L’Italia sessualizzata nelle vignette sovraniste

L'Italia sessualizzata nelle vignette sovraniste
Illustrazione di Ann-Sophie De Steur

Aven­do davan­ti una pano­ra­mi­ca del­le vignet­te poli­ti­che ita­lia­ne di posi­zio­na­men­to più o meno di destra sovra­ni­sta, può sal­ta­re all’occhio una mar­ca­ta occor­ren­za del­la per­so­ni­fi­ca­zio­ne fem­mi­ni­le dell’Italia, ma soprat­tut­to una sua con­no­ta­zio­ne mol­to spes­so ses­sua­liz­za­ta.
È una pre­ro­ga­ti­va dei dise­gna­to­ri di destra? C’è un moti­vo die­tro que­sta tendenza?

Innan­zi­tut­to, par­lan­do di vignet­ti­sti sovra­ni­sti si fa rife­ri­men­to a quel mon­do di arti­sti sati­ri­ci dal trat­to e anche dal­le idee in real­tà varie­ga­te, già deli­nea­to nel 2015 da Mat­tia Sal­via su Vice e nel 2019 da Pao­lo Mos­set­ti su Wired: a par­ti­re dal loro ante­si­gna­no Alfio Kran­cic, con un pas­sa­to nel­la destra più radi­ca­le, pas­san­do per auto­ri alme­no allo­ra ricon­du­ci­bi­li a una vici­nan­za al Movi­men­to 5 Stel­le, come Mario Impro­ta o la pagi­na Vine­gars (più a sé stan­te il caso di Natan­ge­lo), per arri­va­re alle note e più gene­ri­ca­men­te anti-siste­ma vignet­te di Ghisberto.

È di per sé com­ples­so ana­liz­za­re un tema tan­to sog­get­ti­vo (qual è il cri­te­rio per defi­ni­re l’erotizzazione di una figu­ra? La pre­mi­nen­za dei carat­te­ri ses­sua­li secon­da­ri o il con­te­sto?), ma è inne­ga­bi­le la faci­li­tà con cui ci si imbat­te in que­sto tipo d’Italia, che sia vesti­tasve­sti­ta (Impro­ta 2020 e 2023).

Il per­so­nag­gio impie­ga­to da mol­ti di que­sti arti­sti è spe­ci­fi­ca­men­te l’Italia Tur­ri­ta, una figu­ra risa­len­te alla più anti­ca per­so­ni­fi­ca­zio­ne del­la dea Roma ma anche all’iconografia del­la dea Cibe­le: come spie­ga la sto­ri­ca Baz­za­no, que­sta don­na (inco­ro­na­ta da una cin­ta mura­ria che ven­ne poi a rap­pre­sen­ta­re le varie cit­tà) incar­na­va ini­zial­men­te i popo­li del­la peni­so­la allea­ti ai Roma­ni; diven­ne alle­go­ria dell’Italia nel Bas­so Medioe­vo, nel­le paro­le di chi lamen­ta­va il suo asser­vi­men­to al domi­nio stra­nie­ro (la dan­te­sca «ser­va Ita­lia […] non don­na di pro­vin­ce, ma bor­del­lo»).
Cano­niz­za­ta este­ti­ca­men­te nel Sei­cen­to, comin­ciò a esse­re rap­pre­sen­ta­ta nel­la sua nudi­tà (e spes­so anco­ra come pri­gio­nie­ra dei domi­na­to­ri) in vignet­te e dipin­ti di epo­ca risor­gi­men­ta­le, sot­to­li­nea l’architetta Maio­li.

La sua ses­sua­liz­za­zio­ne è data­bi­le però a fine Otto­cen­to e ini­zio Nove­cen­to, nel pie­no del­lo sti­le liber­ty; l’Italia Tur­ri­ta fu uti­liz­za­ta pro­pa­gan­di­sti­ca­men­te nel­la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le (ana­lo­ga­men­te, si veda la Trie­ste pri­gio­nie­ra del 1915), venen­do però poi poco impie­ga­ta dal regi­me fasci­sta e nel­la Pri­ma Repub­bli­ca. Cio­no­no­stan­te, se ne tro­va qual­che esem­pio: dal­la Dome­ni­ca del Cor­rie­re nel 19481953 al Gua­re­schi del 1946 o degli anni Ses­san­ta, fino a un’Italia “per­ti­nia­na” del 1985.

