Verso Expo 2025. La storia delle esposizioni universali

Verso Expo 2025. La storia delle esposizioni universali

Gio­van­ni Ber­ri e Cesa­re Hanau nel sag­gio L’esposizione mon­dia­le del 1900 in Pari­gi spie­ga­no che ci sono due modi di vede­re l’Expo: come un gran­de bazar com­mer­cia­le, incen­tra­to sul­la com­pra­ven­di­ta e solo secon­da­ria­men­te sul­le scien­ze, oppu­re come con­gres­si scien­ti­fi­ci, vol­ti al pro­gres­so inces­san­te del­la tec­no­lo­gia e del­la conoscenza. 

Nella definizione più imparziale, l’Expo è l’Esposizione Universale, una fiera internazionale incentrata su un tema specifico, in cui ogni paese partecipante mostra il proprio contributo a proposito. 

Il ter­mi­ne “fie­ra” rac­chiu­de sia l’atmosfera dell’evento sia l’orgoglio con cui ogni Pae­se met­te in mostra il pro­prio lavo­ro, la pro­pria cul­tu­ra e la pro­pria visio­ne del futu­ro. Come ad una sfi­la­ta di alta moda, ogni Pae­se ci tie­ne a vestir­si nel modo miglio­re per fare una buo­na impres­sio­ne al pub­bli­co mon­dia­le, sti­mo­lan­do il turi­smo, inta­vo­lan­do rela­zio­ni oppor­tu­ne e acqui­sen­do cre­di­bi­li­tà a livel­lo mondiale. 

Restan­do nel­la meta­fo­ra sti­li­sti­ca, l’abito è pro­get­ta­to e idea­to dai miglio­ri pro­fes­sio­ni­sti di ogni Pae­se ed è un padi­glio­ne, una strut­tu­ra tem­po­ra­nea che ospi­ta la mostra e altri ambien­ti. Ogni padi­glio­ne è espres­sio­ne del­la cul­tu­ra, del ter­ri­to­rio, del­lo svi­lup­po del popo­lo che rappresenta. 

Alcu­ni degli esem­pi più inte­res­san­ti del­le scor­se edi­zio­ni dell’Expo sono il padi­glio­ne del Lus­sem­bur­go nel­la fie­ra di Dubai 2020 (effet­ti­va­men­te tenu­ta­si tra l’ottobre 2022 e mar­zo 2023 a cau­sa del­la pan­de­mia di Coro­na­vi­rus) e quel­lo dell’Ungheria a Mila­no 2015. 

La for­ma del pri­mo ha lascia­to tut­ti a boc­ca aper­ta: un nastro di Moe­bius, una super­fi­cie a una sola fac­cia e un solo bor­do, attor­ci­glia­ta su sé stes­sa. La con­ti­nui­tà del­le for­me rap­pre­sen­ta la con­ti­nui­tà del nostro tem­po, in cui pas­sa­to, pre­sen­te e futu­ro sono stret­ta­men­te con­nes­si e si deter­mi­na­no a vicen­da, ma sta anche a indi­ca­re quan­to cia­scun ele­men­to del gran­de eco­si­ste­ma in cui vivia­mo sia intrin­se­ca­men­te col­le­ga­to, tut­to ha una con­se­guen­za su tut­to e ogni pic­co­lo gesto può cam­bia­re qual­co­sa. Una ver­sio­ne un po’ gene­ra­liz­za­ta dell’effet­to far­fal­la.

Il padi­glio­ne Unghe­ria nel 2015 era una strut­tu­ra ispi­ra­ta all’arca di Noè, sim­bo­lo di sal­vez­za per tut­ti gli esse­ri viven­ti del pia­ne­ta. Il rife­ri­men­to bibli­co vuo­le rimar­ca­re l’importanza di assi­cu­ra­re la soprav­vi­ven­za del­le gene­ra­zio­ni futu­re, garan­ten­do la sicu­rez­za ali­men­ta­re e la bio­di­ver­si­tà.

L’“arca dell’Ungheria” non era inte­ra­men­te di legno, ben­sì di diver­si mate­ria­li atti­nen­ti ad alcu­ne archi­tet­tu­re tipi­ca­men­te unghe­re­si, come i gra­nai, i silos rura­li e le stal­le. A pop­pa e a prua dell’arca, ecco due cor­pi cir­co­la­ri che richia­ma­no la for­ma dei tam­bu­ri scia­ma­ni­ci, deco­ra­ti con l’albero del­la vita, di nuo­vo sim­bo­lo di sal­vez­za e allo stes­so tem­po rife­ri­men­to all’acqua dol­ce natu­ra­le unghe­re­se e alle sue famo­se pro­prie­tà termali. 

