Bookadvisor, consigli di lettura di settembre

Bookadvisor, consigli di lettura di settembre

Il 5 di ogni mese, 5 libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


Come d’aria, Ada d’Adamo (Elliot) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Le sto­rie di Ada e Daria sono fin da subi­to indis­so­lu­bil­men­te lega­te. Daria è la figlia, nata con una mal­for­ma­zio­ne al cer­vel­lo, l’oloprosencefalia, che le cau­sa gra­vi dif­fi­col­tà visi­ve, moto­rie e comu­ni­ca­ti­ve. Ada, la madre, dedi­ca il suo tem­po e le sue ener­gie alla figlia, impa­ran­do a cono­sce­re un cor­po diver­so dal suo, fra­gi­le e minu­to, e a comu­ni­ca­re con chi non ha modo di far­lo con la parola.

Ada si scon­tra con sguar­di giu­di­can­tipare­ri inde­si­de­ra­ti, ma soprat­tut­to con una real­tà che non age­vo­la mini­ma­men­te le fami­glie con per­so­ne disa­bi­li, e non con­sen­te loro di vive­re in manie­ra sere­na. Nel 2008 scri­ve una let­te­ra a Cor­ra­do Augias, ai tem­pi cura­to­re di una rubri­ca su Repub­bli­ca, denun­cian­do pro­prio la man­ca­ta tute­la del­le fami­glie con per­so­ne disa­bi­li e, soprat­tut­to, la man­ca­ta intro­du­zio­ne di leg­gi che per­met­tes­se­ro il dirit­to all’aborto, che lei stes­sa avreb­be pra­ti­ca­to per inter­rom­pe­re la sua gra­vi­dan­za, se fos­se venu­ta pri­ma a cono­scen­za del­la mal­for­ma­zio­ne del­la figlia.

Ada tro­va comun­que gran­de con­for­to in altre fami­glie come la sua, con le qua­li si con­fron­ta e che l’ap­pog­gia­no. La vita la met­te però di fron­te a un ulte­rio­re male, il tumo­re, che la costrin­ge a vede­re il suo stes­so cor­po cam­bia­re, far­si pic­co­lo e meno for­te, biso­gno­so di cure tan­to quan­to quel­lo del­la figlia.

Fini­rò col discio­glier­mi in te? Sono Ada. Saro D’Aria…

Vin­ci­to­re del Pre­mio Stre­ga 2023, Come d’aria è il pri­mo roman­zo di Ada d’Adamo, dece­du­ta il 1° apri­le 2023 a cau­sa del­la sua malat­tia, da lei stes­sa defi­ni­to un memoir. Ada scri­ve diret­ta­men­te alla figlia, rac­con­tan­do pas­so dopo pas­so il suo per­cor­so di vita, tra scel­te, dif­fi­col­tà, per­di­te, lut­ti e sogni mai realizzati.

È a dir poco toc­can­te la luci­di­tà e la razio­na­li­tà con cui d’Adamo ha rac­con­ta­to la sua sto­ria, sen­za lasciar­si anda­re a com­men­ti, sen­za far­ci pro­va­re pie­tà, ma solo un pre­ci­so reso­con­to di tut­ta la sua vita, con­se­gna­ta nel­le nostre mani. Non c’è spa­zio per i giu­di­zi, ma solo per la rea­liz­za­zio­ne, capi­to­lo dopo capi­to­lo, di tut­to ciò che anco­ra oggi man­ca nel nostro pae­se: tute­la e dirit­ti. Ser­vo­no pas­si in avan­ti per miglio­ra­re le con­di­zio­ni di vita del­le per­so­ne disa­bi­li e ser­ve ave­re il dirit­to di sce­glie­re sem­pre che cosa fare con il pro­prio cor­po. La testi­mo­nian­za di Ada d’Adamo dev’essere una gran­de occa­sio­ne per riflet­te­re e per spin­ger­ci a vole­re un cam­bia­men­to, neces­sa­rio oggi più che mai.


Una testa dura, Edith Ayr­ton Zang­will (Gar­zan­ti) – recen­sio­ne di Jes­si­ca Rodenghi

L’origine di que­sto roman­zo è una sto­ria vera: la vita dina­mi­ca del­la scien­zia­ta bri­tan­ni­ca Her­tha Marks Ayr­ton, matri­gna dell’autrice dive­nu­ta una suf­fra­get­ta a ini­zio ‘900. Scien­zia­ta è un ter­mi­ne ridut­ti­vo, in real­tà: fu inge­gne­ra, fisi­ca e mate­ma­ti­ca, ma anche la pri­ma don­na a tene­re una con­fe­ren­za alla Royal Socie­ty, un mon­do domi­na­to total­men­te da uomini.

