Radici. La legge Basaglia e la chiusura dei manicomi

Radici. La legge Basaglia e la chiusura dei manicomi

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.


Il tema del disa­gio psi­co­lo­gi­co, nono­stan­te i dati sem­pre più allar­man­ti sot­to mol­te­pli­ci pun­ti di vista, resta ad oggi di poca rile­van­za all’interno del­le isti­tu­zio­ni ita­lia­ne e su cui si inve­sto­no anco­ra trop­pe poche risor­se. Negli ulti­mi anni la spe­sa annua­le in salu­te men­ta­le  si è infat­ti aggi­ra­ta al 3% sul tota­le del Fon­do Sani­ta­rio Nazio­na­le, con un trend in calo a fron­te di un aumen­to del­le risor­se del fon­do. Inol­tre, nel Pia­no Nazio­na­le di Ripre­sa e Resi­lien­za (Pnrr) non sono pre­sen­ti rife­ri­men­ti più o meno espli­ci­ti al tema, il che fa pre­su­me­re che non saran­no pre­vi­sti ulte­rio­ri aumen­ti di fon­di rispet­to a quan­to vie­ne spe­so attualmente.

Tut­ta­via, se ad oggi il par­la­men­to limi­ta la sua azio­ne a poche ini­zia­ti­ve come il bonus psi­co­lo­go, di cui peral­tro ha bene­fi­cia­to solo una per­so­na su nove tra i richie­den­ti, in pas­sa­to fu pro­prio il par­la­men­to ita­lia­no che, nel 1978, appro­vò uno dei dise­gni di leg­ge più pio­nie­ri­sti­ci dell’epoca, che rifor­mò pro­fon­da­men­te il modo di trat­ta­re la malat­tia men­ta­le e che anco­ra oggi, al net­to del­le discus­sio­ni in meri­to, rima­ne in vigo­re: stia­mo par­lan­do del­la leg­ge 109 del 1978, det­ta anche “Leg­ge Basa­glia” per­ché ispi­ra­ta dal­lo psi­chia­tra Fran­co Basa­glia, che rese l’Italia uno dei pri­mi Pae­si del mon­do occi­den­ta­le a chiu­de­re i mani­co­mi e che per­mi­se di rida­re a mol­tis­si­me per­so­ne una digni­tà che era anda­ta persa.

Ma per capire quale fosse all’epoca la situazione a livello sanitario ed istituzionale, e per comprendere quanto sia stata rilevante la figura di Basaglia, è necessario fare un passo indietro e analizzare il contesto in cui i malati mentali venivano trattati.

Anzi­tut­to, è neces­sa­rio sot­to­li­nea­re che, fino a pochi anni pri­ma del­la Leg­ge Basa­glia, nel­la con­ce­zio­ne di “mala­ti” o “mat­ti” pote­va­no rien­tra­re una vasta gam­ma di per­so­ne, che pote­va­no spa­zia­re dal distur­bo dell’umore alla tota­le disa­bi­li­tà fisi­co-cogni­ti­va. I mala­ti, det­ti anche “alie­na­ti di men­te”, veni­va­no inter­na­ti nei mani­co­mi (o fre­no­co­mi), che in Ita­lia esi­ste­va­no dal XIX seco­lo ed arri­va­ro­no ad esse­re più di 70. Si trat­ta­va spes­so di luo­ghi gesti­ti dal­la Chie­sa o diret­ta­men­te da sin­go­li ordi­ni eccle­sia­sti­ci, in cui si tro­va­va uno spac­ca­to mol­to ete­ro­ge­neo di uma­ni­tà: oltre agli alie­na­ti men­ta­li si tro­va­va­no infat­ti per­so­ne non mala­te e che oggi con­si­de­ria­mo sane, come gli omo­ses­sua­li, le pro­sti­tu­te o le don­ne adul­te­re

La mate­ria era disci­pli­na­ta in par­ti­co­la­re dal­la leg­ge 36 del 1904, che det­ta­va i cri­te­ri neces­sa­ri per il rico­ve­ro dei pazien­ti e le ragio­ni che pote­va­no por­ta­re a tale misu­ra. La leg­ge sta­bi­li­va che, per far entra­re una per­so­na in mani­co­mio, i fami­lia­ri o i tuto­ri del pazien­te dove­va­no por­ta­re al tri­bu­na­le di rife­ri­men­to una richie­sta for­ma­le, ed era suf­fi­cien­te che venis­se­ro alle­ga­ti un cer­ti­fi­ca­to medi­co e un atto di noto­rie­tà che atte­stas­se­ro i moti­vi per cui era neces­sa­rio il provvedimento. 

