Nella testa degli universitari: intervista a Ilaria Cutica

Nella testa degli universitari: intervista a Ilaria Cutica

In occasione del ventesimo anniversario dalla fondazione di Vulcano Statale, il giornale degli studenti dell’Università Statale di Milano, abbiamo pensato alla creazione di un numero speciale, di carta, che a partire da questa settimana potrete trovare nelle diverse sedi dell’Ateneo, oltre che leggere giorno per giorno sul nostro sito. Per ulteriori informazioni, seguici sulla nostra pagina Ig: @vulcanostatale.


Gli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri ita­lia­ni, ormai da diver­so tem­po, non stan­no bene. Tra ansia da esa­me, il ter­ro­re di fini­re fuo­ri cor­so e mol­ti altri fat­to­ri di natu­ra socioe­co­no­mi­ca, in mol­ti sem­bra­no accu­sa­re diver­se for­me di males­se­re psi­co­lo­gi­co, che inci­do­no sul­la qua­li­tà del­la vita e pos­so­no arri­va­re a com­pro­met­te­re la car­rie­ra uni­ver­si­ta­ria e, nei casi più estre­mi, l’esistenza stes­sa del­lo stu­den­te. A segui­to degli sva­ria­ti casi di cro­na­ca, come quel­lo rela­ti­vo alla stu­den­tes­sa IULM che si è tol­ta la vita pochi mesi fa, la Sta­ta­le ha deci­so di
com­pie­re uno stu­dio per veri­fi­ca­re la con­di­zio­ne psi­co­lo­gi­ca degli stu­den­ti dell’ateneo, inter­vi­stan­do più di 7000 stu­den­ti per com­pren­der­ne la con­di­zio­ne socia­le e psi­co­lo­gi­ca. L’indagine, secon­do i ricer­ca­to­ri, dipin­ge degli stu­den­ti “poco sod­di­sfat­ti del­la pro­pria qua­li­tà del­la vita, atta­na­glia­ti dall’ansia di pre­sta­zio­ne e in alcu­ni casi con sin­to­mi depres­si­vi, ma per for­tu­na con una soli­da rete di rela­zio­ni socia­li a sup­por­to”. Due dati che richia­ma­no l’attenzione e che han­no sor­pre­so in nega­ti­vo sono in par­ti­co­la­re il livel­lo di insod­di­sfa­zio­ne per la qua­li­tà del­la pro­pria vita, che si atte­sta com­ples­si­va­men­te al 55% degli stu­den­ti inter­vi­sta­ti, e la pre­sen­za di sin­to­mi depres­si­vi nel 12% del­le persone. 

Abbia­mo deci­so di rag­giun­ge­re Ila­ria Cuti­ca, docen­te di psi­co­lo­gia gene­ra­le del­la Sta­ta­le che ha cura­to le inter­vi­ste agli stu­den­ti e ha con­tri­bui­to alla rea­liz­za­zio­ne del­lo stu­dio, per far­ci rac­con­ta­re da lei i risul­ta­ti del­lo stu­dio e per far­ci spie­ga­re il feno­me­no del disa­gio mentale. 

Nell’ottobre del 2022 è sta­to pre­sen­ta­to dal­la Sta­ta­le un pri­mo stu­dio sul disa­gio psi­co­lo­gi­co degli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri, di cui abbia­mo par­la­to all’inizio dell’articolo. Dato che lei ha lavo­ra­to a que­sta inda­gi­ne, cosa ci dico­no i dati raccolti?

