Le parole contano. Come Israele parla dei palestinesi

Le parole contano. Come Israele parla dei palestinesi

Lo scor­so 13 otto­bre, a distan­za di una set­ti­ma­na dall’interruzione del­le for­ni­tu­re di elet­tri­ci­tà e acqua nel­la Stri­scia di Gaza da par­te di Israe­le, un repor­ter di Sky News ha posto all’ex Pri­mo Mini­stro Naf­ta­li Ben­nett una doman­da dove­ro­sa: con l’asse­dio tota­le mes­so in atto in rispo­sta agli attac­chi di Hamas del 7 otto­bre, che cosa ne sarà dei neo­na­ti che si tro­va­no nel­le incu­ba­tri­ci del­la Striscia? 

Dall’altro lato del­la tele­ca­me­ra la rispo­sta è vio­len­ta, anche per il tono uti­liz­za­to da Ben­nett: «Dav­ve­ro stai con­ti­nuan­do a chie­de­re dei civi­li pale­sti­ne­si? Che pro­ble­mi hai? Non hai visto che cosa è suc­ces­so? Stia­mo com­bat­ten­do dei nazi­sti. […] Non for­ni­rò elet­tri­ci­tà o acqua ai miei nemi­ci». Il 22 otto­bre, l’Unicef ha fat­to sape­re che, a cau­sa del­la scar­si­tà di com­bu­sti­bi­le – che Israe­le si rifiu­ta di ricom­pren­de­re nei già lar­ga­men­te insuf­fi­cien­ti aiu­ti uma­ni­ta­ri intro­dot­ti nel­la Stri­scia attra­ver­so il vali­co di Rafah – sono a rischio le vite di 120 neo­na­ti biso­gno­si del sup­por­to di un’incubatrice.

Quelle di Bennett, però, non sono le uniche dichiarazioni rilasciate in questi giorni da esponenti politici o militari israeliani in totale spregio del diritto internazionale

– il qua­le, all’art. 33 del­la Quar­ta Con­ven­zio­ne di Gine­vra per la pro­te­zio­ne del­le per­so­ne civi­li in tem­po di guer­ra, vie­ta le pene col­let­ti­ve, vale a dire qua­lun­que puni­zio­ne indi­riz­za­ta non al respon­sa­bi­le di un’infrazione, ma ad un grup­po più ampio. Lam­pan­ti sono le dichia­ra­zio­ni ripor­ta­te da Midd­le East Eye, che in un pro­prio arti­co­lo ha denun­cia­to la reto­ri­ca incen­dia­ria e disu­ma­niz­zan­te uti­liz­za­ta da Israe­le, non­ché il fat­to che, negli ulti­mi gior­ni, que­sto abbia più vol­te fat­to espres­so rife­ri­men­to a puni­zio­ni col­let­ti­ve da per­pe­tra­re nei con­fron­ti dei pale­sti­ne­si, sen­za fare alcu­na distin­zio­ne tra civi­li e combattenti. 

Per fare un esem­pio, Ariel Kall­ner, rap­pre­sen­tan­te del par­ti­to Likud nel par­la­men­to israe­lia­no, pro­prio il 7 otto­bre ave­va pub­bli­ca­to un post su X invo­can­do una nuo­va Nak­ba: «In que­sto momen­to, un obiet­ti­vo: Nak­ba! Una Nak­ba che met­te­rà in ombra la Nak­ba del ‘48. Nak­ba a Gaza e Nak­ba a chiun­que osi unir­si! La loro Nak­ba, per­ché, come nel 1948, l’al­ter­na­ti­va è chiara». 

Ricordiamo che il termine “Nakba”, che in arabo significa “catastrofe”, viene utilizzato per indicare l’espulsione forzata di quasi un milione di palestinesi, perpetrata dai sionisti nel 1948 per assicurare la creazione di uno Stato di Israele.

