Venezia 80, un ricco passo per l’arte cinematografica

Venezia 80, un ricco passo per l'arte cinematografica

Il sen­so dei tra­guar­di rag­giun­ti quest’anno dal­la Mostra di Vene­zia non è mera­men­te sim­bo­li­co. I suoi 80 anni rati­fi­ca­no anche un segna­le di ripre­sa del cine­ma inter­na­zio­na­le dopo le dif­fi­col­tà segui­te alla pandemia.

Partiamo dai numeri. 

Il dato com­ples­si­vo di pre­sen­ze è sta­to sen­za dub­bio sod­di­sfa­cen­te: un suc­ces­so arri­va­to nono­stan­te l’as­sen­za di mol­te star ame­ri­ca­ne, che non han­no par­te­ci­pa­to a cau­sa del­lo scio­pe­ro in cor­so a Hollywood.

I pae­si rap­pre­sen­ta­ti sono sta­ti 54. I tito­li iscrit­ti sono sta­ti 4061, tra lun­ghi e cor­ti: 31,96% i tito­li a regia fem­mi­ni­le e 1,48% tito­li a regia non dichiarata/altro (3 italiani).

Die­ci sono sta­te le sale a dispo­si­zio­ne del pub­bli­co, il tota­le dei posti in sala alla Mostra è arri­va­to a 6350. 114.851 ingres­si com­ples­si­vi nel­le sale, inclu­si accre­di­ta­ti (+18 sul 2022) e 11.328 accre­di­ti distri­bui­ti (+0,5% sul 2022). Gli accre­di­ta­ti, cioè stam­pa, pro­fes­sio­ni­sti del set­to­re, stu­dio­si e stu­den­ti, sono sta­ti 13.023 (era­no 11.967 nel 2022, +9%).

Il successo sarebbe stato determinato secondo il direttore Alberto Barbera da «una delle selezioni più forti della Mostra», ma anche dal cambio generazionale tra gli spettatori: 

I gio­va­ni sono tan­tis­si­mi, par­lia­mo di ragaz­zi e ragaz­ze di 17–18 anni fino a 25–30: è la con­fer­ma che il cine­ma con­ti­nua ad attrar­re anche i gio­va­ni, che cer­ca­no la qua­li­tà e san­no che qui a Vene­zia pos­so­no tro­var­la. Fa ben spe­ra­re per il futu­ro, del festi­val e del­le sale. Per­ché è chia­ro che l’obiettivo del nostro lavo­ro è quel­lo di tene­re in vita un siste­ma che ha garan­ti­to, per 120 anni, il suc­ces­so del cinema. 

Bar­be­ra, che ha diret­to per la pri­ma vol­ta la Mostra di Vene­zia nel 1999, sot­to­li­nea anche l’aumentata par­te­ci­pa­zio­ne di pel­li­co­le ita­lia­ne, nume­ri che non si rag­giun­ge­va­no dal 1982. Le pel­li­co­le in que­stio­ne in con­cor­so sono Ada­gio (S. Sol­li­ma), Coman­dan­te (E. De Ange­lis), Enea (P. Castel­lit­to), Final­men­te l’alba (S. Costan­zo), Io capi­ta­no (M. Gar­ro­ne) e Lubo (G. Dirit­ti), que­ste ulti­me due in real­tà copro­du­zio­ni rispet­ti­va­men­te col Bel­gio e con la Sviz­ze­ra.

Bar­be­ra attri­bui­sce una respon­sa­bi­li­tà posi­ti­va soprat­tut­to al fat­to­re pro­dut­ti­vo e non solo a quel­lo regi­sti­co, nell’aver volu­to inve­sti­re in un sal­to di qua­li­tà vol­to ad una mag­gio­re com­pe­ti­ti­vi­tà sul pia­no inter­na­zio­na­le.
Gar­ro­ne ha otte­nu­to poi il Leo­ne d’argento per la regia di Io Capi­ta­no, il cui pro­ta­go­ni­sta Sey­dou Sarr ha anche vin­to il pre­mio Mastro­ian­ni per atto­ri emergenti.

Se l’ampia rappresentazione italiana colpisce positivamente, non vale lo stesso per altre parti del mondo: 

la sezio­ne prin­ci­pa­le è sta­ta domi­na­ta dai 21 film euro­pei o nor­da­me­ri­ca­ni (fra cui il vin­ci­to­re Pove­re Crea­tu­re di Y. Lan­thi­mos), men­tre è sta­ta ridot­ta la par­te­ci­pa­zio­ne lati­no-ame­ri­ca­na, ristret­ta al mes­si­ca­no Memo­ry (M. Fran­co) e al cile­no El Con­de (P. Lar­raín), che pure ha vin­to per la sce­neg­gia­tu­ra. Anco­ra più evi­den­te la penu­ria di pel­li­co­le asia­ti­che: con­cor­re­va per il Leo­ne d’Oro solo il film giap­po­ne­se Evil does not exi­st di R. Hama­gu­chi (pre­mia­to dal­la giu­ria), anche se Love is a gun di Lee Hong-chi, tai­wa­ne­se, ha vin­to il Leo­ne del Futu­ro per debut­tan­ti. Nul­la inve­ce la pre­sen­za di film afri­ca­ni nel­la sezio­ne principale.

