Pride Month. Rainbow washing e Rainbow capitalism

Pride Month. Rainbow washing e Rainbow capitalism

Sia­mo giun­ti alla fine di un altro Pri­de Month ed è solo que­stio­ne di ore per­ché i loghi del­le azien­de sve­sta­no il costu­me arco­ba­le­no per tor­na­re alla soli­ta rou­ti­ne. Per­ché dun­que pren­der­si il distur­bo in pri­mo luogo?

L’utilizzo d’immagini e sim­bo­li a somi­glian­za del­la famo­sa ban­die­ra LGBTQ+ è una ten­den­za sem­pre più osser­va­ta nei gran­di mar­chi inter­na­zio­na­li, che vedo­no giu­gno come un’occasione per pro­muo­ve­re la pro­pria atti­vi­tà e gua­da­gna­re così, alme­no di fac­cia, una cer­ta cre­di­bi­li­tà ver­so i con­su­ma­to­ri sen­za però lavo­ra­re atti­va­men­te per soste­ne­re la comu­ni­tà a cui si indirizzano.

Se que­sto mese dovreb­be rap­pre­sen­ta­re una com­me­mo­ra­zio­ne dei moti di Sto­newall del 1969, che han­no dato ini­zio al moder­no movi­men­to per i dirit­ti LGBTQ+, il suo signi­fi­ca­to ori­gi­na­le di lot­ta socia­le divie­ne però sem­pre più dif­fi­ci­le da rico­no­sce­re, tra mon­ta­gne d’abbigliamento, cin­tu­ri­ni dell’orologio, vod­ka e addi­rit­tu­ra ham­bur­ger (si ricor­di la recen­te cam­pa­gna di Bur­ger King per il Proud Whop­per, pani­no con invo­lu­cro colo­ra­to dispo­ni­bi­le, tra l’altro, in sole due loca­tion di Milano).

Il rainbow-washing è proprio questo: 

ren­de­re gua­da­gno com­mer­cia­le un sim­bo­lo col­let­ti­vo di for­te signi­fi­ca­to socia­le, poli­ti­co e cul­tu­ra­le; un atto per­for­ma­ti­vo e for­se pater­na­li­sti­co di sup­por­to, che sa tan­to di con­ten­ti­no cedu­to a fati­ca e non cor­ri­spon­de a un tan­gi­bi­le con­tri­bu­to alla popo­la­zio­ne queer.

Mol­te com­pa­gnie «stan­no dirot­tan­do l’evento […] per il valo­re com­mer­cia­le che pos­sie­de» come ha affer­ma­to Dia­ne Pri­mo, fon­da­tri­ce del­la socie­tà di PR e mar­ke­ting Pur­po­se Brand Agen­cy. «Cioè, ti ven­do qual­co­sa, e tu mi dai dei soldi».

Il pote­re d’acquisto degli indi­vi­dui LGBTQ+ (chia­ma­to negli Sta­ti Uni­ti “dol­la­ro rosa”) cor­ri­spon­de infat­ti a oltre 1 tri­lio­ne di euro ed è per­ciò con­si­de­ra­to un mer­ca­to in con­ti­nua cre­sci­ta per le azien­de, al fine di aumen­ta­re visi­bi­li­tà e pro­fit­ti. Di pri­mo impat­to tra­spa­ri­reb­be quin­di l’idea che chi è LGBTQ+ (uomi­ni gay in par­ti­co­la­re) abbia un sac­co di sol­di da spen­de­re per i festeg­gia­men­ti del Pride.

Que­sto è vero per alcu­ni, ma è un mito per la mag­gior par­te, in quan­to non tie­ne in con­to del­le for­ti dif­fe­ren­ze di clas­se che divi­do­no come tut­te que­sta comu­ni­tà: un rap­por­to del 2016 del Wil­liams Insti­tu­te ha di fat­to osser­va­to che le per­so­ne queer affron­ta­no «un rischio di esse­re sot­to la soglia di pover­tà che nel miglio­re dei casi è pari […] nel peg­gio­re è assai mag­gio­re» a chi è cis-etero.

Le sta­ti­sti­che diven­ta­no più disa­stro­se se si aggiun­go­no come fat­to­ri l’etnia e l’identità di gene­re. Ma que­sto è for­se il noc­cio­lo del pro­ble­ma: le azien­de, per loro natu­ra, voglio­no far sol­di e quin­di si con­cen­tra­no su una mino­ran­za bene­stan­te a sca­pi­to dei lavo­ra­to­ri e dei meno abbienti.

La mercificazione e la monetizzazione della bandiera arcobaleno, un simbolo pubblico e ideologico trasformato in sticker, è un atto dannoso perché è in fondo un gesto di convenienza revocabile all’occasione: 

dove il mer­ca­to dimo­stra di non acco­glie­re una simi­le stra­te­gia di mar­ke­ting, ecco che il sup­por­to spa­ri­sce.

Famo­so il caso dell’azienda auto­mo­bi­li­sti­ca BMW, che da sem­pre evi­ta di modi­fi­ca­re il logo in alcu­ne del­le sue pagi­ne Insta­gram, ad esem­pio BMW Ara­bia Sau­di­ta, Indo­ne­sia e, quest’anno, anche la pagi­na ita­lia­na: si trat­ta di Pae­si che cri­mi­na­liz­za­no o discri­mi­na­no l’omosessualità in veste gover­na­ti­va e, per­tan­to, non risul­ta­no pro­fit­ta­bi­li in que­sto settore.

Il mes­sag­gio è chia­ro: voglia­mo aiu­tar­ti a cele­bra­re la tua iden­ti­tà — e voglia­mo che tu resti­tui­sca que­sto favo­re com­pran­do i nostri pro­dot­ti. Que­sto non vuol dire che la popo­la­ri­tà e l’importanza del Pri­de non deb­ba­no esse­re rico­no­sciu­te, per­ché riflet­to­no i pro­gres­si fat­ti dal­la comu­ni­tà per poter esi­ste­re e per­ché ser­vo­no da riman­do alle lot­te del pas­sa­to e del presente.

Tuttavia, la prossima volta che vediamo un’azienda cambiare il suo logo con un breve messaggio di inclusività, possiamo porci le seguenti domande:

Qual è la moti­va­zio­ne dell’azienda? 

È que­sta una posi­zio­ne coe­ren­te con altre deci­sio­ni precedenti?

Che dire del­la poli­ti­ca azien­da­le: è inclu­si­va o sfrut­ta altre fasce demo­gra­fi­che e la clas­se lavo­ra­ti­va per­ché tu pos­sa ave­re il pro­dot­to che desideri? 

Scri­ve per con­tro il gior­na­li­sta Brian Broo­me, nel­la colon­na Opi­nio­ni del Washing­ton Post: «Esse­re rap­pre­sen­ta­ti con­ta anche se il soste­gno vie­ne nel­la for­ma d’una T‑shirt arco­ba­le­no per cani. In qual­che posto, quel­la magliet­ta sta aiu­tan­do qual­cu­no. Quin­di, anche se non com­pre­rò mer­ce arco­ba­le­no, sono con­ten­to che sia lì espo­sta nei nego­zi di Tar­get [cate­na sta­tu­ni­ten­se di gran­di magaz­zi­ni, ndr]». 
Quan­do però un vesti­to colo­ra­to è l’unica for­ma di rico­no­sci­men­to che la socie­tà si degna di dar­ti, quan­to anco­ra può vale­re? E quan­to può con­ti­nua­re, se deci­di di non com­pra­re più?

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Elisa Basilico

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