Ricor­dia­mo inol­tre che l’art. 49 del­la Quar­ta Con­ven­zio­ne di Gine­vra, rati­fi­ca­ta anche da Israe­le nel 1951, vie­ta «i tra­sfe­ri­men­ti for­za­ti, in mas­sa o indi­vi­dua­li, come pure le depor­ta­zio­ni di per­so­ne pro­tet­te, fuo­ri del ter­ri­to­rio occu­pa­to e a desti­na­zio­ne del ter­ri­to­rio del­la Poten­za occu­pan­te o di quel­lo di qual­sia­si altro Sta­to, occu­pa­to o no, qua­lun­que ne sia il moti­vo», pre­ci­san­do che, in caso di sgom­be­ro com­ple­to o par­zia­le di una deter­mi­na­ta regio­ne per impel­len­ti ragio­ni mili­ta­ri, la popo­la­zio­ne eva­cua­ta dovrà però esse­re ricon­dot­ta alle pro­prie case al ces­sa­re del­le osti­li­tà; cosa che non è avve­nu­ta a segui­to del­la Nak­ba del 1948, tan­to che mol­ti pale­sti­ne­si con­ser­va­no anco­ra oggi le chia­vi del­le case da cui le pro­prie fami­glie furo­no costret­te ad allon­ta­nar­si, riven­di­can­do il pro­prio dirit­to al ritorno. 

«Ho ordi­na­to un asse­dio com­ple­to del­la Stri­scia di Gaza. Non ci sarà elet­tri­ci­tà, né cibo, né car­bu­ran­te, tut­to è chiu­so. Stia­mo com­bat­ten­do degli ani­ma­li uma­ni e agia­mo di con­se­guen­za» ha affer­ma­to il Mini­stro del­la Dife­sa Yoav Gal­lant, men­tre l’ex gene­ra­le israe­lia­no Gio­ra Eiland ha chie­sto che Israe­le pro­vo­chi «un disa­stro uma­ni­ta­rio sen­za pre­ce­den­ti a Gaza», indi­can­do il dan­neg­gia­men­to del siste­ma idri­co come stru­men­to deci­si­vo per il rag­giun­gi­men­to di que­sto obiettivo. 

Non solo Israe­le, però: anche diver­si poli­ti­ci sta­tu­ni­ten­si han­no invo­ca­to una vio­len­za incon­trol­la­ta su Gaza, tra cui il sena­to­re repub­bli­ca­no Lind­sey Gra­ham, che in un’intervista rila­scia­ta per Fox News ha affer­ma­to: «Que­sta è una guer­ra di reli­gio­ne. Io sto con Israe­le. Fate tut­to quel­lo che dove­te fare per difen­der­vi. Rade­te tut­to al suo­lo».

Si trat­ta, insom­ma, di dichia­ra­zio­ni in cui si arri­va ad invo­ca­re espres­sa­men­te e pub­bli­ca­men­te, sen­za incon­tra­re alcu­na resi­sten­za ma anzi il plau­so dei media occi­den­ta­li, la com­mis­sio­ne di cri­mi­ni di guer­ra, tra i qua­li rien­tra­no, appun­to, il fat­to di «diri­ge­re inten­zio­nal­men­te attac­chi con­tro popo­la­zio­ni civi­li in quan­to tali o con­tro civi­li che non par­te­ci­pi­no diret­ta­men­te alle osti­li­tà», il fat­to di «dichia­ra­re che nes­su­no avrà sal­va la vita», non­ché il fat­to di «affa­ma­re inten­zio­nal­men­te, come meto­do di guer­ra, i civi­li, pri­van­do­li dei beni indi­spen­sa­bi­li alla loro soprav­vi­ven­za, com­pre­so il fat­to di impe­di­re volon­ta­ria­men­te l’invio dei soccorsi».

Obiettivi che peraltro Israele non ha dichiarato soltanto a parole.

Men­tre scri­via­mo que­ste righe è il 24 otto­bre e, secon­do le sti­me del Mini­ste­ro del­la Salu­te di Gaza (con­trol­la­to da Hamas), dal 7 otto­bre il nume­ro di pale­sti­ne­si ucci­si è sali­to a 5.791, anche a cau­sa dell’inten­si­fi­car­si dei bom­bar­da­men­ti, che tra le gior­na­te di lune­dì 23 e mar­te­dì 24 otto­bre han­no mie­tu­to alme­no 700 vit­ti­me.

