Come le fake news potrebbero trascinarci in guerra

Come le fake news potrebbero trascinarci in guerra

Saper rico­no­sce­re una fake news è una sfi­da costan­te e sem­pre più dif­fi­ci­le: pren­den­do come esem­pio il nostro pae­se, il 20% degli ita­lia­ni ritie­ne di non esse­re in gra­do di far­lo, men­tre più del 60% cre­de di poter­ci riu­sci­re solo in parte. 

La bat­ta­glia mos­sa con­tro noti­zie inaf­fi­da­bi­li, spe­cie quan­do la loro eco è ampli­fi­ca­ta dal web, diven­ta però cru­cia­le nel momen­to in cui le armi ven­go­no imbrac­cia­te e la guer­ra è com­bat­tu­ta per dav­ve­ro.

Stan­do al rap­por­to annua­le del 2022 sul­la buo­na comu­ni­ca­zio­ne dell’emergenza quo­ti­dia­na di Cen­sis-Ital Com­mu­ni­ca­tions, alme­no due ita­lia­ni su tre (66,1%) sono sta­ti espo­sti a una noti­zia fal­sa sul con­flit­to rus­so-ucrai­no scop­pia­to nel feb­bra­io del­lo stes­so anno. E, se que­ste per­so­ne non han­no gli stru­men­ti per inter­pre­ta­re cor­ret­ta­men­te l’informazione, allo­ra il con­flit­to rischia di inten­si­fi­car­si ed espan­der­si. E pur­trop­po non solo metaforicamente.

Abbiamo infatti imparato quanto possano essere nocive le fake news in periodo bellico osservando l’impatto della propaganda russa in patria e all’estero.

Caso sim­bo­lo in que­sto sen­so e di gran­de riso­nan­za sui media è quel­lo dell’influen­cer incin­ta feri­ta duran­te il bom­bar­da­men­to dell’ospedale di Mariu­pol. Marian­na Pod­gur­ska­ya, la pro­ta­go­ni­sta di que­sta bufa­la com­plot­ti­sta, è sta­ta accu­sa­ta di aver solo reci­ta­to la par­te del­la vit­ti­ma, con l’obiettivo di far appa­ri­re più gra­ve del­la real­tà l’attacco alla strut­tu­ra ospe­da­lie­ra, non più in fun­zio­ne secon­do i russi. 

Diver­si account social, tra cui quel­li di nume­ro­se amba­scia­te rus­se, han­no mes­so in discus­sio­ne la veri­di­ci­tà del­la foto­gra­fia che ritrae Pod­gur­ska­ya san­gui­nan­te dal­la testa men­tre abban­do­na l’ospedale e del video in cui ten­ta di ripa­rar­si dal fred­do in mez­zo alle mace­rie. Alcu­ni, tra cui il rap­pre­sen­tan­te del­la Fede­ra­zio­ne rus­sa all’ONU, han­no addi­rit­tu­ra soste­nu­to che il ruo­lo di attri­ce di Pod­gur­ska­ya si sia spin­to oltre: la don­na si sareb­be cam­bia­ta i vesti­ti e avreb­be posa­to per l’obiettivo sdra­ia­ta su una barel­la, fin­gen­do di esse­re sta­ta col­pi­ta dal bombardamento. 

La per­so­na feri­ta incin­ta inqua­dra­ta in quell’immagine è in real­tà una per­so­na diver­sa, la cui testi­mo­nian­za sull’accaduto pur­trop­po non ci è giun­ta: la sua sto­ria si è con­clu­sa lì, a Mariu­pol, a cau­sa del­le feri­te ripor­ta­te. Quel­la del suo bam­bi­no, inve­ce, non è mai cominciata.

Un altro con­flit­to che ci inse­gna a maneg­gia­re con cau­te­la le noti­zie che ven­go­no ripor­ta­te è quel­lo tra Israe­le e Pale­sti­na, infiam­ma­to­si il 7 otto­bre con l’Operazione Allu­vio­ne Al-Aqsa. I mili­zia­ni di Hamas usci­ti dal­la Stri­scia di Gaza sono pene­tra­ti in ter­ri­to­rio israe­lia­no e han­no semi­na­to il ter­ro­re nel­le zone di con­fi­ne, ucci­den­do più di mil­le per­so­ne e rapen­do deci­ne di ostag­gi. A esse­re par­ti­co­lar­men­te col­pi­ti dai mas­sa­cri sono sta­ti i kib­bu­tz, comu­ni­tà agri­co­le auto­no­me pre­sen­ti nell’area.

Nel­le ore suc­ces­si­ve agli attac­chi è ini­zia­ta a cir­co­la­re la maca­bra noti­zia di 40 bam­bi­ni deca­pi­ta­ti da Hamas nel kib­bu­tz di Kfar Aza. A segui­to di alcu­ne veri­fi­che, si può affer­ma­re che la sto­ria è mol­to dub­bia: il respon­sa­bi­le del­la ONG Zaka Yos­si Lan­dau, una del­le pri­me fon­ti ad aver dif­fu­so la vicen­da, ha ritrat­ta­to le sue dichia­ra­zio­ni, men­tre l’esercito israe­lia­no e altri cana­li uffi­cia­li non sono in gra­do di con­fer­ma­re in modo indi­pen­den­te l’informazione.

Anche per quan­to riguar­da l’esplosione veri­fi­ca­ta­si nel par­cheg­gio dell’ospedale al Ahli di Gaza City è neces­sa­rio con­dur­re inda­gi­ni appro­fon­di­te sul­le diver­se rico­stru­zio­ni di quan­to acca­du­to. Hamas ha subi­to accu­sa­to Israe­le di aver bom­bar­da­to una strut­tu­ra pie­na di feri­ti e sfol­la­ti, tro­van­do il soste­gno nel­la con­dan­na da par­te di Tur­chia, Egit­to, Iran, Qatar e Giordania. 