Questi padiglioni sono stati smantellati alla fine dell’evento, ma non è sempre andata così. In numerosi casi, le costruzioni erette solo ed esclusivamente per l’Expo e destinate alla demolizione, sono state mantenute, diventando addirittura strutture iconiche, landmark di diverse città. 

Dopo l’arcinota costru­zio­ne metal­li­ca appun­ti­ta idea­ta per l’Expo di Pari­gi 1889, si pos­so­no cita­re l’Ato­mium costrui­to per Bru­xel­les 1958, lo Spa­ce Need­le eret­to per Seat­tle 1962 e l’Habitat 67 per Mon­treal 1967. L’atomo bel­ga, ingran­di­to di 165 miliar­di di vol­te rispet­to agli ato­mi rea­li, è anco­ra oggi la pri­ma cosa che vie­ne in men­te pen­san­do alla cit­tà sede del­la Com­mis­sio­ne Europea. 

Visto con gli occhia­li del 2023, che all’epoca era lon­ta­no futu­ro, fa sor­ri­de­re la strut­tu­ra allam­pa­na­ta del­lo Spa­ce Need­le, che dove­va mostra­re ai visi­ta­to­ri di Expo 1962 l’architettura del futu­ro. Oggi ospi­ta un risto­ran­te gire­vo­le nel pun­to più alto dei suoi 184 metri ed è uno dei sim­bo­li del­la cit­tà di Seat­tle. Anco­ra diver­si sono la sto­ria e l’aspetto di Habi­tat 67, pro­get­ta­to per Expo 1967 ma oggi diven­ta­to un com­ples­so resi­den­zia­le costi­tui­to da ben 354 uni­tà modulari. 

Non è inve­ce soprav­vis­su­to ai nostri gior­ni, distrut­to da un incen­dio nel 1936, il Palaz­zo di Cri­stal­lo costrui­to per l’Expo di Lon­dra 1851. Nono­stan­te ciò, meri­ta una men­zio­ne spe­cia­le: la sua strut­tu­ra in fer­ro e vetro ha segna­to una rivo­lu­zio­ne nel­la sto­ria dell’architettura ed è anco­ra oggi fon­te di ispi­ra­zio­ne per nuo­ve costruzioni. 

L’involucro ester­no è quel­lo con cui i visi­ta­to­ri han­no il pri­mo incon­tro, quel­lo che for­ni­sce la pri­ma impres­sio­ne, ma è solo il con­te­ni­to­re. È impor­tan­te, sì, ma alme­no tan­to quan­to il con­te­nu­to. L’abito non fa il mona­co. Ad esem­pio, i Pae­si che non han­no le risor­se finan­zia­rie per pro­get­ta­re e costrui­re un padi­glio­ne, rice­vo­no degli spa­zi, pic­co­le aree espo­si­ti­ve in cui alle­sti­re la pro­pria mostra. Non è raro che, a disca­pi­to del­la strut­tu­ra mol­to poco attraen­te e appa­ri­scen­te in cui si tro­va­no, que­ste mostre sia­no mol­to inte­res­san­ti e ben organizzate. 

Insom­ma, non solo archi­tet­tu­ra, ma anche cul­tu­ra, pro­gres­so scien­ti­fi­co, ricer­ca medi­ca, sfi­de ambien­ta­li, eco­so­ste­ni­bi­li­tà: di tut­to ciò e mol­to altro si par­la all’interno dei padi­glio­ni. Mol­te inven­zio­ni car­di­ne per il pro­gres­so scien­ti­fi­co del­la socie­tà sono sta­te pre­sen­ta­te qui per la pri­ma vol­ta: il tele­fo­no di Bell fece la sua pri­ma com­par­sa all’Expo di Fila­del­fia nel 1876 trac­cian­do la stra­da che avreb­be por­ta­to, poco meno di un seco­lo più tar­di, alla pri­ma dimo­stra­zio­ne di un cel­lu­la­re, svol­ta­si all’Expo di Osa­ka da par­te di Toshiba. 