Si sti­ma inol­tre che, del­le per­so­ne ucci­se, alme­no 2.360 sia­no bam­bi­ni, men­tre quel­le rima­ste feri­te sareb­be­ro 16.297, in un con­te­sto in cui si con­ti­nua a impe­di­re a un nume­ro ade­gua­to di aiu­ti uma­ni­ta­ri di entra­re nel­la Stri­scia e in cui si sta met­ten­do a repen­ta­glio il fun­zio­na­men­to degli ospe­da­li, rima­sti pri­vi del car­bu­ran­te neces­sa­rio per far fun­zio­na­re i generatori.

Si badi bene: anche Hamas ha com­mes­so del­le azio­ni con­tra­rie al dirit­to inter­na­zio­na­le e che ven­go­no anno­ve­ra­te tra i cri­mi­ni di guer­ra, tra cui gli attac­chi con­tro la popo­la­zio­ne civi­le e la cat­tu­ra di ostag­gi; que­sti cri­mi­ni, però, sono sta­ti con­dan­na­ti imme­dia­ta­men­te e in modo una­ni­me pres­so­ché dall’intera comu­ni­tà inter­na­zio­na­le. Le imma­gi­ni dei mas­sa­cri per­pe­tra­ti nei kib­bu­tz han­no fat­to il giro del mon­do, così come i video dei ragaz­zi e del­le ragaz­ze che, men­tre si tro­va­va­no a un rave par­ty, sono sta­ti col­ti di sor­pre­sa da Hamas, e del­le più di 200 per­so­ne pre­se in ostag­gio cono­scia­mo nomi, vol­ti e sto­rie. È inve­ce assor­dan­te il silen­zio dei media occi­den­ta­li per quan­to riguar­da quel­lo che sta acca­den­do nel­la Stri­scia di Gaza e, paral­le­la­men­te, in Cisgiordania. 

La rea­zio­ne di Israe­le man­ca di pro­por­zio­na­li­tà e non tie­ne in con­si­de­ra­zio­ne la vita di miglia­ia di civi­li inno­cen­ti, don­ne e bam­bi­ni, sul­le cui case si con­ti­nua a bom­bar­da­re sen­za sosta. Si pre­ten­de che più di un milio­ne di per­so­ne si spo­sti­no a sud di un ter­ri­to­rio – quel­lo del­la Stri­scia di Gaza – che in tota­le ha una super­fi­cie di 360 chi­lo­me­tri qua­dra­ti e la cui den­si­tà abi­ta­ti­va è supe­rio­re a 5.000 per­so­ne per chi­lo­me­tro qua­dra­to, invo­can­do una nuo­va Nak­ba e dun­que facen­do inten­de­re che non potran­no più fare ritor­no. Si impe­di­sce di rifor­ni­re la Stri­scia di car­bu­ran­te, si lascia che a Gaza si soprav­vi­va con soli 3 litri di acqua al gior­no per per­so­na, quan­do quel­li neces­sa­ri al gior­no per per­so­na secon­do le linee gui­da dell’Oms sareb­be­ro 100. Si uti­liz­za aper­ta­men­te un lin­guag­gio disu­ma­niz­zan­te e genocida. 

Tut­to que­sto sta acca­den­do sot­to i nostri occhi, ma nel com­ple­to silen­zio dei gover­ni e dei media occi­den­ta­li, che anzi cer­ca­no di nega­re del­le veri­tà sto­ri­che e di riscri­ve­re quan­to acca­du­to negli ulti­mi 75 anni per giu­sti­fi­ca­re del­le azio­ni che non pos­so­no esse­re legit­ti­ma­te nep­pu­re se com­piu­te per difen­de­re sé stes­si, per­ché con­tra­rie a quel­le rego­le cui anche i con­flit­ti arma­ti devo­no sot­to­sta­re.

In particolare, risale al 14 ottobre l’appello per un cessate il fuoco immediato da parte della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi, Francesca Albanese. 

Quest’ultima ha infat­ti espres­so for­ti pre­oc­cu­pa­zio­ni per il rischio che ven­ga per­pe­tra­to un cri­mi­ne di puli­zia etni­ca ai dan­ni dei pale­sti­ne­si: «C’è un gra­ve peri­co­lo che ciò a cui stia­mo assi­sten­do pos­sa esse­re una ripe­ti­zio­ne del­la Nak­ba del 1948 e del­la Nak­sa del 1967, ma su sca­la più ampia – ha affer­ma­to Alba­ne­se – Anco­ra una vol­ta, in nome del­l’au­to­di­fe­sa, Israe­le sta cer­can­do di giu­sti­fi­ca­re ciò che equi­var­reb­be a una puli­zia etni­ca. Qual­sia­si con­ti­nua ope­ra­zio­ne mili­ta­re da par­te di Israe­le è anda­ta ben oltre i limi­ti del dirit­to inter­na­zio­na­le. La comu­ni­tà inter­na­zio­na­le deve por­re fine a que­ste gra­vi vio­la­zio­ni del dirit­to inter­na­zio­na­le ora, pri­ma che la tra­gi­ca sto­ria si ripeta». 