Per quan­to pos­sa sem­bra­re biu­ni­vo­co il lega­me sovra­ni­smo-Ita­lia Tur­ri­ta (la figu­ra è nel sim­bo­lo del par­ti­to Pro Ita­lia), la sin­te­ti­ca ico­ni­ci­tà di que­sta per­so­ni­fi­ca­zio­ne le per­met­te di rap­pre­sen­ta­re il pae­se nel­le vignet­te di arti­sti di ogni schie­ra­men­to: è sta­ta usa­ta da Stai­no in sen­so anti-ber­lu­sco­nia­no (2014) o anti-gril­li­no (2020), da Mau­ro Bia­ni con­tro Ren­zi (2014, 2021), da Gian­nel­li con­tro Ber­lu­sco­ni o da Vau­ro con­tro Melo­ni, fino a Zero­cal­ca­re che l’ha usa­ta per cri­ti­ca­re i rap­por­ti con l’Egitto.

La stes­sa ico­no­gra­fia dell’Italia Tur­ri­ta varia di auto­re in auto­re, disco­stan­do­si dal cano­ne di don­na medi­ter­ra­nea con pel­le oli­va­stra e capel­li più o meno lun­ghi e neri, descrit­to dal­lo stu­dio­so M. San Filip­po: sen­za arri­va­re a ver­sio­ni volu­ta­men­te pecu­lia­ri come quel­la afro di Bia­ni (2018), si spa­zia dal bion­do (Pil­li­ni­ni, Gian­nel­li) al casta­no (Stai­no, Cin­zia Leo­ne) fino al ros­so di Tar­ta­rot­ti (2021).
Nel pano­ra­ma sovra­ni­sta inve­ce, eccet­to l’Italia bion­da di Colel­la (2023), pre­va­le lo stan­dard moro.

Inte­res­san­te ele­men­to di varia­tio è quel­lo del copri­ca­po che dà il nome all’Italia Tur­ri­ta: è sin dall’età roma­na, scri­ve il numi­sma­ti­co Gra­zio­si, che la cin­ta mura­ria vie­ne tal­vol­ta sem­pli­fi­ca­ta in una coro­na regale.Questo acca­de oggi in alcu­ne vignet­te euro­pei­ste (V. Cap­pel­lo 2022), ma assu­me un signi­fi­ca­to di pri­ma­zia negli auto­ri sovra­ni­sti, anche se la casi­sti­ca sem­bra limi­tar­si ad alcu­ne vignet­te di Impro­ta (l’Italia che si eman­ci­pa dall’asse fran­co-tede­sco, o che gui­da una rivol­ta con­tro l’UE).

Il vero ele­men­to distin­ti­vo è quel­lo al cen­tro di quest’indagine, l’Italia ses­sua­liz­za­ta: fre­quen­te nell’universo sovra­ni­sta, dif­fi­cil­men­te rin­trac­cia­bi­le al suo ester­no (un caso è la vignet­ta anti-sal­vi­nia­na del 2018 di P. Piccione).


Certo sarebbe una disonesta semplificazione attribuire questa declinazione dell’Italia Turrita a tutte e solo le vignette di destra, magari interpretandola come trasposizione carnale di un intenso amor di patria.

La veri­tà è che ogni arti­sta fa da sé: ci sono auto­ri per cui l’Italia non ha nul­la di ses­sua­le (come C. CadeiK.C. Rigac­ci) e altri per cui inve­ce è qua­si un leit­mo­tiv. I moti­vi sono i più vari: in alcu­ni casi (spes­so non sovra­ni­sti) il qua­si-désha­bil­lé dell’Italia è più che altro memo­re del peplo clas­si­co del­le sta­tue anti­che, o indi­ca sol­tan­to il ves­sil­lo tri­co­lo­re usa­to come indu­men­to.

Un discri­mi­ne cru­cia­le è poi quel­lo del­lo sti­le di dise­gno: ogni arti­sta ha il pro­prio ed è ine­vi­ta­bi­le che in una vignet­ta dal trat­to più car­toon (R. San­tin 2020) o cari­ca­tu­ra­le (A. Cemen­to 2020) vi sia meno spa­zio per l’accentuazione di cer­ti trat­ti evi­den­zia­ti inve­ce, anche invo­lon­ta­ria­men­te, in uno sti­le più natu­ra­li­sti­co. Così si spie­ga come nei dise­gni di Impro­ta più lon­ta­ni nel tem­po (2017–19) e più sti­liz­za­ti fos­se poca o nul­la la ses­sua­liz­za­zio­ne, aumen­ta­ta dal 2020 con l’evoluzione ver­so un mag­gior realismo.

Por­ta­ta all’estremo, è la dif­fe­ren­za fra i Pae­si antro­po­mor­fi dell’artista Lul­lin­do e le sti­liz­za­tis­si­me coun­try­ball.

