Tony Colombo e Tina Rispoli. Una storia nostra

Tony Colombo e Tina Rispoli. Una storia nostra

All’alba di mar­te­dì 17 otto­bre, 27 per­so­ne sono sta­te trat­te in arre­sto a Napo­li: tra loro anche Anto­ni­no “Tony” Colom­bo e la moglie, Imma­co­la­ta “Tina” Rispo­li, notis­si­mi nel pano­ra­ma neo­me­lo­di­co e sui social. Lui, 743.000 fol­lo­wers su Insta­gram, è un can­tan­te, men­tre lei si pre­sen­ta ai suoi 330.000 segua­ci come stilista. 

Dal 2019 la cop­pia ha atti­ra­to l’attenzione del­le for­ze dell’ordine sia a cau­sa di alcu­ne irre­go­la­ri­tà riscon­tra­te duran­te l’organizzazione di un eccen­tri­co matri­mo­nio – che ha coin­vol­to diver­si gio­co­lie­ri, una car­roz­za, una Limou­si­ne Hum­mer, 2.000 pal­lon­ci­ni e piaz­za del Ple­bi­sci­to – che per via dei rap­por­ti con le note fami­glie di camor­ra Rispo­li, Mari­no e Di Lauro. 

Tina Rispo­li, come dice il cogno­me, è figlia del boss Nico­la “‘o Boxer” Rispo­li, e si è spo­sa­ta in pri­me noz­ze con Gae­ta­no “Mon­che­ri­no” Mari­no, signo­re asso­lu­to del­le Case Cele­sti (Secon­di­glia­no), cri­vel­la­to da undi­ci col­pi di arma da fuo­co intor­no alle 16:30 del 23 ago­sto 2012 sull’affollato lun­go­ma­re di Terracina. 

Non si tratta, però, solo di legami di sangue: secondo i pm De Marco e Giugliano, la coppia Colombo-Rispoli ha largamente partecipato agli investimenti del clan Di Lauro. 

Infat­ti, il clan che per oltre vent’anni ha costrui­to un impe­ro gra­zie alle piaz­ze di spac­cio di Scam­pia, respon­sa­bi­le del­la san­gui­no­sis­si­ma fai­da che dal 2004 al 2005 ha tra­sfor­ma­to il quar­tie­re in una zona di guer­ra, negli ulti­mi anni ave­va acqui­si­to le sem­bian­ze di un grup­po impren­di­to­ria­le: brand di abbi­glia­men­to, ener­gy drinks, pale­stre, super­mer­ca­ti, etc. Del resto, il mesco­lar­si al mon­do dell’imprenditoria è un desti­no comu­ne a mol­te real­tà del cri­mi­ne orga­niz­za­to che, in alcu­ni casi, dia­lo­ga­no per­fi­no con impren­di­to­ri che diven­ta­no Pre­si­den­ti del Con­si­glio. Ma ad alcu­ni Ita­lia­ni que­ste cose non disturbano.

All’apparenza pare dun­que di aver incon­tra­to una vicen­da bana­le: una cop­pia di spo­si invi­schia­ti col sot­to­bo­sco cri­mi­na­le napo­le­ta­no è sta­ta rag­giun­ta da un bli­tz dei Cara­bi­nie­ri. Sem­pli­ce, bre­ve, lon­ta­na, chiu­sa: così vie­ne per­ce­pi­ta que­sta sto­ria nell’Italia set­ten­trio­na­le, se vie­ne per­ce­pi­ta. Per non par­la­re del resto d’Europa.

Il pro­ble­ma di que­sto tipo di per­ce­zio­ne è che non è pro­pria di cit­ta­di­ni degni di que­sto nome: pen­sa­re che le mafie sia­no qual­co­sa di estra­neo all’uomo comu­ne, che si espri­me solo in alcu­ni Sud (tra cui le peri­fe­rie del­le gran­di metro­po­li del Nord), signi­fi­ca lasciar loro uno spa­zio che cer­ta­men­te occu­pe­ran­no, e che use­ran­no per influen­za­re il modo di pen­sa­re, e quin­di di agi­re, del­la popolazione. 

