Radici. Gli anni ’80 e l’insostenibile leggerezza dell’essere

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.

Milan Kun­de­ra, all’interno dell’ultima pagi­na del suo capo­la­vo­ro “l’insostenibile leg­ge­rez­za dell’essere”, por­ta all’attenzione dei let­to­ri una spie­ta­ta osser­va­zio­ne, una bat­tu­ta che, for­se più di ogni altra descri­ve l’ambiente in cui lo scrit­to­re boe­mo sta viven­do:  «Tere­za, una mis­sio­ne è una cosa stu­pi­da. Io non ho nes­su­na mis­sio­ne. Ed è un sol­lie­vo enor­me sape­re di esse­re libe­ri, di non ave­re nes­su­na mis­sio­ne» . Essen­zia­le, sche­le­tri­co ma taglien­te. E’ que­sto, un pen­sie­ro in sé anni­chi­len­te, che tor­ce il col­lo ad un ulte­rio­ri interpretazioni. 

Tomàs, il pro­ta­go­ni­sta del roman­zo, sen­ten­zia che non esi­ste alcun tipo di fina­li­tà in quel­lo che si ritro­va ad esse­re. Il vero cor­to­cir­cui­to è però rap­pre­sen­ta­to dal­la secon­da par­te dell’esclamazione: il sen­ti­men­to di viva e auten­ti­ca liber­tà.

Tomàs non ha paura ad ammettere di sentirsi libero nell’assenza di missioni da portare a termine, nel più totale disinteresse nei confronti di una causa, che è pronto persino a schernire, a denigrare.

Non è un caso che il libro, dive­nu­to poi un vero e pro­prio bestsel­ler del­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea, sia sta­to pub­bli­ca­to nel 1984: nel segno di una socie­tà che, in ogni ango­lo d’Europa, si appre­sta­va ad inter­ro­gar­si, a pro­po­si­to di un crol­lo da par­te di que­gli idea­li mono­li­ti­ci, su cui l’Occidente ave­va costi­tui­to i pre­sup­po­sti, poli­ti­ci e cul­tu­ra­li, per fon­da­re la pro­pria identità. 

Ciò che tan­ge mag­gior­men­te il nostro pae­se duran­te que­sti anni, si ricon­du­ce pro­prio in quel­la man­can­za di una mis­sio­ne vera e pro­pria. Con gli anni ’80 si vali­ca un perio­do gri­gio, di incer­tez­ze e prin­ci­pi inde­fi­ni­ti, in cui la sma­nia vol­ta allo scon­tro nei con­fron­ti del­le gran­di isti­tu­zio­ni, che ave­va carat­te­riz­za­to i pri­mi anni ’70, sem­bra solo un ricor­do distan­te da cui sfuggire. 

Dal san­gue ver­sa­to duran­te le lot­te poli­ti­che del tem­po, sor­te dal­la rot­tu­ra da costu­mi e da un retag­gio in cui ormai le nuo­ve gene­ra­zio­ni sten­ta­va­no a rico­no­scer­si, sor­ge­rà il model­lo di un’Italia che quel­la leg­ge­rez­za la inse­gui­rà osses­si­va­men­te. Il Pae­se si impa­dro­ni­sce di un modo di agi­re, di pen­sa­re e di vestir­si pro­prio dell’oltreoceano, di quel regno incon­ta­mi­na­to che, da New York a Los Ange­les, pro­du­ce­va sen­za sosta, osten­tan­do una pre­ci­sa dia­let­ti­ca, impron­ta­ta sul diver­ti­men­to, su uno sva­go spregiudicato. 

Per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria del­la nostra Repub­bli­ca, a pla­smar­si è dun­que un sen­ti­men­to col­let­ti­vo di pura eva­sio­ne, non dal pen­sie­ro domi­nan­te, ben­sì dall’oggetto poli­ti­co in quan­to tale; il qua­le si tra­du­ce nel pro­ces­so di tota­le assi­mi­la­zio­ne, da par­te del­le clas­si più gio­va­ni ed eco­no­mi­ca­men­te abbien­ti, degli sprez­zan­ti e viva­ci costu­mi statunitensi. 