In Ghi­sber­to inve­ce è pro­prio il carat­te­ri­sti­co sti­le sur­rea­le e spor­co a impli­ca­re l’esplicitezza del­la raf­fi­gu­ra­zio­ne (2018).
Altro­ve l’immagine risul­ta da una ste­reo­ti­piz­za­zio­ne del­la don­na ita­lia­na “fel­li­nia­na”, come si vede nell’artista fran­ce­se Miss Lilou (20152016), mec­ca­ni­smo d’altronde ana­lo­go a quel­lo dell’Italia par­te­no­pea nel­la sopra­ci­ta­ta vignet­ta di Piccione.

La chia­ve di vol­ta è però il con­te­sto: nel­la mag­gio­ran­za dei casi, la ses­sua­liz­za­zio­ne inter­vie­ne lad­do­ve l’Italia è rap­pre­sen­ta­ta come sot­to­mes­sa o pri­gio­nie­ra, situa­zio­ne natu­ral­men­te deplo­ra­ta dagli arti­sti sovra­ni­sti. Umi­lia­ta, vac­ci­na­ta, sof­fo­ca­ta, scip­pa­ta da Con­te o incar­ce­ra­ta dall’UE, impic­ca­ta da Melo­ni: è l’Italia pri­gio­nie­ra a risul­ta­re più sve­sti­ta, meta­fo­ra del­la sua spo­lia­zio­ne. In casi più estre­mi, le sup­po­ste anghe­rie ai dan­ni del­la «ser­va Ita­lia» arri­va­no alla mole­stia ses­sua­le, come nel­la vignet­ta di Pub­ble su Mon­ti (2021), o per­si­no alla tor­tu­ra.

A uti­liz­za­re mol­to quest’immagine dell’Italia sin dal 1958 è il perio­di­co con­ser­va­to­re Il Bor­ghe­se, che oggi spe­ri­men­ta con un’Euro­pa turrita.

È un topos non a caso men­zio­na­to all’inizio par­lan­do dell’Italia dan­te­sca e risor­gi­men­ta­le (ma si pen­si ai mani­fe­sti demo­cri­stia­ni nel 1948): non è una novi­tà che la pro­pa­gan­da e la sati­ra paven­ti­no la sot­to­mis­sio­ne del­la nazio­ne anche nel­le for­me di un’aggressione ses­sua­le (fino alla vio­len­za, come in alcu­ne recen­ti ope­re filip­pi­ne) nei con­fron­ti del­la per­so­ni­fi­ca­zio­ne fem­mi­ni­le, dal nome non di rado lati­neg­gian­te. Ecco allo­ra l’Hispa­nia denu­da­ta (1885) e la Bri­tan­nia aggre­di­ta dal demo­ne socia­li­sta (1909).

Il tema fio­rì mol­to, in sen­so spes­so raz­zi­sta, nei due con­flit­ti mon­dia­li (USA 1917, Ita­lia 1944; ma le vit­ti­me qui sono don­ne gene­ri­che). Nel­lo stes­so con­te­sto bel­li­co, le nazio­ni per­so­ni­fi­ca­te vide­ro una ses­sua­liz­za­zio­ne vol­ta anche a sedur­re poten­zia­li finan­zia­to­ri e sol­da­ti: si veda­no la Colum­bia ame­ri­ca­na (1918) o la Bri­tan­nia anglo-cana­de­se (1917–19), o la Trie­ste sedut­tri­ce del 1915. D’altronde, fu nel­lo stes­so perio­do e per ana­lo­ghi sco­pi che nac­que­ro le pin-up.

Nel­la sati­ra sta­tu­ni­ten­se odier­na, più che Colum­bia assur­go­no a emble­ma nazio­na­le Lady Liber­ty e Lady Justi­ce: già impri­gio­na­te in alcu­ne vignet­te osti­li a Oba­ma, è però dall’epoca di Trump che ven­go­no dipin­te come mole­sta­te dal pre­si­den­te (Ger­tli 2016, Kamen­sky 2017), ren­den­do gli scan­da­li ses­sua­li del tycoon vei­co­lo alle­go­ri­co di una vio­la­zio­ne dei prin­ci­pi liber­ta­ri.
Nei casi più estre­mi (McKin­non 2018, Kamen­sky 2019) si è giun­ti a rap­pre­sen­ta­re vere e pro­prie vio­len­ze, come del resto anche nei con­fron­ti del­la Lady Justi­ce neozelan­de­se.