Bar­be­ra ha attri­bui­to la cau­sa di quest’ultima assen­za alla con­cor­ren­za del Festi­val di Can­nes, quan­to­me­no per le pro­du­zio­ni di pae­si facen­ti par­te del­la Fran­co­pho­nie, ma per il resto addi­ta a respon­sa­bi­le (qui sì) l’impatto dei vari loc­k­do­wn, inter­pre­ta­zio­ne con­di­vi­sa anche dal­la Fio­ren­ti­no (a gui­da del­la giu­ria del­la Set­ti­ma­na Inter­na­zio­na­le del­la Cri­ti­ca), inter­vi­sta­ta sem­pre da FilmTV.

Come sottolinea Fiorentino, la sezione autonoma non ha solo visto una forte partecipazione giovanile (in quanto dedicata ad autori emergenti), ma anche femminile: 

non solo i temi dell’identità e del gene­re sono sta­ti ricor­ren­ti nel­le pel­li­co­le, ma quat­tro su set­te film era­no diret­ti da regi­ste (fra cui il vin­ci­to­re, Mal­que­ri­das di Tana Gilbert). 

Men­tre Bar­be­ra spe­ci­fi­ca che il sal­to di qua­li­tà nel­la sezio­ne prin­ci­pa­le è dovu­to a «pro­dut­to­ri del­la gene­ra­zio­ne di mez­zo [50–60 anni, nda]», ci si potreb­be chie­de­re se la situa­zio­ne degna di nota nel­la S.I.C. di quest’anno sia dovu­ta all’eccezionalità del­le pel­li­co­le pro­po­ste da que­ste regi­ste o sin­to­mo di una più nor­ma­liz­za­ta rap­pre­sen­ta­zio­ne fem­mi­ni­le nell’industria cine­ma­to­gra­fi­ca fra le nuo­ve generazioni.

Cionondimeno la Mostra è stata oggetto di critiche anche sul fronte femminista e di genere:

il 4 set­tem­bre si è svol­to un flash-mob duran­te il red car­pet del film Coup de chan­ce di Woo­dy Allen, alla pre­sen­za di sua moglie Soon-Yi Pre­vin (la cui rela­zio­ne con il regi­sta, ini­zia­ta quand’era figlia adot­ti­va dell’allora com­pa­gna di Allen, è ogget­to di con­tro­ver­sie); in real­tà la pro­te­sta era rivol­ta anche con­tro la pre­sen­za a Vene­zia dei film Dog­man di Luc Bes­son (denun­cia­to nel 2018 per stu­pro, accu­sa da lui respin­ta) e, fuo­ri con­cor­so, The pala­ce di Roman Polan­ski (con­si­de­ra­to lati­tan­te dal 1978 per un’accu­sa di vio­len­za su mino­re negli USA).

È sicu­ra­men­te fon­da­ta la pro­te­sta con­tro que­sti auto­ri, i cui tre casi sono comun­que dif­fe­ren­ti, ma il riget­to del­le spie­ga­zio­ni offer­te da Bar­be­ra (basa­te sul­la distin­zio­ne fra le sfe­re pri­va­ta e arti­sti­ca, già fat­ta dal diret­to­re nel 2019) andreb­be meglio cir­co­stan­zia­to: per­ché chia­ma­re in cau­sa la «cul­tu­ra del­lo stu­pro» e il ruo­lo socio­cul­tu­ra­le del «patriar­ca­to» (con­cet­ti veris­si­mi e altro­ve per­ti­nen­ti, ma meno in que­sti film che non sem­bra­no nei con­te­nu­ti trat­ta­re o giu­sti­fi­ca­re la vio­len­za), se il sen­so è piut­to­sto un pur legit­ti­mo boi­cot­tag­gio di tipo eco­no­mi­co ad auto­ri con­si­de­ra­ti espres­sio­ne di valo­ri da allontanare?

Con­di­vi­di:
Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.
Michela De Marchi
Stu­den­tes­sa di Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne che aspi­ra a diven­ta­re una gior­na­li­sta. Sono mol­to ambi­zio­sa e ten­do a dare il meglio di me in ogni situa­zio­ne. Dan­za, libri e viag­gi sono solo alcu­ne del­le cose che mi caratterizzano.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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