Da rileggere per la prima volta. Non persone

Da rileggere per la prima volta. Non persone

La stra­te­gia dei gover­ni di destra è sem­pre la stes­sa: fon­da­re il con­sen­so sul­la pau­ra del diver­so ren­de più com­pat­ta la popolazione. 

Nel nostro caso, gli ita­lia­ni si defi­ni­sco­no tali in con­trap­po­si­zio­ne allo stra­nie­ro e fan­no di tut­to per attri­bui­re a sé carat­te­ri­sti­che posi­ti­ve, all’altro tut­to ciò che acca­de in nega­ti­vo. La costru­zio­ne del grup­po è impor­tan­te, per­ché fa sen­ti­re l’elettorato come par­te di qual­co­sa, che esi­ste anche gra­zie a tut­to ciò che sta fuo­ri dal grup­po stes­so. E chi sta fuo­ri dal­la bol­la degli italiani? 

Tut­te le per­so­ne “immi­gra­te”, sia che abbia­no i docu­men­ti in rego­la o meno, che sia­no nati all’e­ste­ro o in Ita­lia. Ave­re la cit­ta­di­nan­za fa poco la dif­fe­ren­za quan­do la discri­mi­na­zio­ne pas­sa diret­ta­men­te tra­mi­te il colo­re del­la pel­le o l’intonazione dell’accento: per tut­ta la vita ci sarà sem­pre qual­cu­no pron­to a dir­ti che non sei un vero ita­lia­no e ti chie­de­rà dove sei nato, per capi­re qual è la tua vera provenienza. 

Ad ogni modo è dal 1993 che con l’arrivo dell’estate arri­va anche il “peri­co­lo inva­sio­ne”, l’emergenza immi­gra­zio­ne che coin­vol­ge le coste ita­lia­ne e che por­ta i gover­ni a pren­de­re misu­re sem­pre più dra­sti­che. È mol­to sem­pli­ce con­ge­da­re l’argomento del­le migra­zio­ni in que­sto modo, da un lato l’invasore e il distrut­to­re del­la nazio­ne e dall’altro l’italianità che si sgre­to­la, l’identità nazio­na­le che vie­ne sosti­tui­ta da gene­ra­zio­ni di immi­gra­ti. Come è chia­ro, que­sto argo­men­to è pro­fon­da­men­te com­ples­so e non si può trat­ta­re nel modo ade­gua­to in una nar­ra­zio­ne poli­ti­ca che si occu­pa sol­tan­to di gesti­re le emer­gen­ze e non por­ta pro­get­ti a lun­go termine. 

Alessandro Dal Lago, autore di Non persone, l’esclusione dei migranti da una società globale, propone un quadro della situazione che si ripresenta sempre allo stesso modo da anni: 

si pas­sa dall’esaltazione del­la dif­fe­ren­za cul­tu­ra­le (sot­ten­den­do che quel­la ita­lia­na sia miglio­re), per poi arri­va­re alla xeno­fo­bia iper­bo­li­ca, quin­di l’odio ver­so gli immi­gra­ti in quan­to tali, non per moti­vi spe­ci­fi­ci, una sor­ta di odio simbolico.

Un esem­pio costan­te del­la discri­mi­na­zio­ne è la nar­ra­zio­ne di noti­zie lega­ta a per­so­ne immi­gra­te. L’intento del­la mag­gior par­te del­le testa­te è ripren­de­re la costru­zio­ne di un nemi­co comu­ne, l’invasore, che è arri­va­to in Ita­lia con il pre­ci­so obiet­ti­vo di sra­di­ca­re la cul­tu­ra nazio­na­le e impian­ta­re la pro­pria. Di con­se­guen­za si pone l’accento su come chi giun­ga sul­le nostre coste non sia che un fram­men­to del­la cul­tu­ra d’appartenenza, che è diver­sa, per­ché in quei luo­ghi remo­ti si man­gia in modo dif­fe­ren­te, si pre­ga un altro Dio, le rela­zio­ni tra per­so­ne fun­zio­na­no in un modo che non conosciamo. 

Questo procedimento prende il nome di etnicizzazione e ha un rapporto molto stretto con il controllo. 

Se cent’anni fa si pote­va par­la­re di supe­rio­ri­tà raz­zia­le e di con­se­guen­za si pote­va agi­re sui con­trol­li alla fron­tie­ra, ad oggi que­sto ter­mi­ne è sta­to sosti­tui­to da etnia, ma man­te­nen­do più o meno lo stes­so signi­fi­ca­to. In que­sto sen­so con­ti­nua­re ad esal­ta­re sol­tan­to le dif­fe­ren­ze del­le per­so­ne immi­gra­te, con­tri­bui­sce ad un qua­dro di raz­zi­smo siste­mi­co. Non è  nem­me­no più un ele­men­to che bal­za all’occhio, per­ché i modi in cui si rac­con­ta la vita di que­ste per­so­ne per noi sono nor­ma­li, ci sia­mo abi­tua­ti. Nel­le pri­me pagi­ne dei gior­na­li, par­lan­do di sbar­chi a Lam­pe­du­sa, non ci saran­no arti­co­li sul­la supe­rio­ri­tà raz­zia­le dell’italiano puro o ideo­lo­gie dichia­ra­ta­men­te fasci­ste, ma in modo più sub­do­lo (e anche più radi­ca­to) si sot­to­li­nee­rà la dif­fe­ren­za tra noi e loro, si ripe­te­rà come un man­tra che «baste­reb­be non par­ti­re», con­so­li­dan­do anche la reto­ri­ca del vic­tim bla­ming