Secon­do Israe­le, inve­ce, l’esplosione sareb­be la con­se­guen­za di un raz­zo lan­cia­to dal­la Stri­scia di Gaza ad ope­ra del grup­po Jihad Isla­mi­co, ipo­te­si avval­la­ta dal­le for­ze arma­te israe­lia­ne e rapi­da­men­te dif­fu­sa gra­zie a gra­fi­che e video espli­ca­ti­vi dai loro atti­vis­si­mi cana­li social. Anche il pre­si­den­te sta­tu­ni­ten­se Joe Biden, sul­la base dei dati for­ni­ti dal Pen­ta­go­no, ha dichia­ra­to alla stam­pa di non rite­ne­re Tel Aviv respon­sa­bi­le dell’attacco.

Si discu­te anche sul­la por­ta­ta in ter­mi­ni di vite uma­ne dell’evento: se Hamas par­la di più di 400 vit­ti­me, fon­ti d’intelligence euro­pee e USA, non­ché alcu­ni ana­li­sti esper­ti indi­pen­den­ti sosten­go­no che, trat­tan­do­si pro­ba­bil­men­te di un lan­cio rav­vi­ci­na­to, il nume­ro di mor­ti sareb­be tra i 10 e i 50.

Può sembrare freddo e cinico incaponirsi su numeri, dati e fonti quando si ha a che fare con emergenze umanitarie di questa gravità. 

Ma è pro­prio per dare digni­tà e giu­sti­zia alle vite per­se in que­ste tra­ge­die che è neces­sa­ria un’accu­ra­ta ricer­ca, evi­tan­do che le vit­ti­me diven­ti­no stru­men­ti di pro­pa­gan­da capa­ci di ali­men­ta­re la distruzione.

In Tur­chia, Gior­da­nia e Liba­no alcu­ni mani­fe­stan­ti han­no cer­ca­to di assal­ta­re amba­scia­te sta­tu­ni­ten­si e israe­lia­ne quan­do il gover­no di Neta­nya­hu è sta­to indi­ca­to come respon­sa­bi­le di aver bom­bar­da­to l’ospedale pale­sti­ne­se. Così come la noti­zia dei 40 bam­bi­ni deca­pi­ta­ti avreb­be potu­to com­por­ta­re un ina­spri­men­to dell’offensiva con­tro Gaza, i dub­bi sui fat­ti dell’al Ahli potreb­be­ro deter­mi­na­re un allar­ga­men­to del con­flit­to nel­la regione.

Il par­cheg­gio del­l’o­spe­da­le al Ahli

È chia­ro che quan­do fon­ti rite­nu­te auto­re­vo­li rilan­cia­no noti­zie fal­se diven­ta anco­ra più dura scon­giu­ra­re i rischi ad esse con­nes­se. E in un mon­do dove la mag­gior par­te del­le per­so­ne si infor­ma tra­mi­te social net­work il pro­ble­ma è anche saper indi­vi­dua­re tali fon­ti. Impre­sa tutt’altro che faci­le anche a cau­sa del­la gestio­ne del social X (ex Twit­ter) da par­te del suo nuo­vo pro­prie­ta­rio Elon Musk. 

Oltre ad aver licen­zia­to gran par­te dei dipen­den­ti occu­pa­ti a com­bat­te­re la disin­for­ma­zio­ne sul­la piat­ta­for­ma, Musk ha dato la pos­si­bi­li­tà a tut­ti gli uten­ti di poter paga­re per otte­ne­re la famo­sa spun­ta blu ori­gi­nal­men­te nata con l’obiettivo di cer­ti­fi­ca­re l’ufficialità e l’attendibilità di un account. È anche per via del­la nuo­va poli­ti­ca del patron di Tesla, tut­ta incen­tra­ta sull’engagement e con poco riguar­do alla veri­di­ci­tà dei fat­ti, che mol­ti han­no cre­du­to, ad esem­pio, che Cri­stia­no Ronal­do aves­se mani­fe­sta­to in cam­po il suo sup­por­to alla Palestina. 

Musk non si sta dimostrando quindi un buon alleato contro le fake news, 

d’altronde non pote­va­mo aspet­tar­ci mol­to di più da chi ha affer­ma­to sen­za fin­ta mode­stia di aver sal­va­to il mon­do da una guer­ra nuclea­re sospen­den­do la coper­tu­ra dei suoi satel­li­ti Star­link alle for­ze arma­te ucrai­ne. Come è ovvio, o for­se no, si trat­ta dell’ennesima noti­zia fal­sa.

È quin­di evi­den­te che un fat­to non vero, che riguar­di uno scon­tro a fuo­co o un cal­cia­to­re famo­so, che sia con­fer­ma­to da un capo di sta­to, da un miliar­da­rio o da un sem­pli­ce account social, è un tas­sel­lo, più o meno gran­de, del labi­rin­to del­la disin­for­ma­zio­ne.

Durante una guerra i muri del labirinto rischiano di alzarsi e moltiplicarsi, intrappolando e condannando chi vi finisce a una visione faziosa o distorta della realtà. 

Il filo d’Arianna che può gui­dar­ci lun­go il per­cor­so sono le inchie­ste indi­pen­den­ti, le veri­fi­che del­le fon­ti, il con­fron­to tra diver­se posi­zio­ni. Non è faci­le, è sicu­ra­men­te più imme­dia­to e como­do, vaga­re sen­za impe­gno tra le pare­ti del deda­lo, ma lo dob­bia­mo a chi ci ha rimes­so la vita, a chi potreb­be rimet­ter­ce­la in un futu­ro non così lon­ta­no e, infon­do, anche a noi stessi.

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Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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