italia. Tali imbarcazioni sono state utilizzate per prestare soccorsi, salvando circa 45mila vite umane, a detta dell’Ue: con Sophia le morti nel Mediterraneo centrale, sono diminuite. L’operazione, in seguito, è stata smantellata: per quanto riguarda i soccorsi, ogni governo Ue è indipendente e si coordina con gli altri attraverso Frontex e il gruppo di contatto Sar (Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo).

Da anni la linea Ue sull’immigrazione illegale si è ridotta alla lotta dei trafficanti attraverso la cooperazione con i Paesi terzi, ma i risultati fallimentari riportano alla ribalta il tema dei soccorsi. A Bruxelles c’è chi sottolinea la necessità di riaprire il dibattito sulle attività di ricerca e soccorso in Europa: ridurre ai soli trafficanti le responsabilità di queste tragedie o fornire come unica risposta la cooperazione con i Paesi terzi, per stanarli e bloccarli, contrasta con la realtà, con il diritto internazionale e con i fallimenti di Ue e governi

Sono ripetuti gli episodi di morte alle frontiere d’Europa per la mancanza di un’azione comune di ricerca e soccorso delle persone migranti, mentre si continuano a investire risorse sulla chiusura e l’esternalizzazione delle frontiere. Necessaria è quindi la volontà degli Stati europei di istituire vie d’accesso legali e sicure per chi cerca protezione in Europa, unico vero strumento per contrastare il traffico e la tratta di esseri umani.

Michela De Marchi
Studentessa di Scienze umanistiche per la comunicazione che aspira a diventare una giornalista. Sono molto ambiziosa e tendo a dare il meglio di me in ogni situazione. Danza, libri e viaggi sono solo alcune delle cose che mi caratterizzano.

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