Alle volte in maniera molto sottile, altre volte in maniera leggermente più evidente, come nel caso dell’intervista che Tony e Tina Colombo hanno rilasciato (o forse sarebbe meglio scrivere “hanno chiesto di rilasciare”) a Non è l’Arena, programma di La7 condotto da Massimo Giletti, il 19 gennaio 2020. 

Di segui­to alcu­ni fram­men­ti – i dia­lo­ghi sono sta­ti edi­ta­ti nel­la for­ma per ren­der­li più adat­ti alla let­tu­ra, ma il con­te­nu­to rima­ne invariato. 


Tony Colom­bo appa­re ele­gan­tis­si­mo sul pal­co di Non è l’arena e, dopo esser­si acco­mo­da­to su uno sga­bel­lo al cen­tro del­la sce­na, esor­di­sce: «Sareb­be bel­lo sta­re qui per can­ta­re». A indi­ca­re il dispia­ce­re per la cir­co­stan­za che vede un uomo total­men­te devo­to alla musi­ca inter­ro­ga­to in tele­vi­sio­ne su altri temi. Tony Colom­bo ci tie­ne a sot­to­li­nea­re che il tem­po che sta con­ce­den­do al pro­gram­ma è sta­to sot­trat­to, con fati­ca, dal­la sua atti­vi­tà artistica.

Infat­ti, per chi non l’avesse capi­to, aggiun­ge: «Io sono soli­to fare video d’amore, dei video musi­ca­li in cui espri­mo tut­to il mio sen­ti­men­to per mia moglie, ma ulti­ma­men­te non ho visto que­sto. Ho visto del­le brut­te imma­gi­ni [in tele­vi­sio­ne], e ovvia­men­te da casa mi sono dispia­ciu­to di vede­re que­ste cose, di sen­ti­re per­so­ne par­la­re in modo negativo».

«Per que­sto non rispon­de­va mai ai nostri invia­ti?» doman­da il con­dut­to­re. «Non ho mai rispo­sto per­ché non era il caso di rispon­de­re a degli invia­ti. Non era il caso di rispon­de­re a per­so­ne che non cono­sco­no, real­men­te voglio dire, il sen­so di tut­to que­sto». Qui Colom­bo sem­bra ripren­de­re il vec­chio ada­gio ita­lia­no che ricor­da di non giu­di­ca­re mai qual­co­sa fino a quan­do non la si cono­sce fino in fon­do. Il che, sem­pli­ce­men­te, signi­fi­ca che non biso­gna giu­di­ca­re mai. Non biso­gna mai pren­de­re posi­zio­ne.

«Allo­ra per­ché lei, oggi, ha deci­so di affron­ta­re, con corag­gio, un con­fron­to con me [Gilet­ti N.d.R.] e il diret­to­re di Fanpage.it?».

«Ho deci­so per­ché da casa (tra­la­scian­do il fat­to che ti han­no segui­to i nostri figli [suoi e di Tina Rispo­li N.d.R.], mio papà, mia mam­ma) ti han­no segui­to per­so­ne che in noi cre­do­no. Che si sono sacri­fi­ca­te, in un cer­to modo, per far sì che tut­to que­sto acca­des­se. Par­lo del mio per­so­nag­gio, del­la mia arte: la musi­ca. […] E quin­di è giu­sto che loro sap­pia­no, prin­ci­pal­men­te loro, e poi tut­ti quel­li che ovvia­men­te cre­do­no a tut­to quel­lo che in tele­vi­sio­ne si dice, con giu­sta ragio­ne. La tele­vi­sio­ne dovreb­be dire sem­pre e solo la veri­tà. Solo le cose che real­men­te acca­do­no». E, dopo una bre­ve pau­sa reto­ri­ca, Colom­bo aggiun­ge: «Del­le vol­te non è così».