Il pas­sag­gio logi­co che com­pie Tomàs in quel­le righe, tra la com­pren­sio­ne del­la pro­pria indif­fe­ren­za, e la libe­ra­zio­ne che ne con­se­gue, si ane­la pro­prio nel­la sco­per­ta di que­gli ado­le­scen­ti ita­lia­ni, di un nuo­vo modo di esse­re feli­ci: spin­ger­si oltre i con­fi­ni nostra­ni, abbrac­cian­do total­men­te una cul­tu­ra per loro ver­gi­ne, disin­te­res­sa­ta e disi­ni­bi­ta dai con­flit­ti, che ave­va­no infer­vo­ra­to le piaz­ze ita­lia­ne pochi anni prima. 

Se pre­ce­den­te­men­te, for­se pro­prio i loro geni­to­ri cal­ca­va­no quell’ondata di pro­te­ste che smos­se la clas­se bor­ghe­se dai loro ruo­li e dal­le posi­zio­ni socia­li che rico­pri­va­no; gli atto­ri di quell’indecifrabile e per cer­ti ver­si anco­ra miste­rio­so ingra­nag­gio poli­ti­co, fug­go­no dal pro­ble­ma, ritro­van­do­si nei loro giub­bot­ti sgar­gian­ti, nei cen­tri com­mer­cia­li e tra i Bur­ghy e i McDonald’s di San Babila. 

Ma che cosa ha portato ad un cambiamento così drastico?

Per com­pren­de­re la fuga da una mis­sio­ne, è neces­sa­rio per­ciò rico­struir­la in ogni suo spi­go­lo, negli atto­ri che vi par­te­ci­pa­ro­no e nel­le mace­rie che ha pro­dot­to; le qua­li, sep­pur indi­ret­ta­men­te, han­no influi­to ad un allon­ta­na­men­to, da par­te del­la “gen­te comu­ne”, nei con­fron­ti di quel­la mac­chi­na mor­ta­le, che è sta­ta la poli­ti­ca duran­te gli anni di piombo. 

Un nume­ro, pur nel­la sua natu­ra ridut­ti­va e pret­ta­men­te sim­bo­li­ca, si rive­la un pri­mo stru­men­to uti­le a sin­te­tiz­za­re la cata­stro­fe che ha pro­dot­to un decen­nio di vio­len­ze ter­ro­ri­sti­che. 351 è il nume­ro incri­mi­na­to. Una cifra che rac­chiu­de gli uomi­ni che han­no per­so la vita per atti di vio­len­za poli­ti­ca, fra il 1969 e il 1982. 

Dal­la bom­ba scop­pia­ta nel 12 dicem­bre del 1969 in piaz­za Fon­ta­na, che cau­sò le pri­me deci­ne di vit­ti­me in quel tor­na­do di vio­len­za, fino agli ulti­mi ran­to­li di pro­te­sta al sor­ge­re degli anni’80, appa­re chia­ro come l’insorgere del­le for­ze extra­par­la­men­ta­ri sia affian­ca­to ad un vero e pro­prio vuo­to, lascia­to dall’allora Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, nei con­fron­ti di quei prin­ci­pi fon­dan­ti, lega­ti indis­so­lu­bil­men­te alla matri­ce rivo­lu­zio­na­ria. Se infat­ti fin dal man­da­to di Togliat­ti, la linea adot­ta­ta ave­va assun­to i con­no­ta­ti di una “demo­cra­zia pro­gres­si­va”, che così ten­de­va ad esclu­de­re natu­ral­men­te alcu­ni dei dog­mi del par­ti­to, su tut­ti quel­la con­ce­zio­ne fer­rea di lot­ta aper­ta alle isti­tu­zio­ni; in un simi­le pano­ra­ma, nac­que in alcu­ne orga­niz­za­zio­ni l’intenzione di ripren­de­re le radi­ci ideo­lo­gi­che del mar­xi­smo, giu­sti­fi­can­do la vio­len­za in quan­to neces­sa­ria per rive­la­re gli aspet­ti più oscu­ri del­la repubblica. 