Per quan­to riguar­da inve­ce il cri­te­rio secon­do cui le auto­ri­tà deci­de­va­no se acco­glie­re o meno le richie­ste, il decre­to regio del 1904 dice­va: «deb­bo­no esse­re custo­di­te e cura­te nei mani­co­mi le per­so­ne affet­te per qua­lun­que cau­sa da alie­na­zio­ne men­ta­le, quan­do sia­no peri­co­lo­se a sé o agli altri e rie­sca­no di pub­bli­co scan­da­lo e non sia­no e non pos­sa­no esse­re con­ve­nien­te­men­te custo­di­te e cura­te fuor­ché nei mani­co­mi». In que­ste strut­tu­re fini­va­no dun­que tut­te quel­le per­so­ne che assu­me­va­no com­por­ta­men­ti clas­si­fi­ca­bi­li come social­men­te devian­ti, a pre­scin­de­re dall’età o dal­la con­di­zio­ne e non in qua­li­tà di mala­ti, ma in quan­to sog­get­ti peri­co­lo­si o scan­da­lo­si per la socie­tà o le fami­glie di appartenenza. 

E’ importante sottolineare che nei frenocomi finivano moltissime persone, il che rendeva i manicomi dei luoghi spesso sovraffollati e con pessime condizioni igienico-sanitarie: 

in par­ti­co­la­re, gli inter­na­ti aumen­ta­ro­no con­si­de­re­vol­men­te duran­te il perio­do fasci­sta, in cui gli ospe­da­li psi­chia­tri­ci diven­ne­ro una del­le tan­te armi del regi­me per repri­me­re il dis­sen­so poli­ti­co
Pur­trop­po, i mani­co­mi furo­no tutt’altro che dei luo­ghi tera­peu­ti­ci e di recu­pe­ro dei pazienti. 

I sog­get­ti che veni­va­no inter­na­ti veni­va­no infat­ti pri­va­ti di ogni ave­re e, come pre­scri­ve­va l’art. 604 del Codi­ce di Pro­ce­du­ra Pena­le, veni­va­no iscrit­ti al casel­la­rio giu­di­zia­rio, il che com­por­ta­va la per­di­ta di ogni dirit­to civi­le. In que­sto modo, i fre­no­co­mi dive­ni­va­no in real­tà dei luo­ghi dove i pazien­ti pote­va­no rima­ne­re per tut­ta la loro esi­sten­za, in con­di­zio­ni di vita gra­ve­men­te limi­tan­ti e dimen­ti­ca­ti dal resto del­la socie­tà. La rea­le fun­zio­ne dei mani­co­mi, ovve­ro quel­la di reclu­de­re i sog­get­ti pro­ble­ma­ti­ci, è anco­ra più evi­den­te se si con­si­de­ra­no le moda­li­tà di trat­ta­men­to dei distur­bi, che mol­to spes­so, com’è noto, sfo­cia­va­no in vere e pro­prie tor­tu­re

Le tec­ni­che uti­liz­za­te mag­gior­men­te, come l’elettroshock, il coma insu­li­ni­co  e per­fi­no la lobo­to­mia, era­no infat­ti pro­ce­du­re estre­ma­men­te dolo­ro­se e atro­ci, che arri­va­va­no a gene­ra­re pro­fon­dis­si­mi trau­mi in chi le subi­va, mol­to spes­so in manie­ra rei­te­ra­ta e con­tro la pro­pria volon­tà. Le con­se­guen­ze sui pazien­ti era­no inol­tre gra­vis­si­me, e pote­va­no spa­zia­re dall’insorgenza di cri­si epi­let­ti­che fino ai casi in cui, a segui­to del­le lobo­to­mie, i sog­get­ti non era­no più in gra­do di svol­ge­re in auto­no­mia le fun­zio­ni vita­li più basi­la­ri.