Tra­la­scian­do l’attacco alla cate­go­ria, Gilet­ti ripor­ta il discor­so sui bina­ri: «Que­sta sera cer­chia­mo dun­que di rispon­de­re a una serie di doman­de», ma Colom­bo non è d’accordo: «Io non sono qui per rispon­de­re, io sono qui per met­te­re dei pun­ti, per chia­ri­re. Per­ché una cosa è dare una rispo­sta, e un’altra cosa è dire la veri­tà. Io sta­se­ra dirò la veri­tà su mol­te cose, for­se tut­to quel­lo di cui sia­mo accu­sa­ti [io e mia moglie], dal­la A alla Z». 

Questa frase riassume lo spirito del nostro tempo: nel mondo in cui ogni dibattito è super polarizzato, non conta niente rispondere, che significa lasciare spazio ai ragionamenti e approfondire la verità dei fatti. 

Con­ta dire qual­co­sa intor­no a cui la gen­te pos­sa divi­der­si in “grup­po dei soste­ni­to­ri” e “grup­po degli oppo­si­to­ri”. Sen­za pen­sa­re, sen­za sce­glie­re: sem­pli­ce­men­te si sci­vo­la in uno dei due grup­pi nel­lo stes­so modo in cui si sci­vo­la nel grup­po dei tifo­si di una squa­dra di cal­cio. Nes­sun tifo­so sa il moti­vo per cui sostie­ne la sua squa­dra anzi­ché un’altra, sem­pli­ce­men­te il con­te­sto socia­le in cui è cre­sciu­to lo ha fat­to sci­vo­la­re in una dire­zio­ne. E Colom­bo vuo­le favo­ri­re que­sto; infat­ti, con que­sto bre­ve inter­ven­to è come se aves­se det­to: «Io non sono qui per lascia­re spa­zio ai fat­ti e alle rifles­sio­ni. Io sono qui per dire del­le cose. Poi la gen­te, gli spet­ta­to­ri, si divi­de­rà in chi mi cre­de e chi no».

Un “ingre­dien­te” fon­da­men­ta­le per otte­ne­re una buo­na pola­riz­za­zio­ne del pub­bli­co è favo­rir­ne i pen­sie­ri velo­ci, in altri ter­mi­ni, non lasciar tem­po per la com­ples­si­tà. E una stra­te­gia che fun­zio­na sem­pre, in que­sto sen­so, è lascia­re che il pub­bli­co si pos­sa rifa­re solo ad un’apparente serie­tà, anzi­ché a dei fat­ti: nume­ro­si fogli (basta agi­tar­li, non ser­ve che si rie­sca­no a leg­ge­re), nume­ro­se cifre (basta spa­rar­ne alcu­ne, non ser­ve che si capi­sca­no), e un’ostinata insi­sten­za su alcu­ne parole. 

Un otti­mo esem­pio di tut­to ciò è il momen­to in cui Tony Colom­bo vie­ne inter­ro­ga­to riguar­do all’estroso matri­mo­nio del 2019: «La dove­va spo­sa­re de Magi­stris [sin­da­co di Napo­li ai tem­pi dell’evento, N.d.R.] – ini­zia Gilet­ti – e anche su quel­lo lei ha tira­to fuo­ri un docu­men­to. Lei sostie­ne che de Magi­stris dove­va spo­sar­la». «Non sosten­go io, Gilet­ti, lo sostie­ne il Comu­ne di Napo­li – rispon­de Colom­bo esi­ben­do un foglio a favo­re del con­dut­to­re – Per­ché qui c’è scrit­to “cele­bran­te: Lui­gi de Magi­stris”. Fir­ma­to da tutti». 

