Io Capitano: raccontare con realtà

io capitano: raccontare con realtà

“Ho attra­ver­sa­to il deser­to e ho subì­to le tor­tu­re in Libia, que­sto film rac­con­ta la veri­tà”. Que­ste le paro­le di Mama­dou Kouas­si, la cui sto­ria ha ispi­ra­to Io Capi­ta­no di Mat­teo Gar­ro­ne. Una descri­zio­ne visi­va, minu­zio­sa e sen­za fil­tri del viag­gio che ogni migran­te affron­ta scap­pan­do dal­la pover­tà o/e dal­la guer­ra, con lo sco­po di rag­giun­ge­re il ter­ri­to­rio euro­peo. Uno dei pro­ta­go­ni­sti è Sey­dou, inter­pre­ta­to
egre­gia­men­te da Sey­dou Sarr: è lui il capi­ta­no che por­te­rà in sal­vo cen­ti­na­ia di migran­ti gui­dan­do una imbar­ca­zio­ne fati­scen­te (pur non aven­do alcu­na com­pe­ten­za), in un viag­gio il cui pri­mo cen­tro è il sen­so di smar­ri­men­to, con annes­sa pro­gres­si­va per­di­ta del­la per­ce­zio­ne spazio-temporale. 

Seydou intraprenderà questo viaggio con il cugino Moussa: entrambi sono nati e cresciuti a Dakar e hanno il sogno di diventare musicisti. 

Pen­sa­no che l’Europa sia il luo­go giu­sto per inse­gui­re que­sta loro aspi­ra­zio­ne, guar­da­no attra­ver­so lo scher­mo di un tele­fo­no alcu­ni video di quel­lo che potreb­be esse­re il sogno ita­lia­no ed euro­peo. Deci­si quin­di ad intra­pren­de­re que­sto viag­gio attra­ver­so il deser­to del Saha­ra e poi il lar­go del Medi­ter­ra­neo, con una dose piut­to­sto mas­sic­cia di inco­scien­za. Sey­dou ha 16 anni e ha come uni­co pun­to di rife­ri­men­to la madre. Que­sta, fin da subi­to, lo met­te in guar­dia dei vari peri­co­li che potreb­be­ro scor­ge­re duran­te
un viag­gio del gene­re, ma deci­de comun­que di par­ti­re segre­ta­men­te. La figu­ra mater­na ha un ruo­lo car­di­ne duran­te tut­to il film e ricom­pa­re silen­zio­sa­men­te sia duran­te il viag­gio per il Saha­ra, in cui Sey­dou si ritro­ve­rà a soc­cor­re­re una signo­ra, sia lun­go la trat­ta del Medi­ter­ra­neo, duran­te cui il pro­ta­go­ni­sta pren­de­rà in custo­dia una don­na gravida.

lla locandina del film


Altra figu­ra car­di­ne e non secon­da­ria è sicu­ra­men­te quel­la pater­na: Sey­dou ha per­so il padre pre­co­ce­men­te ma, nel­le pri­gio­ni libi­che in cui ver­rà inter­na­to, incon­tre­rà un uomo che vigi­le­rà su di lui.
La loro rela­zio­ne è non solo ami­ca­le: si per­ce­pi­sce il sen­so di sicu­rez­za che l’uomo vuo­le impar­ti­re al ragaz­zo, ed effet­ti­va­men­te ci rie­sce. Tant’è che si pro­di­ghe­rà affin­ché entram­bi alla fine rie­sca­no ad otte­ne­re la libertà.


Garrone riesce a districarsi dall’aurea di pietismo che di solito permea durante la narrazione di questo tipo di vicende, dirigendo un racconto di formazione totalmente affidato ai protagonisti.

Dopo aver abban­do­na­to l’innocenza del­la loro età dan­no spa­zio alla disil­lu­sio­ne. Que­sto film per­met­te a noi spet­ta­to­ri di imme­de­si­mar­ci per­so­nal­men­te ren­den­do l’accaduto tan­gi­bi­le, dan­do la pos­si­bi­li­tà di sen­ti­re vici­na una sto­ria che altri­men­ti avrem­mo solo potu­to guar­da­re da lon­ta­no. Il desi­de­rio del regi­sta è sta­to pale­se fin da subi­to: rac­con­ta­re quel­la par­te di viag­gio che si cono­sce ma che non si è mai vista.


Chia­ra­men­te nel­la ste­su­ra del­la sce­neg­gia­tu­ra sono sta­te coin­vol­te mol­tis­si­me per­so­ne che que­sta Odis­sea l’hanno vis­su­ta in manie­ra diret­ta, lo stes­so Mama­dou Kouas­si rac­con­ta quan­to sia sta­to dif­fi­ci­le ripren­de­re in mano la pro­pria sto­ria: “Ammet­to che a un cer­to pun­to la rab­bia ha pre­so il soprav­ven­to per­ché nes­su­no mai dovreb­be affron­ta­re una pro­va così dura, spes­so mor­ta­le. Que­sta ingiu­sti­zia, pur­trop­po, con­ti­nua a ripe­ter­si ogni gior­no per tan­tis­si­me altre per­so­ne che fug­go­no. Oggi vivo a Caser­ta, sono un soprav­vis­su­to, e vor­rei che que­sta for­tu­na venis­se riser­va­ta a chiun­que ambi­sce a un futu­ro miglio­re del pro­prio pre­sen­te.” E anco­ra: “Ho scel­to di con­tri­bui­re alla rea­liz­za­zio­ne di que­sto film per far
capi­re meglio alle ragaz­ze e ai ragaz­zi che scel­go­no di par­ti­re dall’Africa che Libia e Tuni­sia non sono pae­si sicu­ri in cui rifu­giar­si a vive­re, ma luo­ghi di ter­ri­bi­li mal­va­gi­tà, e per sen­si­bi­liz­za­re il pub­bli­co euro­peo ai valo­ri del sal­va­tag­gio e dell’accoglienza.”
Il film ha già rice­vu­to nume­ro­si rico­no­sci­men­ti: pre­mio spe­cia­le per la regia a Mat­teo Gar­ro­ne e pre­mio Mar­cel­lo Mastro­ian­ni a Sey­dou Sarr al festi­val del cine­ma di Vene­zia e, recen­te­men­te, è sta­to anche can­di­da­to agli Oscar come miglior film internazionale.

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Maria Pia Loiacono
Stu­den­tes­sa di beni cul­tu­ra­li, scri­vo con lo sco­po di impa­ra­re più cose del mon­do che mi cir­con­da, cer­can­do di far­mi e far­vi incuriosire.

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