Radici. Vita e morte del Compromesso storico

Radici. Vita e morte del Compromesso storico
©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.

In questo articolo ricordiamo origini ed evoluzione del Compromesso storico, a cinquant’anni dalla sua prima proposizione ufficiale nell’ottobre 1973. 



Ha scrit­to Lenin: «Biso­gna com­pren­de­re – e la clas­se rivo­lu­zio­na­ria impa­ra a com­pren­de­re dal­la pro­pria ama­ra espe­rien­za – che non si può vin­ce­re sen­za aver appre­so la scien­za dell’offensiva e la scien­za del­la riti­ra­ta» […] La gra­vi­tà dei pro­ble­mi del pae­se, le minac­ce sem­pre incom­ben­ti di avven­tu­re rea­zio­na­rie e la neces­si­tà di apri­re final­men­te alla nazio­ne una sicu­ra via di svi­lup­po eco­no­mi­co, di rin­no­va­men­to socia­le e di pro­gres­so demo­cra­ti­co ren­do­no sem­pre più urgen­te e matu­ro che si giun­ga a quel­lo che può esse­re defi­ni­to il nuo­vo gran­de «com­pro­mes­so sto­ri­co» tra le for­ze che rac­col­go­no e rap­pre­sen­ta­no la gran­de mag­gio­ran­za del popo­lo italiano.

Così scri­ve­va Ber­lin­guer in un arti­co­lo pub­bli­ca­to il 12 otto­bre 1973 su «Rina­sci­ta», set­ti­ma­na­le poli­ti­co-cul­tu­ra­le del PCI. 

La data non era casua­le: appe­na un mese pri­ma, l’11 set­tem­bre 1973, si era com­piu­to in Cile il san­gui­no­so gol­pe mili­ta­re gui­da­to dal gene­ra­le Pino­chet, che ave­va con­dot­to all’uccisione dell’allora Pre­si­den­te socia­li­sta Sal­va­dor Allen­de e alla fine del suo pro­get­to di «via demo­cra­ti­ca al socia­li­smo». Pro­prio que­sta era «l’amara espe­rien­za» cui Ber­lin­guer face­va rife­ri­men­to e il tito­lo scel­to per l’articolo era Rifles­sio­ni sull’Italia dopo i fat­ti del Cile.

Ma perché i fatti del Cile avrebbero dovuto incidere sulle vicende politiche italiane?

Si era, negli anni Set­tan­ta, nel pie­no del­la Guer­ra Fred­da: la pola­riz­za­zio­ne poli­ti­ca, che divi­de­va il mon­do nei due bloc­chi con­trap­po­sti occi­den­ta­le e orien­ta­le, sog­get­ti alla rispet­ti­va ege­mo­nia sta­tu­ni­ten­se e sovie­ti­ca, non lascia­va mar­gi­ne per una gestio­ne auto­no­ma degli affa­ri inter­ni. Era­no fini­ti i tem­pi dei siste­mi poli­ti­ci chiu­si, «nazio­na­li», e il caso cile­no era esem­pli­fi­ca­ti­vo: un espo­nen­te socia­li­sta, Allen­de, si era affer­ma­to alla pre­si­den­za con l’appoggio di una coa­li­zio­ne inte­ra­men­te di sini­stra, deno­mi­na­ta Uni­dad Popu­lar

Gran­di era­no sta­te le spe­ran­ze del popo­lo cile­no e del socia­li­smo inter­na­zio­na­le, favo­re­vo­li ai pro­gram­mi di rifor­ma agra­ria, nazio­na­liz­za­zio­ne, inter­ru­zio­ne del paga­men­to dei debi­ti con l’estero; ma non si era­no fat­ti i con­ti con il mal­con­ten­to del­la clas­se pro­prie­ta­ria e impren­di­to­ria­le cile­na né con gli effet­ti che avreb­be­ro avu­to tali poli­ti­che eco­no­mi­che di scar­sa lun­gi­mi­ran­za: cri­si e ten­sio­ni inve­sti­ro­no l’intera socie­tà cilena.

D’altro can­to non si era­no fat­ti i con­ti nem­me­no con gli USA, che non avreb­be­ro potu­to accet­ta­re l’affermazione di un pre­si­den­te «ros­so» al pote­re in uno Sta­to occi­den­ta­le e ame­ri­ca­no: i ser­vi­zi segre­ti sta­tu­ni­ten­si, infor­ma­ti dei pro­get­ti gol­pi­sti, non si oppo­se­ro – for­se offri­ro­no per­si­no il pro­prio soste­gno – e per tut­ti gli anni ‘70 il regi­me di Pino­chet fu appog­gia­to dal­la super­po­ten­za “demo­cra­ti­ca”.

Era insomma stato trascurato, per riprendere Berlinguer, il «problema delle alleanze»: una questione di strategia politica. 