Mol­to spes­so, solo gli ope­ra­to­ri sani­ta­ri sape­va­no ciò che acca­de­va all’interno di que­ste isti­tu­zio­ni, quin­di la situa­zio­ne rima­se inva­ria­ta fino agli anni ‘60, quan­do una nuo­va gene­ra­zio­ne di psi­chia­tri, in cui rien­tra­va Fran­co Basa­glia, ini­ziò a lavo­ra­re all’interno degli isti­tu­ti psichiatrici. 

In quegli anni uscì inoltre il documentario Un giorno al manicomio, che portò per la prima volta nelle case degli italiani la realtà dell’ospedale psichiatrico, generando un dibattito pubblico che venne ripreso anche durante le proteste del ‘68. 

Fran­co Basa­glia, che in que­gli anni lavo­ra­va come diret­to­re del mani­co­mio di Gori­zia, ridi­se­gnò il mani­co­mio in una pro­spet­ti­va non­vio­len­ta, oriz­zon­ta­le e anti-isti­tu­zio­na­le, tra­sfor­man­do­lo insie­me ad altri psi­chia­tri dell’istituto in un luo­go in cui i pazien­ti pote­va­no par­la­re ed espri­mer­si, svol­ge­re atti­vi­tà crea­ti­ve e anche usci­re dal­la strut­tu­ra. Nel ‘68 ven­ne pub­bli­ca­to il libro L’istituzione nega­ta, in cui lo psi­chia­tra vene­to rac­con­ta­va l’esperienza di Gori­zia, che con­tri­buì ad accre­sce­re la sen­si­bi­li­tà pub­bli­ca sul tema; una con­se­guen­za del dibat­ti­to fu la pro­mul­ga­zio­ne del­la leg­ge 431/1968, che intro­dus­se il rico­ve­ro volon­ta­rio e un pri­mo pas­so di uma­niz­za­zio­ne dei degen­ti

L’iniziativa di Basa­glia e dei suoi col­le­ghi non ven­ne tut­ta­via accet­ta­ta di buon gra­do da tut­ti, data la for­te dif­fi­den­za dei cit­ta­di­ni ver­so i degen­ti del mani­co­mio e tal­vol­ta l’ostilità da par­te del­le isti­tu­zio­ni loca­li, e negli anni suc­ces­si­vi Basa­glia, che nel ‘69 assun­se il coman­do del mani­co­mio di Par­ma, ebbe risul­ta­ti simili.

Tut­ta­via, la situa­zio­ne cam­biò quan­do, nel ‘71, il pre­si­den­te del­la pro­vin­cia di Trie­ste affi­dò a Basa­glia la dire­zio­ne del mani­co­mio del­la cit­tà, pro­met­ten­do­gli più liber­tà d’azione rispet­to a quel­la che ebbe in pre­ce­den­za. Il 1973 fu in par­ti­co­la­re l’anno in cui avven­ne­ro i fat­ti più rile­van­ti, a par­ti­re dal­la fon­da­zio­ne del movi­men­to Psi­chia­tria demo­cra­ti­ca, a cui ade­ri­ro­no in mol­ti tra psi­chia­tri, medi­ci, sin­da­ca­li­sti e politici. 

Basa­glia e i suoi col­le­ghi pro­mos­se­ro nel mani­co­mio di Trie­ste diver­se atti­vi­tà cul­tu­ra­li, come dei cor­si di pit­tu­ra o scul­tu­ra, e per­mi­se ai pazien­ti di usci­re dal­le mura dell’istituto per par­te­ci­pa­re alla vita del­la cit­tà. Alla fine di quell’anno avven­ne una pro­te­sta ecla­tan­te, in cui psi­chia­tri e pazien­ti for­ma­ro­no un cor­teo di cir­ca 600 per­so­ne in cui por­ta­ro­no Mar­co Caval­lo, ovve­ro una rap­pre­sen­ta­zio­ne del caval­lo di Tro­ia rea­liz­za­ta dai pazien­ti, che diven­ne il sim­bo­lo del movi­men­to antipsichiatrico. 