Non si rie­sce bene a distin­gue­re che docu­men­to stia sven­to­lan­do Tony Colom­bo, e non si rie­sce nem­me­no a capi­re chi sia­no que­sti “tut­ti” che lo han­no fir­ma­to. E infat­ti Gilet­ti cer­ca di dare un po’ di con­te­sto agli spet­ta­to­ri: «Però lei sa bene che uno auspi­ca que­sta cosa [l’identità del cele­bran­te del pro­prio matri­mo­nio, N.d.R.]. [Su que­sto docu­men­to], avreb­be potu­to scri­ve­re anche che le sareb­be pia­ciu­to esse­re spo­sa­to da un altro per­so­nag­gio, un nome noto, un atto­re, un mini­stro, un ono­re­vo­le. Si può met­te­re qual­sia­si cosa. Cioè, que­sta non è la fir­ma di de Magistris». 

«Cer­to, ci man­che­reb­be – dice Colom­bo, e poi con­ti­nua – Però il docu­men­to è sta­to rila­scia­to dal Comu­ne di Napo­li». «Quin­di non è lei che ha det­to che a spo­sar­la sareb­be sta­to de Magi­stris. È un fun­zio­na­rio comu­na­le che di suo dice: “La spo­sa de Magi­stris”?» pro­va ad inda­ga­re Gilet­ti. «Non di suo. Sicu­ra­men­te avrà rice­vu­to una comu­ni­ca­zio­ne, per­ché io con il sin­da­co, con Clau­dio de Magi­stris [il fra­tel­lo di Lui­gi de Magi­stris, N.d.R.], in con­fi­den­za, ho det­to: “Avrei pia­ce­re, dato che sono uno che por­ta Napo­li nel mon­do con la musi­ca, che mi spo­si Lui­gi. Sareb­be un mio desi­de­rio, dato che è il sindaco”».

Si noti che in queste frasi Tony Colombo si riferisce all’ex sindaco di Napoli chiamandolo per nome, e utilizza la parola “confidenza”, a sottolineare un rapporto di stretta intimità con i vertici della città. 

«Però ha visto che il sin­da­co, per quel­li che ha defi­ni­to “moti­vi per­so­na­li”, non l’ha spo­sa­ta». «Il sin­da­co non mi ha spo­sa­to quel gior­no per­ché ave­va la mani­fe­sta­zio­ne anti­ca­mor­ra. Quin­di ave­va un impe­gno mol­to più impor­tan­te del mio. Per que­sto non mi ha spo­sa­to» rispon­de Colom­bo, facen­do rife­ri­men­to alla mani­fe­sta­zio­ne 100 pas­si per il 21 mar­zo, dedi­ca­ta alle vit­ti­me inno­cen­ti del­la camor­ra, che si sareb­be dovu­ta tene­re al Maschio Angioi­no il 28 mar­zo 2019; è sta­ta spo­sta­ta in un’altra sede poi­ché il monu­men­to è sta­to richie­sto per con­dur­re il matri­mo­nio.

Sen­ten­do que­sta fra­se, l’ex diret­to­re di Fanpage.it, Fran­ce­sco Pic­ci­ni­ni, si lan­cia in una doman­da: «Quin­di lei mi sta dicen­do che, se non ci fos­se sta­ta la mani­fe­sta­zio­ne, lei ave­va un accor­do con Lui­gi de Magi­stris per spo­sar­la quel gior­no?». «Io non ave­vo nes­sun accor­do, io ho una paro­la det­ta in ami­ci­zia e un foglio fir­ma­to dal comu­ne di Napo­li. […] Io con Clau­dio, in con­fi­den­za, ci sia­mo det­ti: “Tony, se lui non ha impe­gni più impor­tan­ti, ti spo­se­rà.” Non mi ha spo­sa­to non per­ché io sono un camor­ri­sta o per­ché mia moglie è una camor­ri­sta. Que­sto è un pun­to impor­tan­te. Voi ave­te insi­nua­to, Fanpage.it in pri­mis, che il sin­da­co di Napo­li non mi ha spo­sa­to per­ché io sono camorrista».