Nel 1893, Niko­la Tesla pre­sen­ta al mon­do la cor­ren­te alter­na­ta, che ali­men­tò l’intera fie­ra, mostran­do­ne la sicu­rez­za e l’efficienza. Nel 1900 a Pari­gi, Rudolf Die­sel pre­sen­tò il suo moto­re a com­bu­stio­ne inter­na che fun­zio­na­va con olio di ara­chi­di, intro­du­cen­do così il die­sel. L’Ex­po di New York del 1939 vide inve­ce una del­le pri­me dimo­stra­zio­ni pub­bli­che del­la tele­vi­sio­ne da par­te del­la RCA e la pre­sen­ta­zio­ne del pri­mo robot uma­noi­de, di nome Elek­tro, in gra­do di cam­mi­na­re, par­la­re e muo­ver­si. Quel­lo che oggi sem­bra un pesan­te pez­zo di allu­mi­nio, allo­ra era un’invenzione futu­ri­sti­ca, una del­le pri­me spe­ri­men­ta­zio­ni nell’ambito dell’automazione.

Ma la Fiera Mondiale non riguarda solo scienza e tecnologia. È fatta di cultura, di società, di persone, e spesso si incrocia con la storia. 

Duran­te l’Ex­po di Chi­ca­go del 1893, la Heinz Com­pa­ny distri­buì assag­gi di sal­sa per atti­ra­re i visi­ta­to­ri nel pro­prio stand, dove pote­va­no assag­gia­re il ket­chup, pro­dot­to che da quel momen­to in poi diven­ne popo­la­re. Tho­mas Cook, il fon­da­to­re del­la cele­bre agen­zia di viag­gi, orga­niz­zò il suo pri­mo tour per l’E­spo­si­zio­ne Uni­ver­sa­le di Pari­gi del 1855, dan­do ini­zio al turi­smo orga­niz­za­to. A Saint Louis nel 1904 si dif­fon­de il cono gela­to così come lo cono­scia­mo oggi ed è un suc­ces­so epo­ca­le: in poco più di 20 anni nasce un’industria ric­chis­si­ma negli Sta­ti Uni­ti e nel mondo. 

E natu­ral­men­te, le Espo­si­zio­ni Uni­ver­sa­li sono inse­ri­te nel con­te­sto sto­ri­co di cui fan­no par­te. Ecco allo­ra che nel 1904 a Saint Louis si pote­va visi­ta­re la Mostra sul­le Filip­pi­ne, tri­ste­men­te pas­sa­ta alla sto­ria come il “più gran­de zoo uma­no del­la sto­ria”. Gli indi­ge­ni ven­go­no espo­sti come ogget­ti in un museo, mostran­do­ne le tra­di­zio­ni e gli sti­li di vita rudi­men­ta­li. In un mon­do carat­te­riz­za­to dal colo­nia­li­smo, epi­so­di come que­sto, che oggi fan­no rab­bri­vi­di­re, era­no pos­si­bi­li e anzi, moti­vo di van­to per gli Sta­ti Uni­ti, che ave­va­no recen­te­men­te acqui­si­to le Filippine. 

In effet­ti, quel­la che era chia­ma­ta World’s Fair, la fie­ra del mon­do, fino al 1970 è in real­tà un even­to pret­ta­men­te euro­peo e sta­tu­ni­ten­se, in cui Asia e Afri­ca sono taglia­te fuo­ri (o, peg­gio anco­ra, sono coin­vol­te in qual­che vil­lag­gio-espo­si­zio­ne come nel caso di Saint Louis). Le poli­ti­che colo­nia­li­ste e impe­ria­li­ste, i nume­ro­si con­flit­ti come la Guer­ra di Corea e quel­la in Viet­nam, e il sot­to-svi­lup­po dei pae­si asia­ti­ci fan­no sì che que­sti sia­no per mol­to tem­po esclu­si dal­le sfi­la­te internazionali. 

Ma tut­to cam­bia e si evol­ve a gran­de velo­ci­tà: nel 1970, l’Expo appro­da a Osa­ka per poi tor­na­re in Giap­po­ne nel 2005. Note­vo­le è inol­tre l’edizione del 2010 a Shan­gai, un’im­por­tan­te vetri­na per la Cina, il cui ruo­lo glo­ba­le vie­ne da allo­ra in poi rico­no­sciu­to da tutti. 

La prossima edizione si terrà a Osaka, in Giappone, a tema Designing Future Society for Our Lives.

