La situazione nel campo profughi di Dadaab

La situazione nel campo profughi di Dadaab

Secon­do il recen­te Glo­bal Trends report dell’agenzia ONU per i rifu­gia­ti (UNHCR), alla fine del 2022, nel mon­do, cir­ca 108.4 milio­ni di per­so­ne sono sta­te costret­te a lascia­re le loro case a cau­sa di per­se­cu­zio­ni, vio­len­ze, vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni o con­flit­ti. Rispet­to all’anno pre­ce­den­te, c’è sta­to un aumen­to di 19 milio­ni di per­so­ne. Più di una per­so­na su 74 è sta­ta costret­ta allo sfol­la­men­to forzato. 

I dati sono a dir poco scon­cer­tan­ti. Soprat­tut­to se pen­sia­mo che si trat­ta dell’aumen­to più con­si­sten­te mai regi­stra­to tra un anno e l’altro, secon­do le sta­ti­sti­che dell’UNHCR. 

Sem­pre nel 2022, un tota­le di 3,8 milio­ni di per­so­ne ha otte­nu­to la  pro­te­zio­ne tem­po­ra­nea e 336.800 sono sta­te rico­no­sciu­te come rifu­gia­ti su base col­let­ti­va. La mag­gior par­te dei rifu­gia­ti rico­no­sciu­ti su base col­let­ti­va sono sta­ti ospi­ta­ti in vari Pae­si afri­ca­ni, tra cui 99.700 suda­ne­si del Sud (prin­ci­pal­men­te in Sudan, Ugan­da, Etio­pia e Kenya), 53.900 cit­ta­di­ni del­la Repub­bli­ca Demo­cra­ti­ca del Con­go (in Ugan­da), 28.500 Malia­ni (prin­ci­pal­men­te in Bur­ki­na Faso e Mau­ri­ta­nia) e 27.000 cit­ta­di­ni nige­ria­ni (In Came­run e Niger).

Il campo di Dadaab è nato nel 1991, come rifugio temporaneo per più di 90,00 rifugiati che fuggivano dalla guerra civile in Somalia. 

Il pae­se al tem­po sta­va viven­do un inten­so perio­do di vio­len­ze, che avreb­be lascia­to una feri­ta pro­fon­da per mol­ti anni a veni­re. Più di trent’anni dopo, Dadaab, in Kenya, è dive­nu­to il cam­po pro­fu­ghi più gran­de del mon­do. Colo­ro che sono sta­ti tan­to for­tu­na­ti ad esse­re soprav­vis­su­ti alla guer­ra civi­le e che pen­sa­va­no di anda­re ver­so un futu­ro miglio­re, sono fini­ti in una vera e pro­pria pri­gio­ne a cie­lo aper­to, in cui nul­la sem­bra muo­ver­si, se non ver­so un len­to ed ine­so­ra­bi­le declino.

Oggi il cam­po, secon­do l’UNHCR, con­ta più di mez­zo milio­ne di resi­den­ti pro­ve­nien­ti da diver­si pae­si del con­ti­nen­te afri­ca­no, in par­ti­co­la­re Soma­lia, Etio­pia, Rwan­da, Sudan, Eri­trea. Com­po­sto da 6 cam­pi distin­ti, si esten­de per chi­lo­me­tri e chi­lo­me­tri di ter­ra ed è anco­ra in costan­te crescita. 

Solo durante il 2022, circa 45.000 Somali sono giunti a Dadaab. 

Come tan­ti cam­pi pro­fu­ghi nel mon­do, da un inse­dia­men­to tem­po­ra­neo è tri­ste­men­te diven­ta­to una siste­ma­zio­ne per­ma­nen­te, una cru­da real­tà che non accen­na a cam­bia­re per cen­ti­na­ia di miglia­ia di indi­vi­dui che vor­reb­be­ro tan­to tor­na­re nei loro pae­si di ori­gi­ne e costruir­si un futuro. 

Per espri­me­re il sen­ti­men­to stra­zian­te dei rifu­gia­ti, il loro dolo­re nell’essere lon­ta­ni da casa, il for­te desi­de­rio di tor­nar­ci e la loro nostal­gia di un futu­ro che sem­bra impos­si­bi­le, una paro­la del­la lin­gua soma­la è sta­ta conia­ta nel cam­po: Buu­fis. Il signi­fi­ca­to esat­to indi­ca “un for­te desi­de­rio di rein­se­dia­men­to”

Ogni campo è diviso in sezioni, che sono a loro volta divisi in blocchi. 

Ogni sezio­ne è for­ma­ta da un mini­mo di un bloc­co ad un mas­si­mo di cir­ca 30 bloc­chi. Ogni bloc­co è gesti­to da due lea­ders: un uomo e una don­na. I due lea­ders a loro vol­ta eleg­go­no un uomo e una don­na che saran­no a capo del­la sezio­ne. I lea­ders sono essen­zia­li nel siste­ma di lea­der­ship del com­ples­so di cam­pi, per­ché sono il col­le­ga­men­to con l’agenzia ONU per i rifu­gia­ti (UNHCR) e colo­ro che risol­vo­no i con­flit­ti che pos­so­no avve­ni­re nei vari blocchi.