La rivoluzione antipsichiatrica di Basaglia culminò nel ‘77, quando lo psichiatra ottenne la chiusura definitiva del manicomio di Trieste.

Gli even­ti che si avve­ra­ro­no a Trie­ste, uni­ti all’influenza che Basa­glia ave­va sia tra i suoi col­le­ghi che all’interno del­la clas­se poli­ti­ca, por­ta­ro­no il tema all’atten­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni nazio­na­li, dove per anni ten­ne­ro ban­co del­le ser­ra­te trat­ta­ti­ve e discus­sio­ni fino al dicem­bre ‘77, anno in cui si ini­ziò a discu­te­re di una rifor­ma del Siste­ma Sani­ta­rio Nazio­na­le in cui sareb­be rien­tra­ta anche l’abrogazione dei manicomi. 

Tut­ta­via, se su que­sta misu­ra si era ormai rag­giun­to un con­sen­so tra­sver­sa­le, si veri­fi­cò un acce­so scon­tro poli­ti­co sull’intro­du­zio­ne del TSO, una for­ma di rico­ve­ro coat­to che avreb­be dovu­to fare da con­tral­ta­re alla chiu­su­ra dei fre­no­co­mi e che si deci­se di man­te­ne­re dopo una lun­ga con­trat­ta­zio­ne, nono­stan­te la for­te con­tra­rie­tà del­lo stes­so Basa­glia. Un altro fat­to­re che rischiò di far tra­mon­ta­re la rifor­ma fu il refe­ren­dum popo­la­re che il Par­ti­to Radi­ca­le pro­po­se sul tema, che in caso di esi­to nega­ti­vo avreb­be can­cel­la­to il con­sen­so rag­giun­to in Parlamento. 

Per scon­giu­ra­re que­sto rischio, le for­ze poli­ti­che si tro­va­ro­no costret­te a discu­te­re in tem­pi stret­tis­si­mi un nuo­vo ddl che man­te­nes­se inva­ria­ta la sostan­za ma sle­ga­to dal­la rifor­ma del SSN, in modo tale da poter­lo appro­va­re pri­ma del­la tor­na­ta refe­ren­da­ria. Il ddl, che vede­va come pri­mo fir­ma­ta­rio lo psi­chia­tra demo­cri­stia­no Orsi­ni, ven­ne infi­ne appro­va­to il 2 mag­gio del 1978, con gran­de sod­di­sfa­zio­ne da par­te di tut­te le for­ze politiche.

A 45 anni dalla sua approvazione la legge 180 rimane ancora oggi disapplicata in alcune regioni, e i recenti fatti di cronaca (su tutti l’assassinio di una psichiatra a Pisa) suggeriscono che delle riflessioni e delle modifiche saranno prima o poi necessarie. 

Tut­ta­via, la leg­ge ispi­ra­ta a Basa­glia rima­ne anco­ra oggi una leg­ge di gran­de civil­tà e uma­ni­tà, che ha cam­bia­to il modo di trat­ta­re la malat­tia men­ta­le e che, come ama­va dire lo psi­chia­tra, «rese pos­si­bi­le l’impossibile». 

Con­di­vi­di:
Michele Baboni
Stu­den­te di scien­ze poli­ti­che, sono appas­sio­na­to di filo­so­fia, poli­ti­ca e cal­cio. I temi che ho più a cuo­re sono i dirit­ti civi­li e il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, anche se l’at­tua­li­tà è sem­pre un pun­to di par­ten­za sti­mo­lan­te per nuo­ve rifles­sio­ni. La scrit­tu­ra è il mez­zo per allar­ga­re i miei oriz­zon­ti, la curio­si­tà il ven­to che mi spin­ge alla ricer­ca inces­san­te di nuo­ve risposte.

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