La tra­gi­ca fine del­la pre­si­den­za Allen­de e l’affermarsi del­la dit­ta­tu­ra mili­ta­re di Augu­sto Pino­chet – così come il gol­pe dei colon­nel­li veri­fi­ca­to­si in Gre­cia nel 1967 –  rap­pre­sen­ta­va­no un impor­tan­te inse­gna­men­to per tut­te le for­ze poli­ti­che di ispi­ra­zio­ne mar­xi­sta-leni­ni­sta: da sole non avreb­be­ro potu­to man­te­ner­si sta­bil­men­te al governo. 

A ripro­va di ciò il fat­to che anche in Ita­lia si fos­se pro­fi­la­to, nel vici­no 1970, un pre­sun­to col­po di Sta­to di matri­ce neo­fa­sci­sta, l’ormai cele­bre gol­pe Bor­ghe­se, su cui ad oggi non è anco­ra sta­ta fat­ta pie­na chiarezza.

Del resto nel­la peni­so­la lo sce­na­rio era già fer­ti­le per un riav­vi­ci­na­men­to del Par­ti­to Comu­ni­sta all’arco dei par­ti­ti gover­na­ti­vi. Gli anni era­no dif­fi­ci­li, i gover­ni debo­li: l’Italia era in pre­da alla cri­si eco­no­mi­ca ali­men­ta­ta dal­la fine del gold exchan­ge stan­dard – volu­ta dal Pre­si­den­te sta­tu­ni­ten­se Nixon nel 1971 – e dal­la cri­si petro­li­fe­ra dovu­ta all’embargo deci­so dai Pae­si pro­dut­to­ri di petro­lio (riu­ni­ti nell’OPEC) a dan­no del­le nazio­ni che ave­va­no soste­nu­to Israe­le nel­la guer­ra del­lo Yom Kip­pur in quel­lo stes­so 1973.

La stessa società italiana era in fermento: 

l’anno 1969 fu segna­to dagli inten­si scio­pe­ri ope­rai e stu­den­te­schi – il cosid­det­to «autun­no cal­do» – e dall’inizio del ter­ro­ri­smo estre­mi­sta con la stra­ge di Piaz­za Fon­ta­na del 12 dicembre.

Pro­prio negli anni Ses­san­ta la Demo­cra­zia Cri­stia­na ave­va inol­tre aper­to ad una nuo­va for­mu­la di gover­no, quel­la del cen­tro­si­ni­stra: per la pri­ma vol­ta nel 1963, con il gover­no Moro I, si for­mò un ese­cu­ti­vo che inclu­se il Par­ti­to Socia­li­sta e il Par­ti­to di Unio­ne proletaria. 

Da una parte il presidente democristiano Aldo Moro, dall’altra Enrico Berlinguer: grazie alla loro fantasia politica fu per la prima volta possibile ipotizzare la rottura della conventio ad excludendum che aveva fino a quel momento costretto il PCI ai margini.

Ormai più di cinquant’anni dopo la svol­ta di Saler­no pro­mos­sa da Pal­mi­ro Togliat­ti nel 1944, Ber­lin­guer pro­po­ne­va dun­que come obiet­ti­vo il «con­sen­so del­la gran­de maggioranza»:

Il nostro movi­men­to di libe­ra­zio­ne nazio­na­le, che fu un movi­men­to arma­to, ha potu­to resi­ste­re e vin­ce­re per­ché era fon­da­to sull’unità di tut­te le for­ze popo­la­ri e demo­cra­ti­che e per­ché ha sapu­to con­qui­star­si il soste­gno e il con­sen­so del­la gran­de mag­gio­ran­za del­la popolazione. 

Per otte­ner­lo era neces­sa­rio che i par­ti­ti di cen­tro­si­ni­stra accet­tas­se­ro di por­re fine all’emarginazione del PCI, il qua­le avreb­be tut­ta­via a pro­pria vol­ta dovu­to smus­sa­re le pro­prie posi­zio­ni e ras­si­cu­ra­re l’elettorato rispet­to alla pro­pria inten­zio­ne di tute­la­re la demo­cra­zia e tener­si lon­ta­no dall’influenza sovietica. 

La via demo­cra­ti­ca al socia­li­smo è una tra­sfor­ma­zio­ne pro­gres­si­va – che in Ita­lia si può rea­liz­za­re nell’ambito del­la Costi­tu­zio­ne anti­fa­sci­sta – dell’intera strut­tu­ra eco­no­mi­ca e socia­le, dei valo­ri e del­le idee gui­da del­la nazio­ne, del siste­ma di pote­re e del bloc­co di for­ze socia­li in cui esso si esprime. 