Infine, illuminante e confermativo di questa tesi è forse l’archetipo delle personificazioni nazionali femminili, la Marianne francese rivoluzionaria, che ha peraltro influenzato alcune rappresentazioni dell’Italia sul modello di Delacroix o col berretto frigio.


Lo sto­ri­co Agu­lhon, nei suoi Marian­ne au com­bat (1979) e Marian­ne au pou­voir (1989), deli­nea i vari model­li di fem­mi­ni­li­tà rap­pre­sen­ta­ti dal­la figu­ra nel cor­so dell’Ottocento, inclu­so quel­lo di ero­ti­ca aman­te ma anche di pro­sti­tu­ta: così, sin dal 1848, veni­va deni­gra­ta Marian­ne da rea­zio­na­ri, mode­ra­ti e poe­ti come Ver­lai­ne (e la men­te cor­re alla Lady Liber­ty por­no­star del 2023). Anco­ra a fine Otto­cen­to, infat­ti, la nudi­tà del­la sua figu­ra era rite­nu­ta radi­ca­le tan­to quan­to il ber­ret­to frigio.

È però soprat­tut­to in Les méta­mor­pho­ses de Marian­ne (2001) che Agu­lhon indi­ca nel­la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le il momen­to in cui la figu­ra (come le altre sopra­ci­ta­te per­so­ni­fi­ca­zio­ni) pri­ma diven­ta sen­ti­men­tal­men­te l’amante che spro­na il sol­da­to, poi vie­ne ses­sua­liz­za­ta nei pri­mi nudi inte­gra­li (ma la guer­ra non è l’unico fat­to­re, c’entrano i reflus­si dell’art nou­veau da Bel­le Époque).
Non sen­za rimo­stran­ze, Marian­ne nel secon­do Nove­cen­to ha subi­to un’ulteriore ses­sua­liz­za­zio­ne nel­le vignet­te poli­ti­che e nel­le scul­tu­re model­la­te su attri­ci rite­nu­te sex sym­bol, pri­ma fra tut­te la mol­to cri­ti­ca­ta Bri­git­te Bar­dot nel 1969, segui­ta da ope­re meno spin­te basa­te su Cathe­ri­ne Deneu­ve (1985) e Lae­ti­tia Casta (1999).

Nel­le vignet­te odier­ne di posi­zio­na­men­to “sovra­ni­sta”, ritor­na l’immagine di una Marian­ne pri­gio­nie­ra dei ter­ro­ri­sti (Ixè­ne 2020), di Hol­lan­de (Miss Lilou 2015) o del­la pre­si­den­za Macron (Zait­chick 2020), ma non man­ca­no mole­stie e, come con Trump, ana­lo­gie fra la vio­len­za ses­sua­le e le mos­se anti-par­la­men­ta­ri­ste di Macron. Nem­me­no l’antica Marian­ne pro­sti­tui­ta sem­bra scom­pa­ri­re dal­la scena.

Concludendo, non tutti e non solo i vignettisti sovranisti sessualizzano l’Italia Turrita e, fra chi lo fa, i motivi sono diversi; ciononostante è spesso individuabile alla radice il comune denominatore del topos negativo della patria umiliata e sottomessa da vendicare.

Tut­to qui? In real­tà no, que­sta decli­na­zio­ne dell’Italia pro­prio in ambien­ti nazio­na­li­sti può esse­re inte­sa anche in ter­mi­ni attrat­ti­vi. Dal 2022, T.P. Bet­to­ni rac­co­glie esem­pi di moe gijn­ka (antro­po­mor­fiz­za­zio­ne moe, cano­ne giap­po­ne­se tra il ses­sua­le e l’infantilizzazione kawaii, tal­vol­ta eti­chet­ta­ta dal suf­fis­so vez­zeg­gia­ti­vo -chan): sem­bra esser­ci una mascot­te per ogni enti­tà, dal par­ti­to tede­sco AfD alle agen­zie di cen­su­ra, ma in Patria-chan (con­tri­bu­to al pro­get­to di Ico­no­gra­fie) Bet­to­ni si sof­fer­ma sul­le per­so­ni­fi­ca­zio­ni nazio­na­li come l’ucraina Mari­ch­ka.
L’Italia stes­sa non è estra­nea: nel 2018, l’attuale pre­si­den­te del con­si­glio ha più vol­te cele­bra­to una pro­pria Melo­ni-chan.

Scri­ve Bettoni:

La vignet­ta sati­ri­ca si è evo­lu­ta in meme adat­tan­do­si ai grot­te­schi cano­ni di inter­net».

In coper­ti­na l’il­lu­stra­zio­ne di Ann-Sophie de Steur

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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