«Noi que­sta cosa non l’abbiamo det­ta» si affret­ta ad affer­ma­re Mas­si­mo Gilet­ti, sca­gio­nan­do La7 dal­le accu­se, e quin­di Colom­bo invei­sce: «L’ha det­ta Fanpage.it, però!». Pic­ci­ni­ni nega, ma ormai il dan­no è fat­to. Non impor­ta se una cosa sia effet­ti­va­men­te sta­ta scrit­ta o meno: gli spet­ta­to­ri ora han­no due ver­sio­ni con­tra­rie del­lo stes­so fat­to, e non gli resta che lasciar­si sedur­re da quel­la che preferiscono. 

Colom­bo non ha asse­ri­to “Fanpage.it mi ha accu­sa­to di esse­re un camor­ri­sta in quest’articolo”, a que­sto sareb­be sem­pli­ce con­tro­bat­te­re; baste­reb­be mostra­re l’articolo e veri­fi­ca­re. Dicen­do inve­ce “Fanpage.it mi accu­sa di esse­re un camor­ri­sta”, la pos­si­bi­li­tà di con­trad­di­zio­ne rima­ne appa­ren­te, ma in real­tà diven­ta impos­si­bi­le. Pic­ci­ni­ni non avreb­be potu­to fer­ma­re la tra­smis­sio­ne e vaglia­re tut­ti gli arti­co­li pub­bli­ca­ti da Fanpage.it su Tony Colom­bo per dimo­stra­re la sua tesi. 

Ciò che rimane agli spettatori sono quindi solo due opinioni riguardo allo stesso fatto, dunque qui cadrà inevitabilmente l’attenzione del pubblico. Non sul fatto. 

Dun­que, più cose si lascia­no indi­mo­stra­bi­li, meglio è, ai fini di chi vuol pola­riz­za­re l’opinione pub­bli­ca, spes­so in mala­fe­de. E Tony Colom­bo, nell’arte del lascia­re le cose indi­mo­stra­bi­li è un mae­stro. Infat­ti, quan­do Pic­ci­ni­ni chie­de: «La gen­te per entra­re nel­le Case Cele­sti deve atten­de­re che fini­sca il tur­no di spac­cio. Come mai lei entra­va nor­mal­men­te?», Colom­bo ribat­te: «Fac­cia­mo una cosa: lei vie­ne con me. Il gior­no lo deci­de lei, quan­do vuo­le lei e l’orario che dice lei. Io la met­to nel­la mac­chi­na con me, e andia­mo a can­ta­re alle Case Cele­sti. Pure alle cin­que del mat­ti­no. Però se ci bloc­ca­no, Pic­ci­ni­ni, io mi fac­cio auto-arre­sta­re. Lo dico pub­bli­ca­men­te, qui davan­ti a tut­ta l’Italia: se non ci fan­no entra­re io mi fac­cio arre­sta­re. Se non ci bloc­ca nes­su­no, però, lei deve pren­de­re il tes­se­ri­no da gior­na­li­sta e lo deve bruciare».

E pri­ma che qual­cu­no lo pos­sa inter­rom­pe­re, rin­ca­ra la dose: «Per­ché lei vive nel mon­do del­le favo­le. A lei pia­ce Gomor­ra. Lei si vede trop­pe fic­tion su Net­flix. A lei Nar­cos gli ha dato alla testa, signor Pic­ci­ni­ni. Lei impaz­zi­sce per Gomor­ra, è pro­prio un fan sfe­ga­ta­to. Lei e Saviano».

Anco­ra una vol­ta, Tony Colom­bo non ha chie­sto su qua­li basi pro­ba­to­rie pog­gia­va la doman­da dell’ex diret­to­re di Fanpage.it. Non ha volu­to smen­ti­re dei fat­ti con altri fat­ti. Al con­tra­rio, ha volu­to lasciar inten­de­re che alcu­ne per­so­ne riten­go­no che non si pos­sa gira­re libe­ra­men­te per le Case Cele­sti, men­tre altre sono con­vin­te del con­tra­rio. C’è solo da sce­glie­re con chi si vuo­le stare. 