Fu così che Ber­lin­guer pro­po­se la for­mu­la dell’euro­co­mu­ni­smo: il Par­ti­to comu­ni­sta ita­lia­no accet­ta­va così uffi­cial­men­te il regi­me demo­cra­ti­co e plu­ra­li­sta e soprat­tut­to il posi­zio­na­men­to dell’Italia entro l’area di influen­za sta­tu­ni­ten­se, non­ché la sua appar­te­nen­za alla Comu­ni­tà euro­pea e alla NATO.

Il progetto del compromesso storico, nei termini di un avvicinamento alla DC, sembrò potersi concretizzare soltanto con le elezioni del 1976: 

il mas­si­mo sto­ri­co del Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no (oltre un ter­zo dei voti) mise in dif­fi­col­tà il cen­tro­si­ni­stra orga­ni­co dei demo­cri­stia­ni e dei loro allea­ti socia­li­sti, social­de­mo­cra­ti­ci e repubblicani. 

I risul­ta­ti rag­giun­ti dal par­ti­to di Ber­lin­guer costrin­se­ro la DC a un atteg­gia­men­to col­la­bo­ra­ti­vo, che por­tò nell’immediato all’elezione dell’ex-partigiano Pie­tro Ingrao a Pre­si­den­te del­la Came­ra (pri­mo comu­ni­sta ad occu­pa­re quel ruo­lo, se si esclu­de Ter­ra­ci­ni nel­la Costi­tuen­te) e più tar­di alla pri­ma giun­ta non demo­cri­stia­na a Roma, quel­la pre­sie­du­ta dall’indipendente di sini­stra Giu­lio Car­lo Argan.

La con­giun­tu­ra eco­no­mi­co-socia­le nega­ti­va favo­rì la for­ma­zio­ne del pri­mo cosid­det­to gover­no di soli­da­rie­tà nazio­na­le, costi­tui­to da un Con­si­glio dei Mini­stri mono­co­lo­re demo­cri­stia­no ma che gode­va in Par­la­men­to dell’astensione tan­to del cen­tro­si­ni­stra quan­to del PCI: si trat­ta­va dell’Andreotti III, in cui figu­rò per la pri­ma vol­ta una don­na (Ansel­mi, mini­stra del lavoro).

Vignet­ta pub­bli­ca­ta su Repub­bli­ca, 1976

Fu a molti subito chiaro che sarebbe stato un governo della non sfiducia (con le parole del deputato Ossicini) più che la realizzazione dell’alleanza PCI-DC: 

come dis­se il lea­der socia­li­sta Pie­tro Nen­ni, un gover­no emer­gen­zia­le a lar­ga mag­gio­ran­za e non il famo­so com­pro­mes­so sto­ri­co. Del resto era­no vivi i timo­ri ver­so l’ingresso del­le «for­ze male­fi­che» comu­ni­ste nel gabi­net­to di Andreot­ti (per cita­re un depu­ta­to libe­ra­le), con­di­vi­si dal can­cel­lie­re del­la Ger­ma­nia Ove­st Schmidt.

Nel suo anno e mez­zo di vita, l’esecutivo dovet­te affron­ta­re del resto even­ti trau­ma­ti­ci e divi­si­vi, come gli atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci ros­si (i casi Coco, Cro­ce, Casa­le­gno e Mon­ta­nel­li) e neri (i casi Occor­sio e Ros­si), ma anche casi di cor­ru­zio­ne carat­te­ri­sti­ci di quel­la che Ber­lin­guer avreb­be poi ini­zia­to a chia­ma­re que­stio­ne mora­le (dal coin­vol­gi­men­to dell’ex-premier Rumor nel­lo scan­da­lo Loc­kheed ai finan­zia­men­ti irre­go­la­ri del­la Cas­sa di Rispar­mio nel 1977).

Il gover­no di Andreot­ti deci­se di adot­ta­re misu­re di auste­ri­tà per far fron­te alla cri­si (ma anche al ter­re­mo­to del Friu­li), come i rin­ca­ri del­l’e­ner­gia e del tabac­co o l’aumento del­la tas­sa­zio­ne degli uti­li (al con­tem­po richie­den­do un pre­sti­to al FMI).

Come avrebbe potuto un partito come il PCI giustificare una tale riduzione della spesa pubblica? 

Ber­lin­guer scris­se in un pam­phlet del 1977 che l’austerità da lui sup­por­ta­ta anda­va al di là del­la misu­ra estem­po­ra­nea pia­ni­fi­ca­ta dai grup­pi domi­nan­ti per restau­ra­re lo sta­tus quo pre­ce­den­te la cri­si petro­li­fe­ra: era piut­to­sto uno stru­men­to per mina­re alla base una più ampia cri­si anche mora­le e per rea­liz­za­re una mag­gio­re giu­sti­zia socia­le.