Il 16 otto­bre, inve­ce, il Guar­dian pub­bli­ca­va un arti­co­lo di Chris McGreal – repor­ter che si occu­pò di docu­men­ta­re il geno­ci­dio ruan­de­se – dal tito­lo Il lin­guag­gio usa­to per descri­ve­re i pale­sti­ne­si è geno­ci­da. Ne ripor­tia­mo di segui­to uno stralcio:

I Tutsi sono sta­ti degra­da­ti a “sca­ra­fag­gi”, una paro­la invo­ca­ta anche da un allo­ra capo del­le for­ze di dife­sa israe­lia­ne per descri­ve­re i pale­sti­ne­si. Altri lea­der poli­ti­ci, mili­ta­ri e reli­gio­si israe­lia­ni han­no in tem­pi diver­si descrit­to i pale­sti­ne­si come “un can­cro”, “paras­si­ti”, e han­no chie­sto che fos­se­ro “annien­ta­ti”. Sono spes­so ritrat­ti come arre­tra­ti e come un peso per il paese.

Rispet­to al cri­mi­ne di geno­ci­dio, codi­fi­ca­to sia all’interno del­la Con­ven­zio­ne sul geno­ci­dio del 1948 che all’art. 6 del­lo Sta­tu­to di Roma del­la Cor­te Pena­le Inter­na­zio­na­le, il cri­mi­ne di puli­zia etni­ca ha dei con­tor­ni meno defi­ni­ti, non costi­tuen­do un cri­mi­ne inter­na­zio­na­le indipendente. 

Que­sta espres­sio­ne ven­ne uti­liz­za­ta nel 1992 dal­la Com­mis­sio­ne dei dirit­ti uma­ni del­le Nazio­ni Uni­te, nell’ambito di una ses­sio­ne spe­cia­le vol­ta all’analisi del­la situa­zio­ne dell’ex Jugo­sla­via, per indi­ca­re una serie di poli­ti­che fina­liz­za­te alla crea­zio­ne di un’a­rea etni­ca­men­te omo­ge­nea o pura, costrin­gen­do le per­so­ne o deter­mi­na­ti grup­pi ad allon­ta­nar­se­ne con l’uso del­la forza. 

La Com­mis­sio­ne pre­ci­sò anche che le pra­ti­che coer­ci­ti­ve uti­liz­za­te per rimuo­ve­re la popo­la­zio­ne civi­le pote­va­no inclu­de­re il ricor­so a omi­ci­dio, tor­tu­ra, arre­sto e deten­zio­ne arbi­tra­ria, ese­cu­zio­ni extra­giu­di­zia­li, stu­pri e aggres­sio­ni ses­sua­li, gra­vi lesio­ni fisi­che ai civi­li, con­fi­na­men­to del­la popo­la­zio­ne civi­le in ghet­ti, rimo­zio­ne for­za­ta, sfol­la­men­to e depor­ta­zio­ne del­la popo­la­zio­ne civi­le, attac­chi mili­ta­ri inten­zio­na­li o minac­ce di attac­chi con­tro civi­li e aree civi­li, uso di civi­li come scu­di uma­ni, distru­zio­ne di pro­prie­tà, rapi­na di beni per­so­na­li, non­ché attac­chi a ospe­da­li, per­so­na­le medi­co e luo­ghi con l’em­ble­ma del­la Cro­ce Ros­sa o del­la Mez­za­lu­na Rossa. 

Atti che, insom­ma, pos­so­no coin­ci­de­re con quel­li com­piu­ti al fine di com­met­te­re un geno­ci­dio, il qua­le si distin­gue però dal­la puli­zia etni­ca per il fat­to di richie­de­re un cd. dolus spe­cia­lis, un inten­to spe­ci­fi­co: quel­lo di «distrug­ge­re, in tut­to o in par­te, un grup­po nazio­na­le, etni­co, raz­zia­le o reli­gio­so, in quan­to tale». 