Noi ci aspet­ta­va­mo un dato che evi­den­zias­se un cer­to aumen­to del disa­gio, per­ché dati ana­lo­ghi ci arri­va­va­no da altri stu­di pro­ve­nien­ti da altri pae­si, euro­pei e non. Con la pan­de­mia e il perio­do suc­ces­si­vo sono sta­ti fat­ti diver­si altri stu­di, e i livel­li di disa­gio che veni­va­no ripor­ta­ti, peral­tro comu­ni a stu­den­ti del­le scuo­le medie e supe­rio­ri, rap­pre­sen­ta­va­no un aumen­to del males­se­re di diver­se tipo­lo­gie; in par­ti­co­la­re, si è regi­stra­to un aumen­to dei distur­bi d’ansia e dei distur­bi depres­si­vi. Tut­ta­via, nono­stan­te le aspet­ta­ti­ve, que­sti due dati (insod­di­sfa­zio­ne com­ples­si­va al 55% e pre­sen­za di sin­to­mi depres­si­vi al 12%) sono quel­li che ci han­no col­pi­to mag­gior­men­te, per­ché il males­se­re regi­stra­to è sta­to comun­que al di sopra del­le nostre aspet­ta­ti­ve. In par­ti­co­la­re, col­pi­sce il livel­lo ele­va­to di insod­di­sfa­zio­ne, con­si­de­ran­do l’età media di 24 anni degli inter­vi­sta­ti, un’età in cui le per­so­ne dovreb­be­ro esse­re più pro­po­si­ti­ve e spin­te ver­so il futu­ro e inve­ce risul­ta­no aver per­so la spin­ta crea­ti­va e lo sti­mo­lo ad anda­re avan­ti. In sostan­za ci aspet­ta­va­mo un dato in aumen­to, ma nono­stan­te ciò sia­mo rima­sti sorpresi.

Secon­do lei qua­li sono le cau­se di que­sto fenomeno?

Come spes­so acca­de nei feno­me­ni com­ples­si, si trat­ta di un insie­me di fat­to­ri. Già da pri­ma del­la pan­de­mia c’erano degli stu­di, in par­ti­co­la­re risa­len­ti al perio­do tra il 2005 e il 2010, che ci segna­la­va­no un len­to ma costan­te incre­men­to del disa­gio emo­ti­vo, spe­ci­fi­ca­men­te negli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri. Que­sto incre­men­to era in par­ti­co­la­re lega­to all’ingresso nell’età adul­ta e al cam­bio di ruo­lo che coin­ci­de con l’uscita dal­le scuo­le supe­rio­ri e l’assunzione di una mag­gio­re respon­sa­bi­li­tà su di sé e sul pro­prio per­cor­so. Ora lei potreb­be dir­mi che anche chi deci­de di anda­re a lavo­ra­re vive que­sta con­di­zio­ne, ed è vero, è un fat­to­re comu­ne a tut­ti colo­ro che entra­no nell’età adul­ta ed assu­mo­no più respon­sa­bi­li­tà. Gli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri han­no in più l’effetto del­la scel­ta del­la facol­tà, ovve­ro l’effetto di una deci­sio­ne che orien­te­rà la loro vita lavo­ra­ti­va e la loro iden­ti­tà come per­so­ne, da cui dipen­de anche la loro futu­ra pro­fes­sio­ne. Suc­ce­de dun­que che tal­vol­ta l’incertezza sul­la pro­pria iden­ti­tà e il dub­bio di aver fat­to una scel­ta giu­sta van­no a cade­re nel momen­to in cui l’individuo si sta costruen­do la pro­pria iden­ti­tà di per­so­na adul­ta. A que­sto si pos­so­no aggiun­ge­re altri fat­to­ri, lega­ti ad esem­pio all’incertezza eco­no­mi­ca (pen­sia­mo agli stu­den­ti fuo­ri­se­de che han­no maga­ri neces­si­tà di man­te­ner­si gli stu­di o di far qua­dra­re i con­ti con la pro­pria fami­glia) o il cam­bia­re cit­tà, le rela­zio­ni. In aggiun­ta può ave­re un cer­to peso l’adattamento ad un nuo­vo ambien­te e a nuo­vi rit­mi, diver­si rispet­to a quel­li del­la scuo­la supe­rio­re, con la neces­si­tà di orga­niz­za­re una quo­ti­dia­ni­tà più libe­ra che può diven­ta­re a sua vol­ta una fon­te di stress. Oltre a tut­ti que­sti fat­to­ri si è aggiun­ta chia­ra­men­te la pan­de­mia, che ha acce­le­ra­to l’aumento di disa­gio che le cita­vo pre­ce­den­te­men­te. Ovvia­men­te la pan­de­mia ha col­pi­to tut­ti, quin­di anche la salu­te men­ta­le degli uni­ver­si­ta­ri, e si è aggiun­ta ai mol­te­pli­ci fat­to­ri che inci­do­no sul­la con­di­zio­ne degli stu­den­ti. Da un lato c’è dun­que il COSP, che ha aumen­ta­to il per­so­na­le anche per for­ni­re una rispo­sta più rapi­da alle richie­ste di aiu­to, e sono sta­te anche aumen­ta­te le con­ven­zio­ni con le strut­tu­re del ter­ri­to­rio per offri­re agli stu­den­ti che ne aves­se­ro biso­gno dei per­cor­si di psi­co­te­ra­pia a prez­zi cal­mie­ra­ti. Il pun­to però è que­sto: se la per­so­na che si rivol­ge al COSP ha un pro­ble­ma di natu­ra prin­ci­pal­men­te acca­de­mi­ca, come ad esem­pio i dub­bi sul­la scel­ta del cor­so di lau­rea, vie­ne pre­so in cari­co dagli psi­co­lo­gi del COSP in un per­cor­so di coun­sel­ling; se inve­ce lo stu­den­te pre­sen­ta un distur­bo d’ansia o depres­si­vo, che quin­di col­pi­sce la sfe­ra acca­de­mi­ca, ad esem­pio spin­gen­do lo stu­den­te a riti­rar­si pri­ma di un esa­me, la per­so­na vie­ne indi­riz­za­ta ver­so un ser­vi­zio di psi­co­te­ra­pia che inve­ce l’università non fa. Quin­di pos­so dire che l’università si è atti­va­ta su que­sti due aspet­ti e, rispet­to a quan­to fat­to dagli altri ate­nei, è sta­ta data una buo­na rispo­sta. Poi è chia­ro che la voce degli stu­den­ti, che sono gli uten­ti e potreb­be­ro ave­re una visio­ne dif­fe­ren­te.

