Non varcate quella soglia

Per oltre tre miliar­di di anni, l’inte­ra­zio­ne tra la vita e il cli­ma ha con­trol­la­to le con­di­zio­ni ambien­ta­li gene­ra­li del­la Ter­ra. Le atti­vi­tà uma­ne, ad esem­pio la sosti­tu­zio­ne del­la natu­ra con altri usi del suo­lo, la modi­fi­ca del­la quan­ti­tà di acqua nei fiu­mi e nel suo­lo, l’in­tro­du­zio­ne di sostan­ze chi­mi­che sin­te­ti­che nel­l’am­bien­te aper­to e l’e­mis­sio­ne di gas ser­ra nel­l’at­mo­sfe­ra, influen­za­no que­ste inte­ra­zio­ni. Rispet­ta­re e man­te­ne­re le inte­ra­zio­ni nel siste­ma Ter­ra in modo che riman­ga­no simi­li a quel­le che han­no con­trol­la­to le con­di­zio­ni del nostro pia­ne­ta negli ulti­mi 12.000 anni è fon­da­men­ta­le per garan­ti­re che le atti­vi­tà uma­ne non inne­schi­no cam­bia­men­ti dram­ma­ti­ci nel­le con­di­zio­ni del­la Ter­ra, cam­bia­men­ti che pro­ba­bil­men­te ridur­reb­be­ro la capa­ci­tà del­la Ter­ra di soste­ne­re le civil­tà moderne. 

Sono nove i “con­fi­ni pla­ne­ta­ri” che rap­pre­sen­ta­no com­po­nen­ti del­l’am­bien­te glo­ba­le rego­la­tri­ci del­la sta­bi­li­tà e del­la abi­ta­bi­li­tà ter­re­stre: supe­ra­re que­sti con­fi­ni con atti­vi­tà antro­pi­che lesi­ve per la bio­sfe­ra signi­fi­ca usci­re dal­la “zona di sicu­rez­za” che ha per­mes­so alla stes­sa civil­tà uma­na di pro­spe­ra­re. Per la pri­ma vol­ta, ven­go­no pre­sen­ta­te le metri­che per tut­ti i confini. 

Sei dei confini sono stati trasgrediti e la trasgressione è in aumento per tutti i confini, ad eccezione del degrado dello strato di ozono terrestre. 

Uno stu­dio del­l’U­ni­ver­si­tà di Cope­na­ghen, pub­bli­ca­to su Scien­ce Advan­ces, rap­pre­sen­ta il ter­zo aggior­na­men­to del qua­dro rea­liz­za­to da ven­ti­no­ve scien­zia­ti di otto pae­si diver­si. La ten­den­za alla cre­scen­te tra­sgres­sio­ne dei con­fi­ni è pre­oc­cu­pan­te, spie­ga Kathe­ri­ne Richard­son, docen­te del Glo­be Insti­tu­te, lea­der del Sustai­na­bi­li­ty Scien­ce Cen­tre del­l’U­ni­ver­si­tà di Cope­na­ghen e respon­sa­bi­le del­lo stu­dio: «Supe­ra­re que­sti sei limi­ti di per sé non impli­ca neces­sa­ria­men­te con­se­guen­ze cata­stro­fi­che; tut­ta­via, rap­pre­sen­ta un chia­ro segna­le di allar­me. Pos­sia­mo trac­cia­re un’a­na­lo­gia con la nostra pres­sio­ne san­gui­gna: una pres­sio­ne supe­rio­re a 120/80 non è garan­zia di infar­to, ma ne aumen­ta il rischio. Per­tan­to, cer­chia­mo di abbas­sar­la. Per il bene nostro e dei nostri figli, dob­bia­mo ridur­re la pres­sio­ne su que­sti sei con­fi­ni planetari» . 

Una con­clu­sio­ne impor­tan­te del­lo stu­dio è che occor­re con­cen­trar­si mag­gior­men­te sul­le inte­ra­zio­ni tra i con­fi­ni: «Con­cen­trar­si sui cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci cau­sa­ti dal­l’uo­mo non è suf­fi­cien­te se voglia­mo pro­teg­ge­re il siste­ma Ter­ra da dan­ni irre­ver­si­bi­li», affer­ma Johan Rock­ström, diret­to­re del­l’I­sti­tu­to di Potsdam per la ricer­ca sul­l’im­pat­to cli­ma­ti­co (PIK) e pro­po­nen­te ori­gi­na­rio del qua­dro di rife­ri­men­to nel 2009. Secon­do Wol­fgang Lucht, co-auto­re del­lo stu­dio e capo del dipar­ti­men­to di Ana­li­si del Siste­ma Ter­ra del PIK, «Oltre ai cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci, l’in­te­gri­tà del­la bio­sfe­ra è il secon­do pila­stro del­la sta­bi­li­tà del nostro pia­ne­ta. La nostra ricer­ca dimo­stra che la miti­ga­zio­ne del riscal­da­men­to glo­ba­le e la sal­va­guar­dia di una bio­sfe­ra fun­zio­na­le per il futu­ro devo­no anda­re di pari pas­so».