Nel tito­lo sono rac­chiu­se nume­ro­se paro­le-chia­ve lega­te agli argo­men­ti che si voglio­no affron­ta­re: il futu­ro, natu­ral­men­te, di cui è neces­sa­rio pren­der­si cura nel pre­sen­te, cer­can­do di impa­ra­re dagli erro­ri del pas­sa­to; la socie­tà, un orga­ni­smo così com­ples­so e mul­ti­for­me a cui biso­gna for­ni­re gli stru­men­ti per evol­ver­si nel­la liber­tà e nel rispet­to di tut­ti; e le nostre vite – il ter­mi­ne “lives” vuo­le fare rife­ri­men­to pro­prio alla vita bio­lo­gi­ca, inte­sa come capa­ci­tà di cre­sce­re, ripro­dur­si, ave­re atti­vi­tà fun­zio­na­li e mori­re. La recen­te pan­de­mia vira­le ha attac­ca­to il nostro siste­ma immu­ni­ta­rio e ci ha ricor­da­to che sia­mo una spe­cie viven­te come tan­te altre e che non tut­to è sot­to il nostro con­trol­lo, come a vol­te si rischia di pensare. 

Il logo si con­cen­tra su quest’ultima par­te: è un assem­bla­men­to di for­me ova­li che sim­bo­leg­gia­no l’unità pri­ma­ria del­la vita, la cel­lu­la. Ma natu­ral­men­te una per­so­na non è solo un insie­me di cel­lu­le. Ecco allo­ra che il cer­chio dina­mi­co in cui que­ste sono dispo­ste vuo­le sug­ge­ri­re il movi­men­to, l’armo­nia e la crea­ti­vi­tà che ani­ma­no gli esse­ri umani. 

A com­ple­ta­re il desi­gn, alcu­ni occhi atten­ti com­pa­io­no nell’anello di for­me cir­co­la­ri: for­se un rife­ri­men­to all’importanza di guar­dar­si attor­no e ricer­ca­re con curio­si­tà solu­zio­ni e nuo­ve stra­de per il futuro.

Nel frattempo, questo autunno verrà anche resa nota la decisione per la successiva edizione Expo 2030, per ospitare la quale si sono candidate Roma, RiadBusan.

La can­di­da­tu­ra di Mosca, pre­sen­ta­ta ad apri­le 2021, è sta­ta riti­ra­ta dopo l’invasione mili­ta­re in Ucrai­na, men­tre quel­la di Odes­sa, in Ucrai­na, è sta­ta respin­ta dal­la BIE. Anco­ra una vol­ta, l’Expo deve fare i con­ti con la storia.

Dal pun­to di vista geo­gra­fi­co, nes­su­na è par­ti­co­lar­men­te ade­gua­ta: Busan è mol­to vici­no a Osa­ka, l’Arabia Sau­di­ta è accan­to a Dubai, dove si è tenu­ta l’edizione del 2020, men­tre l’I­ta­lia ha già ospi­ta­to a Mila­no l’Expo 2015. Sareb­be quin­di for­se più logi­co sce­glie­re l’Europa per l’edizione del 2030, ma il fat­to­re geo­gra­fi­co sarà uno dei tan­tis­si­mi – e dei meno rile­van­ti – che ver­ran­no pre­si in considerazione.

Insom­ma, l’Expo è una lun­ghis­si­ma e impor­tan­tis­si­ma pas­se­rel­la su cui i Pae­si di tut­to il mon­do sono chia­ma­ti a sfi­la­re, vesti­ti del pro­prio abi­to miglio­re. Pro­prio come nel­la moda, dove ogni capo rac­con­ta una sto­ria e anti­ci­pa le ten­den­ze futu­re, anche l’Ex­po offre un’an­te­pri­ma del­le inno­va­zio­ni e del­le col­la­bo­ra­zio­ni che defi­ni­ran­no il nostro doma­ni. E, come sug­ge­ri­sco­no gli occhi nel logo di Osa­ka 2025, sia­mo tut­ti chia­ma­ti a guar­dar­ci attor­no con curio­si­tà, rac­co­glien­do idee, mate­ria­li e solu­zio­ni per costrui­re un futu­ro su misu­ra per tutti. 

Giulia Maineri
Instan­ca­bi­le curio­so­na, ho sem­pre una doman­da sul­la pun­ta del­la lin­gua. Leg­go di tut­to e di tut­ti per capi­re chi sono. Col­ti­vo la pas­sio­ne per la sto­ria del­l’ar­te per capi­re chi sia­mo. Stu­dio fisi­ca per rispon­de­re ai come. Esplo­ro il mon­do in un’esasperata, ma entu­sia­sman­te, ricer­ca dei perché.
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Instancabile curiosona, ho sempre una domanda sulla punta della lingua. Leggo di tutto e di tutti per capire chi sono. Coltivo la passione per la storia dell'arte per capire chi siamo. Studio fisica per rispondere ai come. Esploro il mondo in un’esasperata, ma entusiasmante, ricerca dei perché.

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