Procacciatori di affari. Una riflessione sull’esistenza

Procacciatori di affari. Una riflessione sull'esistenza

Pro­cac­cia­to­ri di affa­ri, adat­ta­men­to tea­tra­le fir­ma­to Mas­si­mo Sca­glio­ne dell’omo­ni­mo rac­con­to di Pri­mo Levi, rac­chiu­de il dilem­ma del nostro apo­ca­lit­ti­co pre­sen­te: con­ver­rà abi­ta­re qui tra cent’anni?

Sia­mo in una stan­za bian­ca e opa­ca, la cui aset­ti­ci­tà por­ta subi­to in una dimen­sio­ne fuo­ri dal tem­po. Un’anima che deve anco­ra incar­nar­si incon­tra un curio­so ter­zet­to: pro­cac­cia­to­ri d’affari, così si pre­sen­ta­no, impe­gna­ti a pro­por­le un viag­gio esi­sten­zia­le nel nostro pia­ne­ta, in offer­ta sul dépliant tra le occa­sio­ni imper­di­bi­li. Anche se poi, assie­me alle foto­gra­fie, sal­ta­no fuo­ri imma­gi­ni di fame, disa­stri ambien­ta­li e guer­re insen­sa­te, che i tre cer­ca­no di nascon­de­re gof­fa­men­te. Il rac­con­to levia­no è insom­ma la sto­ria di un non-nato in cui l’uomo è una pos­si­bi­li­tà, una del­le for­me di incar­na­zio­ne e non l’unica. 

È quello che la critica letteraria, per dare un nome coi fronzoli a un relativismo di complessa digestione, chiama di solito post-umanesimo. 

Apri­re un ven­ta­glio pro­spet­ti­co oltre ai vico­li che cal­chia­mo di soli­to è sem­pre un buon eser­ci­zio di gin­na­sti­ca men­ta­le. E se le ani­me esi­stes­se­ro pure pri­ma del vagi­to in cul­la, degli accen­ni embrio­na­li, del con­ce­pi­men­to? Ammes­so che non ci è dato saper­lo, un’ipotesi del gene­re get­ta una luce diver­sa anche sul­la que­stio­ne del­la nata­li­tà: uno degli assil­li del ven­tu­ne­si­mo seco­lo, era degli otto miliar­di di sovraf­fol­la­men­to glo­ba­le ma di scar­sa ver­ve pro­crea­ti­va e invec­chia­men­to del­la popo­la­zio­ne (alme­no tra noi occidentali). 

Aste­ri­schi e poli­ti­cal­ly cor­rect ci inse­gna­no oggi che le paro­le non vola­no via come nei det­ti lati­ni, ma for­ma­no il pen­sie­ro con la loro aurea gravità. 

Fare un figlio è un’espressione tan­to sem­pli­ce quan­to pesan­te: arro­ga a noi ter­re­stri una for­za poie­ti­ca e crea­tri­ce che for­se non abbia­mo – e se doves­si­mo solo accom­pa­gna­re un’anima, sco­no­sciu­ta o ritro­va­ta dopo qual­che incar­na­zio­ne in cui sia­mo sta­ti lon­ta­ni? Vista così, la pro­le pare tut­to meno che una nostra appen­di­ce. I figli non sono nostri: una tre­men­da reci­sio­ne ver­ba­le del cor­do­ne all’ombelico. Che sia inve­ce la base per rispet­ta­re la loro iden­ti­tà, indi­vi­dua­li­tà, il fat­to che sono altro da noi? 

Si pen­si oppu­re alla fati­di­ca doman­da, sub­do­lo stru­men­to inve­sti­ga­ti­vo del­la pio­vra che, appro­pin­quan­do­si ai tren­ta, sen­te pru­de­re l’ansia dell’accasamento – pena l’insensatezza del­la sua esi­sten­za: Ti piac­cio­no i bam­bi­ni

Si possono davvero immaginare i bambini come una totalità da amare o respingere in blocco? 

Ci sono bam­bi­ni sim­pa­ti­ci e no: sono per­so­ne, mica pupaz­zet­ti, e il loro esse­re bam­bi­ni dure­rà su per giù fino ai pri­mi bru­fo­li. Sono gen­te di ogni tipo che per coin­ci­den­za bio­gra­fi­ca si ritro­va a cre­sce­re nel­lo stes­so decen­nio. Può pia­ce­re la fati­cac­cia di cono­scer­li uno a uno, per­de­re la pazien­za a capi­re come pren­der­li per mano, far fin­ta di cono­sce­re le rispo­ste ai loro dub­bi. Nel­la mag­gior par­te dei casi, chi van­ta un amo­re vago e gene­ri­co per i bam­bi­ni non ci ha mai avu­to a che fare in con­cre­to. Il che sor­pren­de, vista la pru­ri­gi­no­sa fret­ta di met­ter su fami­glia a ogni costo. E in effet­ti, a lavo­ra­re cogli uma­ni in minia­tu­ra, i frut­ti di que­sta geni­to­ria­li­tà scon­si­de­ra­ta si vedo­no ecco­me. Ma si sa, la scuo­la deve pen­sa­re a tut­to, sal­vo poi chia­ma­re in cau­sa il TAR quan­do bac­chet­ta le dita al bul­lo di turno. 