Dal suo pun­to di vista, c’è sen­si­bi­li­tà sul tema da par­te dei docen­ti e del­le isti­tu­zio­ni universitarie?

Non rie­sco a dar­le una rispo­sta pre­ci­sa, nel sen­so che c’è di tut­to. Sicu­ra­men­te que­sta inda­gi­ne e il fat­to che se ne sia par­la­to ha con­tri­bui­to ad aumen­ta­re la sen­si­bi­li­tà del per­so­na­le docen­te sul­la que­stio­ne. Que­sto avvie­ne da par­te di alcu­ne real­tà, che si trat­ti di sin­go­li docen­ti o di col­le­gi didat­ti­ci che han­no la con­sa­pe­vo­lez­za del­la neces­si­tà di occu­par­si di que­sto feno­me­no pro­ble­ma­ti­co e deli­ca­to. Que­sto ovvia­men­te non riguar­da tut­ti, per­ché è un discor­so lega­to alla sen­si­bi­li­tà indi­vi­dua­le e ognu­no ha un carat­te­re diver­so. Det­to ciò, quel­lo che si può fare è cer­ca­re di amplia­re ulte­rior­men­te que­sta con­sa­pe­vo­lez­za, anche per colo­ro che non ci sono anco­ra arri­va­ti spon­ta­nea­men­te. Ma alcu­ne real­tà si sono già mos­se e il fat­to che ci sia sta­ta que­sta inda­gi­ne sicu­ra­men­te ha già avu­to un effet­to di incre­men­to del­la con­sa­pe­vo­lez­za di un feno­me­no rea­le di cui biso­gna occuparsi. 

L’università sta facen­do abba­stan­za per far fron­te al problema?