L’omicidio, e quin­di la par­te­ci­pa­zio­ne atti­va alla lot­ta dive­ni­va­no uno stru­men­to per foca­liz­za­re il pro­ble­ma. Con­te­stual­men­te, l’angoscioso ambien­te euro­peo, tra il Por­to­gal­lo di Sala­zar, la Spa­gna fran­chi­sta e la Gre­cia dei colon­nel­li, dava luo­go ad un secon­do pal­co­sce­ni­co: il timo­re di un col­po di sta­to fasci­sta.

I due gran­di ele­men­ti, indi­vi­dua­bi­li come l’origine sca­te­nan­te di un feno­me­no assai più com­ples­so e per cer­ti ver­si uni­co nel­la nostra sto­ria, è giun­to con gli anni ’80 a gene­ra­re una nar­co­tiz­za­zio­ne del feno­me­no politico.

Ciò che inte­res­sa al momen­to cul­tu­ra­le che si appre­ste­rà a scon­vol­ge­re que­ste dina­mi­che, intrec­cia­te fra astio e repres­sio­ni tur­bo­len­te, si ritro­va nel­le paro­le del­lo sto­ri­co Mar­co Ger­va­so­ni: «più for­te, da noi, si acce­se il con­tra­sto tra i cit­ta­di­ni che accet­ta­ro­no l’accelerazione del tem­po sto­ri­co di vol­ta in vol­ta con entu­sia­smo, con rea­li­smo o con ras­se­gna­zio­ne, e al con­tra­rio i gran­di par­ti­ti poli­ti­ci di inte­gra­zio­ne di mas­sa, che fece­ro di tut­to per fre­na­re o per­lo­me­no per ral­len­ta­re la cor­sa, con il risul­ta­to di resta­re per tan­ti ver­si estra­nei al muta­mento » .

Questo è il punto cruciale, di una involuzione della partecipazione politica, che trova ricadute nei giorni nostri: la rottura fra i cittadini e il partito. 

Con gli anni ’70 infat­ti le for­ze par­ti­ti­che di mas­sa si era­no ado­pe­ra­te per far­si baluar­do di un cer­to modo di pen­sa­re, di un dato pen­sie­ro, di fat­to divi­si­vo e cen­tra­liz­zan­te del loro pia­no di azio­ne. Dal sor­ge­re di prin­ci­pi ideo­lo­gi­ci nei con­fron­ti dei temi più cal­di su cui si dibat­te­va intor­no a que­gli anni di fuo­co e rivol­te, nei pri­mi anni ’80 vie­ne alla luce una dico­to­mia para­dos­sa­le, che discer­ne il cit­ta­di­no in quan­to indi­vi­duo da un’unità estra­nea, disu­ma­na ma al tem­po stes­so for­ma­ta da mol­ti­tu­di­ni di uomi­ni.

Men­tre i par­ti­ti ten­ta­no di rima­ne­re avvin­ghia­ti alle pro­prie lot­te, alle pro­prie mis­sio­ni; i cit­ta­di­ni ne pren­do­no gra­dual­men­te le distan­ze, dimo­stran­do un fasci­no per ciò che si tro­va­va altro­ve. L’alie­na­zio­ne dal­la cit­ta­di­nan­za atti­va, si pale­sa in un net­to arre­tra­men­to del­le for­me clas­si­che dell’opposizione poli­ti­ca; pro­prio in quell’area dove per­si­no il sin­go­lo ave­va tro­va­to un ruo­lo di rilie­vo nel decen­nio appe­na pas­sa­to, per affer­ma­re unpro­prio spa­zio di appartenenza. 