Ma c’è di più: sta­vol­ta pro­va atti­va­men­te a por­ta­re il pub­bli­co dal­la sua. A tra­smis­sio­ne ter­mi­na­ta Tony Colom­bo invi­te­rà Fran­ce­sco Pic­ci­ni­ni nel­la sua auto e insie­me andran­no alle Case Cele­sti per tene­re fede a quan­to det­to? No, chia­ra­men­te. Pic­ci­ni­ni può inter­rom­pe­re la tra­smis­sio­ne per mostra­re tut­te le pro­ve che dimo­stra­no che Tony Colom­bo entra ed esce dal­le Case Cele­sti come e quan­do vuo­le? No, chia­ra­men­te. Cosa per­ce­pi­sce il pub­bli­co? Solo una pro­po­sta non accol­ta. E dun­que chi ha ragio­ne? Chi pro­po­ne qual­co­sa con aria sicu­ra di sé, o chi di fron­te a quel­la pro­po­sta tace? 

A Pic­ci­ni­ni non resta altro spa­zio se non quel­lo per fare una pre­ci­sa­zio­ne dove­ro­sa: «Rober­to Savia­no è una per­so­na che vive sot­to scor­ta dal 2007. Abbia un po’ di rispet­to». Ma la rispo­sta di Colom­bo è agghiac­cian­te: «Ha fat­to del­le scel­te, ed ora è sot­to scor­ta. Ha fat­to il libro, ha gua­da­gna­to i miliar­di, ha fat­to il film…». Lo dice come se vive­re sot­to scor­ta fos­se una nor­ma­le esten­sio­ne del mestie­re del gior­na­li­sta: come se fos­se chia­ro che fino a quan­do si scri­ve di sport, tut­to ok, ma se si scri­ve di mafia, ce la si deve aspet­ta­re una vita in cui non si sce­glie più quan­do vede­re i pro­pri cari, una vita in cui non si sce­glie più dove e come vivere. 

Ma la frase di Colombo non sottende solo questo. Lascia trapelare una convinzione propria di molti italiani: tutti sono moralmente corrotti e desiderano il potere. E il potere si paga. 

Savia­no ha volu­to i sol­di, la fama, le atten­zio­ni inter­na­zio­na­li? Chia­ra­men­te le ha volu­te, per­ché tut­ti voglia­mo il pote­re. Lui lo ha otte­nu­to in que­sto modo, cer­te per­so­ne inve­ce sfrut­ta­no altre stra­te­gie, diso­ne­ste. Per lui il prez­zo del pote­re è una vita sot­to scor­ta, per altri un pro­iet­ti­le o la gale­ra. Ma non c’è dif­fe­ren­za fra chi arri­va al pote­re scri­ven­do e chi ci arri­va spa­ran­do, per­ché il pote­re è pote­re, e gli uomi­ni sono tut­ti ugua­li. Tut­ti chiavici.

Ebbe­ne, fino a quan­do noi ita­lia­ni sare­mo nel pro­fon­do con­vin­ti di ciò in cui cre­de Tony Colom­bo, abi­te­re­mo un Pae­se a voca­zio­ne mafio­sa. C’è biso­gno di dire che il pote­re, quan­do otte­nu­to in manie­ra one­sta, non è ugua­le al pote­re otte­nu­to in manie­ra diso­ne­sta. Che l’abbandonarsi alla diso­ne­stà, alla disu­ma­ni­tà, non è ugua­le al vive­re del­le contraddizioni. 

Un’altra visio­ne del mon­do di cui le real­tà cri­mi­na­li si nutro­no è evi­den­te nel pas­sag­gio del­la pun­ta­ta in cui Gilet­ti ripren­de un’intervista fat­ta dagli invia­ti di Non è l’Arena al padre di Tony Colom­bo. Quan­do al signor Colom­bo vie­ne chie­sto di dare spie­ga­zio­ni riguar­do alle nume­ro­se offer­te di lavo­ro che il figlio ha rice­vu­to da par­te di diver­se fami­glie di mafia, egli rispon­de così: «Il padre di Tina [Nico­la ‘o Boxer, N.d.R] chia­ma­va sem­pre a Mero­la… era inna­mo­ra­to di Mero­la [il padre arti­sti­co di Tony Colom­bo N.d.R.]. Capi­to? Non è che puoi dire: “Da voi non ven­go”. “E per­ché da noi non vuoi veni­re e dagli altri ci vai?” Allo­ra ci sono i pro­ble­mi per­ché non vai. Capi­to come fun­zio­na? C’è sta­ta sem­pre que­sta cosa, sem­pre. È una vita che i can­tan­ti napo­le­ta­ni can­ta­no per que­sta gente».