Questo obiettivo deve poi essere conseguito, affinché si possa integrare la fattispecie di genocidio, attraverso uno qualsiasi dei cinque atti elencati all’art. 6 dello Statuto di Roma:

«ucci­de­re mem­bri del grup­po; cagio­na­re gra­vi lesio­ni all’integrità fisi­ca o psi­chi­ca di per­so­ne appar­te­nen­ti al grup­po; sot­to­por­re deli­be­ra­ta­men­te per­so­ne appar­te­nen­ti al grup­po a con­di­zio­ni di vita tali da com­por­ta­re la distru­zio­ne fisi­ca, tota­le o par­zia­le, del grup­po stes­so; impor­re misu­re vol­te ad impe­di­re le nasci­te in seno al grup­po; tra­sfe­ri­re con la for­za bam­bi­ni appar­te­nen­ti al grup­po ad un grup­po diverso». 

Gli stu­dio­si indi­vi­dua­no quin­di due diver­si obiet­ti­vi, che pos­so­no esse­re posti a fon­da­men­to dei mede­si­mi atti: nel caso del­la puli­zia etni­ca, le vio­len­ze ven­go­no uti­liz­za­te per ter­ro­riz­za­re la popo­la­zio­ne di un dato ter­ri­to­rio, costrin­gen­do­la di fat­to ad allon­ta­nar­se­ne; nel caso del geno­ci­dio, inve­ce, la popo­la­zio­ne col­pi­ta è costret­ta a rima­ne­re nel ter­ri­to­rio inte­res­sa­to: le vie­ne impe­di­to di fug­gi­re in vista del­la sua eli­mi­na­zio­ne.

Come sot­to­li­nea­to in un paper pub­bli­ca­to dal Cen­tro Stu­di per la Pace, «la puli­zia etni­ca potreb­be anche esse­re il pri­mo sin­to­mo di un geno­ci­dio: se la popo­la­zio­ne sot­to asse­dio non abban­do­na l’a­rea inte­res­sa­ta, la solu­zio­ne potreb­be esse­re la sua distru­zio­ne fisica».

In un perio­do buio come quel­lo che stia­mo viven­do, ciò che pos­sia­mo fare, dun­que, è man­te­ne­re il nostro sguar­do fis­so su ciò che sta acca­den­do in Pale­sti­na, cer­can­do di attin­ge­re a fon­ti atten­di­bi­li e che non sia­no impe­gna­te nel rac­con­to di una sola par­te del con­flit­to; pos­sia­mo ricer­ca­re il più pos­si­bi­le quel­le voci pale­sti­ne­si che si sta cer­can­do in ogni modo di silen­zia­re, abbat­ten­do la loro visi­bi­li­tà sui social, chiu­den­do i loro pro­fi­li, rimuo­ven­do­le dal­le sca­let­te dei pro­gram­mi tele­vi­si­vi; pos­sia­mo riper­cor­re­re la sto­ria del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se, di cui il con­flit­to in cor­so non è che lo svi­lup­po più recen­te, e tene­re bene a men­te le paro­le con cui si apre la pre­fa­zio­ne alla pri­ma edi­zio­ne di Die­ci miti su Israe­le del­lo sto­ri­co israe­lia­no Ilan Pappé:

La sto­ria si tro­va al cen­tro di ogni con­flit­to. Una com­pren­sio­ne veri­tie­ra e impar­zia­le del pas­sa­to offre la con­cre­ta pos­si­bi­li­tà del­la pace. Al con­tra­rio, la sua distor­sio­ne e mani­po­la­zio­ne non pos­so­no che dis­se­mi­na­re fallimenti.

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Angela Perego
Matri­co­la pres­so la facol­tà di Giu­ri­spru­den­za, “da gran­de” non voglio fare l’avvocato. Nel tem­po libe­ro amo leg­ge­re e pro­va­re a fis­sa­re i miei pen­sie­ri sul­la carta.
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Matricola presso la facoltà di Giurisprudenza, “da grande” non voglio fare l’avvocato. Nel tempo libero amo leggere e provare a fissare i miei pensieri sulla carta.

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