Anche Ursu­la rico­pre alcu­ne tap­pe simi­li alla musa del rac­con­to: è mol­to intel­li­gen­te e pro­met­ten­te nel pro­prio set­to­re, ma spes­so non vie­ne con­si­de­ra­ta in quan­to don­na. Le sue gior­na­te tra­scor­ro­no rin­chiu­sa nel­la sof­fit­ta buia, che ha ritra­sfor­ma­to in labo­ra­to­rio, in cui pre­pa­ra espe­ri­men­ti sull’azoto liqui­do. Pro­prio il suo lavo­ro sarà la chia­ve di let­tu­ra che le spa­lan­che­rà le por­te dell’atti­vi­smo: com’è pos­si­bi­le che una mano maschi­le val­ga di più di una fem­mi­ni­le, quan­do il risul­ta­to per­ma­ne straordinario? 

In un intrec­cio di scien­za, cor­tei, amo­ri lon­ta­ni e vici­ni, Ursu­la tro­ve­rà la sua vera “chia­ma­ta” nell’attivismo del­le Suf­fra­get­te. Un per­cor­so lun­go e dif­fi­ci­le, che nasce dal­lo scet­ti­ci­smo e giun­ge nel­la con­vin­zio­ne tota­le di dover sup­por­ta­re i movi­men­ti per il dirit­to al voto del­le don­ne, ma non sol­tan­to. Ad oggi Una testa dura è più che fon­da­men­ta­le, per cono­sce­re le radi­ci di chi ha mes­so in gio­co tut­to ciò che ave­va per garan­ti­re dirit­ti a tutt3.


Le cose che ci sal­va­no, Loren­za Gen­ti­le (Fel­tri­nel­li) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Gea ha ven­ti­set­te anni, vive sui Navi­gli a Mila­no. Non esce mai dal suo quar­tie­re e tro­va eter­no con­for­to nel­la sua quo­ti­dia­ni­tà, com­po­sta dai vol­ti che incon­tra ogni gior­no. Gea è una tut­to­fa­re, aggiu­sta qual­sia­si cosa cre­de pos­sa esse­re recu­pe­ra­bi­le e con­ser­va ogget­ti che potreb­be­ro maga­ri ser­vi­re. Non si fida di nien­te e di nes­su­no, cre­sciu­ta in un pae­se sper­du­to con un padre che le inse­gna­va a pre­pa­rar­si per qual­sia­si cata­stro­fe potes­se acca­de­re, e non si tro­va pro­prio nel mon­do in cui vive.

Ma for­se le cose potreb­be­ro cam­bia­re quan­do final­men­te, dopo anni di atte­sa, Gea vede di nuo­vo alza­ta la ser­ran­da ros­sa de Il Nuo­vo Mon­do, nego­zio di anti­qua­ria­to che tan­to l’aveva affa­sci­na­ta da bam­bi­na, quan­do era sta­ta a Mila­no per far visi­ta alla non­na. Pec­ca­to che il nego­zio sia sta­to com­pra­to da un’agenzia immo­bi­lia­re… ma Gea farà di tut­to per salvarlo.

Un roman­zo toc­can­te e deli­ca­to e una bel­lis­si­ma coc­co­la per il cuo­re, Le cose che ci sal­va­no rac­con­ta una sto­ria mera­vi­glio­sa, la cre­sci­ta e il cam­bia­men­to di una per­so­na, per­mea­ta da innu­me­re­vo­li pau­re, che in sem­pli­ci ogget­ti, momen­ti, occa­sio­ni o per­so­ne è riu­sci­ta a tro­va­re sal­vez­za. Con­vin­ta in prin­ci­pio di esse­re mol­to sola, Gea, dopo esser­si data un obiet­ti­vo è riu­sci­ta a tro­va­re qual­co­sa, e qual­cu­no, a cui aggrap­par­si, e gra­zie al qua­le salvarsi. 

Con somi­glian­ze e dif­fe­ren­ze, la sto­ria di Gea potreb­be esse­re quel­la di ognu­no di noi: con for­za e deter­mi­na­zio­ne, per caso o no, sul nostro per­cor­so di vita ci saran­no sem­pre innu­me­re­vo­li cose che ci salveranno. 