Io ovvia­men­te ho un pun­to di vista par­zia­le, che è quel­lo dell’università e non del­lo stu­den­te, che ovvia­men­te potreb­be ave­re un pun­to di vista diver­so dal mio. Dall’interno vedo quel­lo che sta facen­do l’università e cre­do che sia abba­stan­za, poi  quest’indagine cono­sci­ti­va è sta­ta di fat­to il pri­mo pas­so di un pro­get­to di inter­ven­to este­so, che com­pren­de l’aumento degli psi­co­lo­gi inter­ni all’università per far fron­te all’aumento del­le richie­ste di aiu­to da par­te degli studenti. 

Aldi­là del­la situa­zio­ne uni­ver­si­ta­ria, cosa dovrem­mo aspet­tar­ci per il futu­ro su que­sto tema?

Io sono otti­mi­sta nel­la misu­ra in cui vedo una ten­den­za alla ridu­zio­ne del­lo stig­ma nel chie­de­re aiu­to in caso di dif­fi­col­tà o disa­gio men­ta­le. Tant’è che quell’incremento che dice­va­mo all’inizio, rife­ri­to alle richie­ste al COSP, è sicu­ra­men­te lega­to a un peg­gio­ra­men­to del­la salu­te men­ta­le, ma è anche in par­te lega­to al fat­to che si sta abbat­ten­do lo stig­ma del “sen­to un disa­gio e in qual­che modo me lo devo gesti­re da solo”, o la ver­go­gna nel chie­de­re aiu­to. Di soli­to infat­ti ci si rivol­ge ad un pro­fes­sio­ni­sta solo se la situa­zio­ne è mol­to gra­ve, altri­men­ti si ten­de a nascon­der­la e si evi­ta di par­lar­ne con altri, per non esse­re visti come “debo­li”; dif­fi­cil­men­te si par­la agli ami­ci di un distur­bo d’ansia come si par­le­reb­be di un dolo­re al ginoc­chio. Que­sto stig­ma c’è sem­pre sta­to, però io vedo che pia­no pia­no si sta sgre­to­lan­do, e in que­sto sono otti­mi­sta. Se aumen­ta la capa­ci­tà di chie­de­re aiu­to e se dimi­nui­sce la ver­go­gna nel dire di ave­re una dif­fi­col­tà emo­ti­va, è chia­ro che qual­sia­si situa­zio­ne affron­ta­ta sul nasce­re ver­rà trat­ta­ta più in fret­ta e con più suc­ces­so, con con­se­guen­ti miglio­ra­men­ti del­la qua­li­tà di vita mag­gio­ri rispet­to a quan­do si ha di fron­te una sta­bi­liz­za­zio­ne o cro­ni­ciz­za­zio­ne di un disturbo. 

Que­sto cam­bia­men­to cul­tu­ra­le, che va aldi­là del discor­so uni­ver­si­ta­rio, fa sì che le per­so­ne pos­sa­no sen­tir­si più legit­ti­ma­te a chie­de­re aiu­to, e cre­do che alla lun­ga pos­sa por­ta­re un miglio­ra­men­to del­la qua­li­tà di vita per­ché si può inter­ve­ni­re pri­ma e sen­za sen­si di col­pa o sen­si di inadeguatezza.

È pos­si­bi­le rivol­ger­si al ser­vi­zio di con­su­len­za offer­to da Uni­mi per pro­ble­mi rela­ti­vi al meto­do di stu­dio o emo­ti­vi scri­ven­do all’in­di­riz­zo mail servizio.counseling@unimi.it

Con­di­vi­di:
Michele Baboni
Stu­den­te di scien­ze poli­ti­che, sono appas­sio­na­to di filo­so­fia, poli­ti­ca e cal­cio. I temi che ho più a cuo­re sono i dirit­ti civi­li e il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, anche se l’at­tua­li­tà è sem­pre un pun­to di par­ten­za sti­mo­lan­te per nuo­ve rifles­sio­ni. La scrit­tu­ra è il mez­zo per allar­ga­re i miei oriz­zon­ti, la curio­si­tà il ven­to che mi spin­ge alla ricer­ca inces­san­te di nuo­ve risposte.

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