In sostan­za, con­trap­po­ne­va «rigo­re, effi­cien­za, serie­tà» comu­ni­ste a «sper­pe­ro […] indi­vi­dua­li­smo […] con­su­mi­smo» edo­ni­sti e neoliberali.

Come avreb­be poi soste­nu­to l’economista Miche­le Sal­va­ti sui Qua­der­ni Pia­cen­ti­ni, que­ste poli­ti­che ebbe­ro degli effet­ti posi­ti­vi; tut­ta­via Paul Gin­sborg ha di recen­te sot­to­li­nea­to l’inazione comu­ni­sta sul­la rifor­ma del­le pri­gio­ni o il con­trol­lo del­le for­ze di poli­zia, l’inclusione del PCI nel­le pra­ti­che di lot­tiz­za­zio­ne del­la Rai e, in ulti­ma ana­li­si, l’accettazione di un siste­ma neo­cor­po­ra­ti­vo che non risol­se la disoccupazione.

Tale giu­di­zio nega­ti­vo ven­ne espres­so già nel 1977 dal­lo sto­ri­co Nor­ber­to Bob­bio sul Cor­rie­re del­la sera («l’austerità […] è un invi­to a non fare») oltre che dal­lo stes­so comi­ta­to cen­tra­le del PCI, ma anche dal­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re che vede­va il gover­no Andreot­ti III come la con­fer­ma che il com­pro­mes­so sto­ri­co avreb­be rap­pre­sen­ta­to l’imbalsamazione del­la que­stio­ne pro­le­ta­ria, tra­mi­te un’inclusione pater­na­li­sta dall’alto da par­te del­la DC (così scri­ve­va già nel 1975 Lot­ta Con­ti­nua).

Spin­to da tali pres­sio­ni inter­ne alla sini­stra, oltre che da ulte­rio­ri divi­sio­ni nel­la mag­gio­ran­za dovu­te alla ripro­po­si­zio­ne dei Pat­ti Late­ra­nen­si e alle dimis­sio­ni del mini­stro del­la dife­sa Lat­tan­zio, Ber­lin­guer pro­po­se su L’Unità di cam­bia­re la for­mu­la di gover­no, facen­do entra­re mini­stri comu­ni­sti nel gabi­net­to di Andreotti.

A fine 1977, dopo che il PSI di Craxi aveva proposto una chiarificazione politica e dopo il passaggio dei repubblicani all’opposizione, Berlinguer aprì alla crisi di governo, che si concretizzò con le dimissioni di Andreotti a gennaio 1978.

Si ini­ziò subi­to a pen­sa­re alla com­po­si­zio­ne di un nuo­vo ese­cu­ti­vo, con i libe­ra­li con­tra­ri all’inclusione del PCI e quest’ultimo favo­re­vo­le a un even­tua­le gover­no com­po­sto da tut­ti tran­ne la DC, ma alla fine si con­cor­dò un Con­si­glio dei Mini­stri nuo­va­men­te mono­co­lo­re demo­cri­stia­no, soste­nu­to però sta­vol­ta dal voto favo­re­vo­le del cen­tro­si­ni­stra e del PCI (il cosid­det­to appog­gio ester­no, più di un’astensione): l’Andreotti IV.

La for­ma­zio­ne di quest’ultimo non fu sicu­ra fino al 16 mar­zo 1978, mat­ti­na stes­sa in cui era pre­vi­sto il voto di fidu­cia: nel pie­no del­la sedu­ta par­la­men­ta­re ven­ne reso noto il rapi­men­to di Aldo Moro ad ope­ra del­le Bri­ga­te Ros­se, che ormai accu­sa­va­no il PCI di esse­re dive­nu­to anti­o­pe­ra­io, even­to che strin­se e spin­se i par­ti­ti ad accor­da­re i pro­pri voti al nuo­vo gover­no di soli­da­rie­tà nazio­na­le.

L’esecutivo però dovet­te affron­ta­re quel­le che Andreot­ti, al ritro­va­men­to del cada­ve­re di Moro due mesi dopo, defi­nì «pagi­ne ama­re» del­la sto­ria ita­lia­na: non solo le dimis­sio­ni del Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Gio­van­ni Leo­ne a segui­to di scan­da­li fisca­li (dopo le qua­li PCI e PSI riu­sci­ro­no a impor­re l’elezione di Per­ti­ni) o la mor­te di ben due Papi, ma soprat­tut­to la mor­te del pre­si­den­te demo­cri­stia­no rapi­to, uno dei due poli del com­pro­mes­so sto­ri­co ormai abban­do­na­to dal­la DC, secon­do Berlinguer.

Quest’ultimo chie­se nel 1979 per l’ultima vol­ta ad Andreot­ti l’inclusione dei comu­ni­sti nel gabi­net­to: il pre­mier, davan­ti all’ulti­ma­tum, deci­se di ras­se­gna­re le pro­prie dimis­sio­ni.

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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