Io non mi truc­co, Simo­na Can­tel­mi (Les Flâ­neurs Edi­zio­ni) – recen­sio­ne di Camil­la Restelli

A intrec­ciar­si, nel roman­zo Io non mi truc­co sono le sto­rie di quat­tro don­ne: quel­la del­la dol­ce Sara, ragaz­za-madre incin­ta di set­te mesi che, a segui­to dell’ennesimo tra­di­men­to da par­te del suo com­pa­gno, deci­de di vive­re la mater­ni­tà da sola, cer­can­do di risco­pri­re se stes­sa e di ricu­cir­si; quel­la di Bet­ty, foto­gra­fa e video­ma­ker, ragaz­za auda­ce quan­to timo­ro­sa del giu­di­zio altrui, spe­cie di quel­lo del padre, a cui non vuo­le con­fi­da­re di esser­si inna­mo­ra­ta di una coe­ta­nea; la sto­ria di Vio­la Gre­co, ambi­zio­sa gior­na­li­sta di un quo­ti­dia­no emi­lia­no, costret­ta a fare i con­ti con un sen­ti­men­to intri­ca­to nei con­fron­ti di un uomo spo­sa­to,  e, infi­ne,  quel­la dell’esuberante Tami­la, l’unica tra tut­te che sem­bra vive­re una sto­ria d’amore da sogno, se non fos­se per quell’immancabile nostal­gia che nutre ver­so il suo pae­se d’origine, la Rus­sia, che cer­ca di pla­ca­re rifu­gian­do­si in cuci­na, pre­pa­ran­do pie­tan­ze deli­zio­se che fun­zio­na­no da anti­do­to con­tro la tristezza.

Tut­te e quat­tro si tro­va­no a vive­re un momen­to di resa dei con­ti, da un pun­to di vista per­so­na­le e lavo­ra­ti­vo: quel­lo che tra i 30 e i 40 anni di età ti spin­ge a fare un bilan­cio del­la tua vita e a scon­trar­ti con le aspet­ta­ti­ve e le sfi­de che la socie­tà con­tem­po­ra­nea impo­ne, soprat­tut­to se sei donna. 

Il roman­zo di Simo­na Can­tel­mi è un poten­te inno di soli­da­rie­tà e di ami­ci­zia tut­ta al fem­mi­ni­le che spro­na le pro­prie let­tri­ci a ripar­ti­re da loro stes­se, soprat­tut­to in quei momen­ti di tran­si­zio­ne, fisi­ca ed emo­ti­va, in cui sem­bra di non rico­no­scer­si più, soprat­tut­to quan­do si è alle pre­se con sen­sa­zio­ni ed espe­rien­ze nuo­ve e scon­vol­gen­ti.

E come ci dimo­stra­no le quat­tro pro­ta­go­ni­ste, que­sto lo si può fare non solo facen­do leva su di sé, ma poten­do con­ta­re su quell’indissolubile rete di soste­gno, sup­por­to e com­pren­sio­ne reci­pro­ca che le don­ne sono sem­pre sta­te in gra­do di crea­re, sfa­tan­do dun­que quei fal­si miti che le han­no dipin­te da tem­po imme­mo­re come acer­ri­me nemi­che e cru­de­li rivali. 


Ray­bea­rer, Jor­dan Ifue­ko (Fazi Edi­to­re) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

La gio­va­ne Tari­sai è cre­sciu­ta in soli­tu­di­ne nel regno di Swa­na, caren­te del­le atten­zio­ni di sua madre, Lady, don­na mol­to temu­ta, fred­da e cal­co­la­tri­ce. Pro­prio da lei vie­ne man­da­ta, con altri bam­bi­ni, nel­la cit­tà di Olu­wan per poter entra­re a far par­te del Con­ci­lio del prin­ci­pe Dayo, ere­de al tro­no. Per entra­re nel Con­ci­lio, Tari­sai dovrà dimo­stra­re di pos­se­de­re il Rag­gio e ama­re dav­ve­ro il prin­ci­pe. Ciò che però Tari­sai non sa è che è vit­ti­ma di un incan­te­si­mo, frut­to dei pote­ri del­la madre: la gio­va­ne dovrà ucci­de­re l’erede al tro­no. Riu­sci­rà a venir meno al com­pi­to, incon­sa­pe­vol­men­te asse­gna­to­le dal­la madre, e a diven­ta­re l’autrice del suo destino? 

Pri­mo di una dilo­gia e roman­zo d’esordio di Jor­dan Ifue­ko, Ray­bea­rer è un fan­ta­sy che ha con­qui­sta­to il pub­bli­co. Oltre a una sto­ria accat­ti­van­te, fit­ta di col­pi di sce­na, magia e ritua­li, e a per­so­nag­gi mera­vi­glio­si, ognu­no con le pro­prie carat­te­ri­sti­che, la tra­ma è dav­ve­ro ben costrui­ta, pas­so dopo pas­so, con cal­ma, sen­za la fret­ta che di soli­to por­ta a dei buchi di trama. 

Dato il suo suc­ces­so diven­te­rà anche una serie tele­vi­si­va per Net­flix e anco­ra si atten­de l’uscita ita­lia­na del secon­do roman­zo, atte­sis­si­ma visto il fina­le aper­to del pri­mo volume.

Con­di­vi­di:
Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.

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