I media han­no dun­que un ruo­lo fon­da­men­ta­le per la costru­zio­ne del­lo sfon­do cogni­ti­vo, sul qua­le si basa l’opinione pub­bli­ca con­di­vi­sa dal­la maggioranza. 

Ad oggi in Italia il razzismo ha preso una piega solida, è parte fondante di molti aspetti della nostra società, di conseguenza è radicato anche nelle leggi che dovrebbero garantire il rispetto delle diversità. 

In que­sto testo Dal Lago cita l’esempio del­le misu­re car­ce­ra­rie pre­ven­ti­ve: inter­ven­go­no dal momen­to in cui ini­zia un pro­ces­so pena­le e fini­sco­no all’emanazione del­la sen­ten­za. L’imputato vedrà limi­ta­ta la pro­pria liber­tà per­so­na­le nel caso in cui ci sia dif­fi­col­tà nell’accertamento del rea­to, dif­fi­col­tà nell’esecuzione del­la sen­ten­za o lad­do­ve ci sia il rischio che il rea­to pos­sa esse­re ripe­tu­to o che si aggra­vi­no le con­se­guen­ze del­lo stes­so. Esi­sto­no diver­si modi per argi­na­re la liber­tà dell’imputato, ma se que­sto è una per­so­na sen­za fis­sa dimo­ra, ad esem­pio, oppu­re non vive legal­men­te in un edi­fi­cio in modo sta­bi­le, sarà sog­get­to alla custo­dia cau­te­la­re. 

Fini­re in car­ce­re anche quan­do non si è cer­ti dell’esito del­la sen­ten­za è mol­to rischio­so, soprat­tut­to in un Pae­se in cui le car­ce­ri sono sovraf­fol­la­tele con­di­zio­ni dei dete­nu­ti al mini­mo sto­ri­co. L’autore pone un paral­le­li­smo con il trat­ta­men­to che la giu­sti­zia ita­lia­na riser­va ai mafio­si, i qua­li pos­so­no usu­frui­re degli arre­sti domi­ci­lia­ri, a dif­fe­ren­za di chi non può ave­re altre solu­zio­ni se non il carcere 

Questo testo è del 1999, ma contiene la spiegazione lucida di come l’Italia si sia creata un mostro, un nemico comune, al quale la popolazione può imputare tutti i problemi che rischiano di “affossare la nazione”. 

È una costru­zio­ne sia ideo­lo­gi­ca che mate­ria­le di come il migran­te sia pas­sa­to dall’essere un turi­sta, una per­so­na eso­ti­ca, al migran­te che ruba, delin­que ed è insom­ma un cri­mi­na­le. L’analisi luci­da sug­ge­ri­sce anche i moti­vi per cui que­sta nar­ra­zio­ne non sta fun­zio­nan­do, per nes­su­na del­le due parti. 

Da un lato, l’Italia è in calo demo­gra­fi­co e fati­ca a tro­va­re gio­va­ni con lavo­ri retri­bui­ti in modo ade­gua­to, che pos­sa­no soste­ne­re il siste­ma pen­sio­ni­sti­co; dall’altro mol­tis­si­me per­so­ne migran­ti muo­io­no sul­le coste del Medi­ter­ra­neo. Quan­do rie­sco­no a toc­ca­re il suo­lo ita­lia­no, saran­no per sem­pre sog­get­ti al raz­zi­smo pro­fon­do del­la nostra socie­tà, che con­sta­te­ran­no in ogni ambi­to del­la loro vita. 

La solu­zio­ne, secon­do Dal Lago, non deve esse­re quel­la di accet­ta­re per­so­ne migran­ti con il con­ta­goc­ce, con il timo­re che pos­sa­no distrug­ge­re la soli­di­tà nazio­na­le; al con­tra­rio que­ste per­so­ne sono una risor­sa. Han­no pro­get­ti, idee sul futu­ro, modi in cui vor­reb­be­ro cam­bia­re le cose e con­tri­bui­re alla socie­tà: non sono dei nume­ri che sbar­ca­no in modo ano­ni­mo e di cui non cono­scia­mo mai le storie. 

Deu­ma­niz­za­re l’altro è un modo per toglie­re respon­sa­bi­li­tà a chi da anni si mac­chia del san­gue del­le per­so­ne migran­ti, ad una socie­tà con­vin­ta del fat­to che l’unico modo di pre­ser­va­re se stes­sa sia respin­ge­re tut­to ciò che vie­ne da “fuo­ri”.

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Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.

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