Il gran­de, epo­ca­le spar­tiac­que nel­la sto­ria dell’impegno poli­ti­co, avvie­ne nel 14 otto­bre del 1980 a Tori­no: l’inizio incom­ben­te, degli anni del reflus­so.Fra la neb­bia pie­mon­te­se, infat­ti, miglia­ia di cit­ta­di­ni scen­do­no in piaz­za per pro­te­sta­re. Ad infiam­ma­re le vie tori­ne­si non si intra­ve­do­no però visi di ope­rai, pro­le­ta­ri uni­ti per mani­fe­sta­re una neces­si­tà di sov­ver­ti­re l’ordine, di riap­pro­priar­si del­le pro­prie liber­tà lascia­te incu­sto­di­te dai diri­gen­ti del­le gran­di mac­chi­ne aziendali. 

Ebbe­ne, la Mar­cia dei Qua­ran­ta­mi­la sve­la all’Italia un dra­sti­co cam­bio di rot­ta: nes­sun gri­do di pro­te­sta, né ban­die­re svo­laz­zan­ti, solo una bie­ca e silen­te disap­pro­va­zio­ne ver­so quel­le for­ze ope­ra­ie e quei sin­da­ca­ti, quel cli­ma con­ci­ta­to che, oltre ad occu­pa­re fab­bri­che e indi­re pro­te­ste san­gui­no­se, ave­va lascia­to un cli­ma di fru­stra­zio­ne nel ceto medio. 

La rivol­ta del­la con­tro­par­te, di chi ha deci­so di por­re un fre­no ad una mis­sio­ne che ormai, nel­le men­ti dei gio­va­ni e nell’immaginario col­let­ti­vo pare­va più vol­ta ad una distru­zio­ne che alla rico­stru­zio­ne di fon­da­men­ta, segna irri­me­dia­bil­men­te una svol­ta per le gene­ra­zio­ni a seguire. 

La leg­ge­rez­za che ne con­se­gui­rà, sarà come iniet­ta­ta nel­le men­ti del­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, come archi­tet­ta­ta e volu­ta con gran­de pres­sio­ne da quei lavo­ra­to­ri del­la Fiat. Il gio­va­ne che sor­vo­la que­gli anni con­fu­si, fra le ulti­me gri­da rivol­to­se e le gran­di mode che urla­no alla lus­su­ria, ad una ric­chez­za osten­ta­ta e sprez­zan­te, sce­glie di igno­ra­re le pri­me e di far­si fer­mo soste­ni­to­re del­le seconde. 

Nasce infat­ti un rap­por­to di com­pe­ti­zio­ne fra l’attaccamento mor­bo­so al pri­va­to, ai capi di lus­so e alle disco­te­che del cen­tro; e quel deso­la­to pal­co­sce­ni­co poli­ti­co, accu­sa­to di “stru­men­ta­liz­za­re”, di “lascia­re poco spa­zio ai gio­va­ni”, come affer­ma­to nel­la mag­gior par­te del­le inter­vi­ste che con­ser­via­mo di quel tempo.

Nei “pani­na­ri” di Mila­no, affret­ta­ti ad esi­bi­re il loro sta­tus socia­le, il loro distac­co da ciò che futil­men­te pre­oc­cu­pa­va pochi anni pri­ma i loro coe­ta­nei, si scor­ge una alie­na­zio­ne che, nel pro­fon­do ci appar­tie­ne indissolubilmente .

In fon­do ciò che abbia­mo con­ser­va­to, in que­sti quarant’anni che ci sepa­ra­no, è vin­co­la­to ad uno sfar­zo che celi i dub­bi su un futu­ro quan­to­mai incer­to, dif­fi­ci­le come lo era il pas­sa­to di quel­la socie­tà rima­sta para­liz­za­ta, in una leg­ge­rez­za che ad oggi, com­pren­dia­mo esse­re inso­ste­ni­bi­le.

Biblio­gra­fia:
“L’insostenibile leg­ge­rez­za dell’essere”  Milan Kun­de­ra
Noi di ieri, noi di doma­ni — Il Nove­cen­to e l’età attua­le” A.Barbero, C.Frugoni, C.Scalarandis
Sto­ria d’Italia degli anni Ottan­ta: quan­do era­va­mo moder­ni” Mar­co Gervasoni

Arti­co­lo di Mar­co del­la Rosa

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