Secon­do l’UNHCR, i rifu­gia­ti, soprat­tut­to colo­ro che al cam­po sono giun­ti in tem­pi recen­ti, han­no urgen­te biso­gno di assi­sten­za non solo per­ché spes­so arri­va­no fisi­ca­men­te debi­li­ta­ti e con malat­tie facil­men­te tra­smis­si­bi­li, ma anche per­ché i posti nel­le barac­che del cam­po si stan­no esau­ren­do. Per que­sto, mol­ti rifu­gia­ti sono costret­ti a vive­re in rifu­gi di for­tu­na con acces­so limi­ta­to o nul­lo ai ser­vi­zi igie­ni­ci e all’acqua potabile.

Le con­di­zio­ni di vita sono estre­ma­men­te pre­ca­rie per tut­ti, nes­su­no esclu­so. Il cam­po è situa­to in una zona deser­ta in cui è mol­to dif­fi­ci­le far cre­sce­re qual­sia­si tipo di vege­ta­zio­ne. «Si pian­ta­no i semi, ma non c’è nul­la da rac­co­glie­re», affer­ma Dekow Ali, un abi­tan­te del campo.

Non vi è solo un problema di sovraffollamento, ma anche di strutture precarie. 

La nuo­va popo­la­zio­ne risie­de in con­di­zio­ni anco­ra più pove­re in ter­mi­ni di cibo, assi­sten­za sani­ta­ria ed istru­zio­ne. Le prin­ci­pa­li for­me di sosten­ta­men­to sono il soc­cor­so, le rimes­se e il bestia­me. Alcu­ni rifu­gia­ti han­no avvia­to pic­co­le atti­vi­tà com­mer­cia­li per sod­di­sfa­re i biso­gni quo­ti­dia­ni.

Nono­stan­te alcu­ni gio­va­ni del cam­po abbia­no avu­to la pos­si­bi­li­tà di for­mar­si, non han­no alcu­na oppor­tu­ni­tà per gua­da­gnar­si da vive­re. Il gover­no kenyo­ta ha anche isti­tui­to una poli­ti­ca che limi­ta gli spo­sta­men­ti dei rifu­gia­ti all’esterno del cam­po. Que­sto signi­fi­ca che i rifu­gia­ti non pos­so­no ave­re acces­so al mer­ca­to del lavo­ro e sono for­te­men­te dipen­den­ti alle dona­zio­ni di cibo dell’UNHCR e di altre agen­zie uma­ni­ta­rie pre­sen­ti sul campo.

La situa­zio­ne estre­ma­men­te dif­fi­ci­le ha fat­to sì che si svi­lup­pas­se una riva­li­tà tra i rifu­gia­ti e i kenio­ti loca­li per la gestio­ne del­le risor­se che scar­seg­gia­no sem­pre di più. L’ac­ces­so all’ac­qua, la legna e l’u­so del­la ter­ra per le atti­vi­tà com­mer­cia­li, sono alcu­ne del­le fon­ti di mag­gior col­li­sio­ne tra le due comu­ni­tà. Duran­te i nume­ro­si perio­di di sic­ci­tà, la ten­sio­ne è scop­pia­ta dal­l’e­ro­ga­zio­ne di aiu­ti ai rifu­gia­ti che supe­ra­no l’as­si­sten­za alle comu­ni­tà loca­li. Que­sto ha spin­to cir­ca 40.000 kenio­ti a regi­strar­si in manie­ra frau­do­len­ta come rifugiati.

Come parte del loro mandato, le Nazioni Unite, in collaborazione con il governo del Kenya, hanno iniziato a fornire assistenza umanitaria. 

A cau­sa dell’enorme por­ta­ta del­le ope­ra­zio­ni, le Nazio­ni Uni­te han­no lavo­ra­to a stret­to con­tat­to con altre Orga­niz­za­zio­ni Non Gover­na­ti­ve, sia nazio­na­li che inter­na­zio­na­li. Le orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie han­no for­ni­to aiu­ti ali­men­ta­ri d’emergenza, acqua, ser­vi­zi igie­ni­ci e assi­sten­za sani­ta­ria atti­van­do un mec­ca­ni­smo di coor­di­na­men­to adeguato. 

Par­ti­co­la­re atten­zio­ne è data alla sicu­rez­za degli ope­ra­to­ri uma­ni­ta­ri e dei rifu­gia­ti, in quan­to, secon­do Bob Ngo­bi, il respon­sa­bi­le del coor­di­na­men­to sul­la sicu­rez­za sul cam­po di Dadaab, l’area è ad alto rischio pro­prio per la sua vici­nan­za alla vola­ti­le Soma­lia e per l’e­si­sten­za di cel­lu­le ter­ro­ri­sti­che che ope­ra­no nel Paese.

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Martina Vercoli
Stu­den­tes­sa di Cor­po­ra­te Com­mu­ni­ca­tion pres­so l’Università degli Stu­di di 
Mila­no. Amo viag­gia­re, scri­ve­re, bere cap­puc­ci­ni e par­la­re di pro­get­ti di mobi­li­tà Europea.

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