Mettere al mondo qualcuno è un gesto di puro altruismo; per questo è normale e legittimo lamentarsi. 

Non si fa per col­ma­re i vuo­ti di una rela­zio­ne di cop­pia che non fun­zio­na, per­ché lo vuo­le la socie­tà, per ave­re un badan­te tra quarant’anni. Non si fa con la pre­te­sa che la fami­glia mono­ga­ma ete­ro­ses­sua­le sia il solo incu­na­bo­lo ammis­si­bi­le di un’infanzia sere­na. Nes­su­na cul­tu­ra ha la ricet­ta per un’infanzia feli­ce, nem­me­no noi che nascia­mo nell’emisfero pri­vi­le­gia­to. Tut­to ciò che pos­sia­mo offri­re è il pas­se-par­tout di anda­ta per il pia­ne­ta Ter­ra, e poi chissà. 

I bugiar­di­ni per la vita, se si esclu­do­no i diver­ti­men­ti let­te­ra­ri di Geor­ges Perec, sono sem­pre sta­ti intro­va­bi­li. La vita è una ma nascia­mo tan­te vol­te quan­te ci libe­ria­mo da una chi­me­ra, e sia­mo mor­ti fin­ché respi­ria­mo una vita d’altri, in sor­di­na, inca­sto­na­ti per pau­ra nel lavo­ro o nel­la rela­zio­ne sba­glia­ta. For­se l’aldilà esi­ste e ci risar­ci­rà del­le ingiu­sti­zie di qui, dei con­ti in sospe­so che la mor­te bat­te sul tem­po. O maga­ri vive­re è brut­to e basta e oggi, a un nasci­tu­ro del 2023, un pro­cac­cia­to­re d’affari direb­be che la bel­lez­za deve sco­var­la den­tro di sé, custo­di­re la fan­ta­sia per non ingri­gir­si. Se t’aiuti poi Dio t’aiuta, aggiun­ge­reb­be una non­na: mica t’ha mes­so al mon­do a far­ti aspet­ta­re la grazia. 

C’è sempre una componente di casualità, o di un piano che ci sfugge, da cui non ci possiamo proteggere. 

Noi, gio­ven­tù agli sgoc­cio­li, e nem­me­no i bam­bi­ni che avre­mo. La for­za di volon­tà fa tan­to ma sia­mo più pic­co­li di ciò che cre­dia­mo, e le nostre cer­tez­ze pre­ca­rie. For­se fare­mo pace con la ricer­ca osses­si­va del model­lo di geni­to­ria­li­tà per­fet­ta quan­do capi­to­le­re­mo di fron­te alla nostra impo­ten­za, e avre­mo il corag­gio di dire che, in ere­di­tà ai poste­ri, lasce­re­mo ben poco: un mon­do nudo e cru­do che non cela più i suoi orro­ri, e insie­me il dono del disin­can­to. Per­de­re l’ingenuità fa male, ma solo la pri­ma vol­ta; e se lo fai pre­sto, in un mon­do in cui con­vie­ne, avrai sem­pre un anal­ge­si­co e una scor­za spes­sa così. 

Il dépliant terrestre di questo mese è pessimo, e sembra improbabile che un’anima, contemplandoci dall’etere, si entusiasmi all’idea di un viaggio dalle nostre parti. 

Eppu­re, tra le tan­te cose che non capia­mo dell’aldiquà, c’è pro­prio il mal­sa­no attac­ca­men­to alla vita che ci acco­mu­na, chi più chi meno. Lo stes­so che, per­fi­no dopo un’esistenza brut­ta e quin­di tra­scor­sa a difen­de­re chi non vuo­le bim­bi per scel­ta, a capi­re chi abor­ti­sce per respon­sa­bi­li­tà, a ripe­te­re che il gene­re uma­no si avvia a una meri­ta­ta estin­zio­ne, non lava via il tar­lo degli sco­no­sciu­ti che potreb­be­ro capi­tar­ci come figli. Anzi, resta sem­pre un sen­so di fol­le sim­pa­tia al pen­sie­ro di noi, loro, gli sca­pac­cio­ni, la dif­fi­col­tà del met­te­re in pra­ti­ca tut­ta la pap­par­del­la dei geni­to­ri non invadenti. 

Nei mec­ca­ni­smi di ripro­du­zio­ne ci fre­ga­no il ses­so e la spe­ran­za, vera cro­ce del­la nostra spe­cie disgra­zia­ta. Maga­ri ne ha un po’ anche l’anima nel­la stan­zet­ta bian­ca, che a que­sto pun­to sarem­mo curio­si di cono­sce­re: sco­pren­do nel mon­do una schi­fez­za s’illude di cam­biar­lo e fre­me dall’alto dei cie­li. D’altronde, chi sia­mo per sen­ten­zia­re l’esito del­le sue bat­ta­glie, del­la sua col­le­ra, del suo cam­mi­no cie­co come il nostro? Non glie­la dia­mo, un’opportunità? 

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Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.

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