Quest’intervento è mol­to inte­res­san­te, poi­ché lascia intra­ve­de­re come da un lato si sap­pia come dovreb­be­ro anda­re le cose, “da voi non ven­go”, dall’altro si evi­den­zia come fun­zio­na­no real­men­te, “allo­ra ci sono i pro­ble­mi per­ché non vai”. E que­sti due pia­ni riman­go­no paral­le­li, sen­za pos­si­bi­li­tà di incon­tro. Nel­la per­ce­zio­ne di mol­ti cit­ta­di­ni il mon­do si svol­ge e si svol­ge­rà sem­pre su due livel­li: il livel­lo del “dovreb­be esse­re”, ed il livel­lo del “pur­trop­po è”. 

Spes­so, nei Set­ten­trio­ni, si raz­zia­liz­za que­sta visio­ne del­le cose: “Là da loro, al Sud, si pen­sa così per­ché non rie­sco­no a far fun­zio­na­re nien­te”, ma è solo un ten­ta­ti­vo di mostrar­si estra­nei ad alcu­ni sche­mi com­por­ta­men­ta­li comu­ni a tut­te le lati­tu­di­ni, spes­so adot­ta­to da per­so­ne che que­sti sche­mi li attua­no. Divi­de­re la real­tà in due livel­li è como­do, per­ché in mol­ti casi con­sen­te di otte­ne­re dei van­tag­gi imme­dia­ti sen­za far­si trop­pi scru­po­li mora­li.

Giu­sto per fare due esem­pi: “Dovrei dichia­ra­re cor­ret­ta­men­te l’ISEE del­la mia fami­glia, io, cit­ta­di­no lom­bar­do in pro­cin­to di iscri­ve­re il figlio in uni­ver­si­tà. Ma…”; “Dovrei gesti­re con one­stà e cura per la col­let­ti­vi­tà lo smal­ti­men­to rifiu­ti del­la mia azien­da, io, ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to lom­bar­do. Ma…” 

Incal­za­to da Gilet­ti a com­men­ta­re le paro­le del padre, Colom­bo iunior sce­glie di affi­dar­si al clas­si­co “lo fan­no tut­ti” accom­pa­gna­to da un sem­pre­ver­de “io mi fac­cio gli affa­ri miei”: «I can­tan­ti can­ta­no dap­per­tut­to, non solo i can­tan­ti napo­le­ta­ni. Tut­ti i più gran­di arti­sti han­no can­ta­to ai matri­mo­ni come me». «Era­no matri­mo­ni di per­so­ne lega­te alla camor­ra?» chie­de il con­dut­to­re. «Han­no can­ta­to per tut­ti. [Sul] lega­ti alla camor­ra mi voglio per­met­te­re di inse­gnar­ti una cosa: non si sa mai se uno è mala­vi­to­so. Noi [can­tan­ti], se uno che cono­scia­mo è mala­vi­to­so, lo sco­pria­mo quan­do lo vedia­mo sul gior­na­le. Per­ché que­sto mon­do navi­ga sott’acqua, non ti fa sape­re mai chi coman­da o chi è un mala­vi­to­so». «Però si sa chi è boss di una cer­ta zona». «Per chi è inte­res­sa­to, Mas­si­mo. Io fac­cio il can­tan­te, non mi sof­fer­mo a sin­da­ca­re… […] Io non par­lo pro­prio con le per­so­ne che mi paga­no. Io ho un mana­ger che mi gesti­sce [e che orga­niz­za i miei ingag­gi]». E poi aggiun­ge: «Il diret­to­re di Fanpage.it ha fat­to una bel­lis­si­ma fic­tion [sul­la mia vita], pec­ca­to che all’interno non c’è una veri­tà. Ha mon­ta­to una bel­la sto­ria di camor­ra, ma all’interno, di tut­ti i pun­ti che lui ha toc­ca­to, non ce n’è uno che sia reale».