La rela­zio­ne tra bio­di­ver­si­tà e uso del­la bio­mas­sa è un altro ogget­to d’a­na­li­si impor­tan­te: la neces­si­tà di rispet­ta­re il con­fi­ne del cam­bia­men­to di desti­na­zio­ne d’u­so del suo­lo pone l’ac­cen­to sul cre­scen­te uso glo­ba­le del­la bio­mas­sa come alter­na­ti­va a car­bo­ne, petro­lio e gas. La bio­mas­sa è il pro­dot­to del­la foto­sin­te­si e, quin­di, for­ni­sce l’e­ner­gia che sostie­ne la bio­di­ver­si­tà. «Il nostro stu­dio dimo­stra che gli esse­ri uma­ni si stan­no appro­prian­do del­l’e­qui­va­len­te di cir­ca il 30% del­l’e­ner­gia che era dispo­ni­bi­le per soste­ne­re la bio­di­ver­si­tà pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le», affer­ma Richard­son. «Sicu­ra­men­te, la sot­tra­zio­ne di così tan­ta ener­gia che altri­men­ti sareb­be sta­ta dispo­ni­bi­le per la natu­ra deve esse­re un fat­to­re di per­di­ta di bio­di­ver­si­tà. Per­tan­to, pro­po­nia­mo di adot­ta­re l’ap­pro­pria­zio­ne uma­na del­la pro­du­zio­ne pri­ma­ria net­ta (HANPP), cioè l’u­so del­la bio­mas­sa, come uno dei due para­me­tri per valu­ta­re l’im­pat­to uma­no sul­la biodiversità». 

Benché i risultati ottenuti dallo studio siano importanti per una migliore comprensione dello “stato di salute” del nostro pianeta, i modelli del “sistema Terra” devono ancora essere migliorati. 

Come affer­ma Johan Rock­ström: «Un mon­do che si svi­lup­pa entro con­fi­ni defi­ni­ti dal­la scien­za è l’u­ni­co modo per gesti­re la nostra situa­zio­ne attua­le, carat­te­riz­za­ta da rischi cre­scen­ti e poten­zial­men­te cata­stro­fi­ci, su sca­la pla­ne­ta­ria. Lo rico­no­scia­mo già sul cli­ma, dove l’ac­cor­do di Pari­gi ha adot­ta­to il limi­te pla­ne­ta­rio per il cli­ma di man­te­ne­re il limi­te di 1,5°C. Allo stes­so modo, il mon­do ha accet­ta­to il limi­te pla­ne­ta­rio sul­la bio­di­ver­si­tà, quan­do è sta­to deci­so alla COP15 di Mon­treal-Kun­ming del 2022, per arre­sta­re e inver­ti­re la per­di­ta di bio­di­ver­si­tà sul­la ter­ra e negli ocea­ni. Il nostro stu­dio dimo­stra, tut­ta­via, che que­sto non è di gran lun­ga suf­fi­cien­te. La scien­za dei Con­fi­ni pla­ne­ta­ri for­ni­sce una “gui­da per l’a­zio­ne” se voglia­mo dav­ve­ro garan­ti­re pro­spe­ri­tà ed equi­tà per tut­ti sul­la Ter­ra, e que­sto va ben oltre il solo cli­ma, richie­den­do una model­la­zio­ne e un’a­na­li­si del siste­ma ter­re­stre ine­di­te e sfor­zi siste­ma­ti­ci per pro­teg­ge­re, recu­pe­ra­re e rico­strui­re la resi­lien­za planetaria ».

«La spe­ran­za è», con­clu­de Kathe­ri­ne Richard­son, «che que­sto nuo­vo stu­dio ser­va da cam­pa­nel­lo d’al­lar­me per mol­ti e aumen­ti l’at­ten­zio­ne del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le sul­la neces­si­tà di limi­ta­re il nostro impat­to sul pia­ne­ta per pre­ser­va­re e pro­teg­ge­re le con­di­zio­ni del­la Ter­ra che per­met­to­no alle socie­tà avan­za­te di prosperare» .

Con­di­vi­di:
Simone Santini
Nato nel 1999 e stu­den­te di Bio­tec­no­lo­gia, scri­vo rac­con­ti per entu­sia­sma­re e arti­co­li quan­do la scien­za è il rac­con­to più entusiasmante.

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