Nega, Tony Colombo, nega tutto. Perfino quando gli vengono mostrate delle immagini che testimoniano la presenza di membri di spicco della criminalità napoletana al suo matrimonio con Tina Rispoli, lui afferma: 

«Il mio matri­mo­nio era un matri­mo­nio a por­te aper­te, e duran­te quel gior­no sono pas­sa­te alme­no 2.000 per­so­ne a far­mi gli augu­ri. Quel signo­re che ave­te visto là [Gen­ny Car­ra, boss del rio­ne Tra­ia­no, N.d.R.] è un signo­re di un’altra fami­glia che mi ha sem­pre chia­ma­to a can­ta­re, […] e che dopo il matri­mo­nio si è sco­per­to esse­re un per­so­nag­gio losco, anche se non so che cosa abbia fat­to. Quin­di il mio matri­mo­nio era un matri­mo­nio a por­te aper­te. Per quan­to riguar­da il tavo­lo del­la fami­glia Di Lau­ro, non c’era. Non c’era nes­sun tavo­lo Di Lau­ro al mio matri­mo­nio. E non vi per­met­te­te nem­me­no di dirlo». 

Di fron­te a que­sti dinie­ghi, il diret­to­re di Fanpage.it comu­ni­ca che l’esistenza di quel tavo­lo è testi­mo­nia­ta da una lista degli invi­ta­ti che i gior­na­li­sti han­no otte­nu­to dai respon­sa­bi­li del­la secu­ri­ty del matri­mo­nio, ma vie­ne pron­ta­men­te inter­rot­to da un Colom­bo inqui­si­to­rio: «Per­ché non ave­te pub­bli­ca­to [un arti­co­lo], se c’era qual­cu­no dei Di Lau­ro?». «Per­ché non sono venu­ti» rispon­de il diret­to­re, con lo sguar­do rivol­to ver­so il pavi­men­to. «Ah, non sono venu­ti? E com’è pos­si­bi­le, Pic­ci­ni­ni, che di otto per­so­ne [segna­te sul­la lista degli invi­ta­ti che ave­te voi] non vie­ne nes­su­no?». «Han­no scel­to di non veni­re». «Non han­no scel­to di non veni­re. La veri­tà è che quel­la lista l’avete fat­ta voi, per fare nume­ri coi vostri articoli!».


Il potere che fa paura, come ricorda Saviano, è quello che non commenta mai i fatti, e quando i fatti diventano evidenti li nega, rimanendo impunito. 

È quel pote­re che, quan­do inter­ro­ga­to cir­ca alcu­ne scel­te, ricor­da che tut­ti gli uomi­ni sono ugua­li nel­la diso­ne­stà. L’unico modo per com­bat­te­re que­sto pote­re è far nostre le sto­rie che lo riguar­da­no, riser­va­re del tem­po per ragio­nar­ci su, per pren­de­re posi­zio­ne. Per­ché que­sto pote­re, come tut­ti i pote­ri, anche se sce­glia­mo di non occu­par­ce­ne, si occu­pe­rà di noi. E dun­que che se ne par­li in casa di que­ste sto­rie, poi­ché non si trat­ta di sto­rie loro, ma di sto­rie nostre. 

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Daniele Di Bella
Sono Danie­le, da gran­de voglio fare il bio­fi­si­co, esplo­ra­re l’Ar­ti­de e lavo­ra­re in Antar­ti­de. Al momen­to stu­dio Quan­ti­ta­ti­ve Bio­lo­gy, leg­go, mi inte­res­so di ambien­te e scri­vo per Vulcano.

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