Di chicchi e cultura. Il caffè, un ponte tra popoli

Lo si sor­seg­gia per pia­ce­re, lo si beve per neces­si­tà, ci si anne­ga­no i savo­iar­di per fare il tira­mi­sù: sì, stia­mo par­lan­do del caf­fè. È una del­le bevan­de più dif­fu­se al mon­do, secon­da solo al tè, dal­la sto­ria mil­le­na­ria, pre­sen­te in tan­tis­si­me cul­tu­re diverse. 

Nel­la nostra peni­so­la, il caf­fè per eccel­len­za è l’espres­so, il cosid­det­to “oro nero” di Napo­li. La capi­ta­le par­te­no­pea fu la pri­ma cit­tà ita­lia­na ad acco­glie­re ed apprez­za­re la nuo­va bevan­da pro­ve­nien­te dall’Etio­pia, tan­to da esser­ne anco­ra oggi legata.

Il successo non fu immediato: fino al 1768 il caffè era malvisto a causa della sua colorazione scura, per cui si pensava portasse il malocchio. 

La Chie­sa la defi­nì “bevan­da del dia­vo­lo”, ma quan­do papa Cle­men­te VII la assag­giò non potè che dare la sua bene­di­zio­ne e riti­ra­re le accu­se demo­nia­che, dicen­do: «È così squi­si­ta che sareb­be un pec­ca­to lasciar­la bere esclu­si­va­men­te agli infedeli». 

Dopo esse­re sta­ta con­sa­cra­ta nei raf­fi­na­ti caf­fè vien­ne­si, si dif­fu­se tra la bor­ghe­sia del­la cit­tà cam­pa­na gra­zie a Maria Caro­li­na d’Asburgo, spo­sa di Fer­di­nan­do IV di Bor­bo­ne re di Napoli.

Ma fu l’invenzione del­la cuc­cu­mel­la, nel 1819, a por­ta­re il caf­fè nel­le case del­la gen­te comune. 

Di fat­to una moka che fun­zio­na per gra­vi­tà e non attra­ver­so la pres­sio­ne gene­ra­ta dal vapo­re, la cuc­cu­mel­la ven­ne pre­sto sop­pian­ta­ta dal più moder­no stru­men­to bre­vet­ta­to da Bia­let­ti

La cit­tà por­tua­le di Mokha, nel­lo Yemen, da cui par­ti­va­no per l’Occidente le navi cari­che di caf­fè di qua­li­tà ara­bi­ca, pre­sta il nome alla tipi­ca caf­fet­tie­ra ita­lia­na. Fu l’ultima arri­va­ta, tut­ta­via, a por­ta­re alla conia­zio­ne del­la locu­zio­ne “espres­so napo­le­ta­no”: la mac­chi­na per espres­so, di più dif­fi­ci­le uti­liz­zo e pre­sen­te esclu­si­va­men­te nei bar. 

Insomma da centinaia di anni, il caffè fa parte della quotidianità di molti: 

in tut­to il mon­do si defi­ni­sce “pau­sa di metà mat­ti­na” quel momen­to in un ora­rio com­pre­so tra le 10 e le 10:30 in cui si sen­te la neces­si­tà impel­len­te, irre­si­sti­bi­le di stac­ca­re un atti­mo, ma in alcu­ni Pae­si è la “pau­sa caf­fè”. Dopo due chiac­chie­re e un espres­so, tut­to va meglio e la gior­na­ta può continuare. 

“Caf­fè?” è la doman­da più sem­pli­ce del mon­do, a cui, anche venis­se dal col­le­ga più anti­pa­ti­co o da una mam­ma petu­lan­te, non si può dire di no. Una sin­go­la paro­la dal­le mil­le decli­na­zio­ni: un invi­to, un appun­ta­men­to di rou­ti­ne, una richie­sta dispe­ra­ta, un modo per spez­za­re il silen­zio maga­ri teso o imba­raz­zan­te crea­to­si attor­no al tavo­lo, una pro­po­sta di pro­cra­sti­na­zio­ne, un modo per ammaz­za­re il tem­po, come can­ta Fio­rel­la Mannoia. 

Se la can­tan­te roma­na ammaz­za il tem­po beven­do caf­fè nero bol­len­te, è tra­di­zio­ne nel­la peni­so­la ita­lia­na “ammaz­za­re il caf­fè” con un cic­chet­to di liquo­re, soprat­tut­to alla fine di un pasto abbon­dan­te. L’o­biet­ti­vo è quel­lo di ammaz­za­re il sapo­re for­te del caf­fè in boc­ca. La stes­sa carat­te­ri­sti­ca del caf­fè a cui in fon­do fa rife­ri­men­to Man­no­ia nel­la sua can­zo­ne: quel caf­fè non è scu­ro e cal­do, ma nero e bol­len­te, entram­bi agget­ti­vi super­la­ti­vi, e diven­ta quin­di meta­fo­ra di un amo­re inten­sotra­vol­gen­te, come l’aroma del­la bevanda. 

Il caffè nasce, cresce, evolve e muore, come dotato di vita propria. 

Nasce in Bra­si­le, Viet­nam, Indo­ne­sia e Colom­bia, tra i prin­ci­pa­li pro­dut­to­ri di caf­fè al mon­do, dal­la lavo­ra­zio­ne dei chic­chi

Si tra­sfor­ma in pro­dot­to fini­to con la tosta­tu­ra, un tem­po arti­gia­na­le, fat­ta in casa, per la qua­le addi­rit­tu­ra Pel­le­gri­no Artu­si dispen­sa­va con­si­gli nel suo cele­bre libro di ricet­te La scien­za in cuci­na e l’ar­te di man­giar bene. Oggi è inve­ce qua­si sem­pre industriale. 

La fase di evo­lu­zio­ne dipen­de dal desti­no dei chic­chi di caf­fè tosta­ti: sono mol­te­pli­ci le bevan­de che si pos­so­no pre­pa­ra­re a par­ti­re dall’espresso. Se è cor­to, diven­ta ristret­to, se ha meno caf­fei­na del nor­ma­le è decaf­fei­na­to, se è allun­ga­to con acqua si tra­sfor­ma in ame­ri­ca­no; se si aggiun­ge lat­te è mac­chia­to, ma se il lat­te è cal­do e spu­mo­so, ecco allo­ra che diven­ta schiumato. 

Qualche goccia di superalcolico e diventa corretto e ci sono diversi modi di fare tale correzione. 

Tipi­ca di Fano è la moret­ta fane­se, in cui il supe­ral­co­li­co non è uno, ben­sì tre (bran­dy, rum e liquo­re all’anice), nata pro­ba­bil­men­te tra i pesca­to­ri mar­chi­gia­ni, che mischia­va­no i rima­su­gli del­le bot­ti­glie avan­za­te al caf­fè per scal­dar­si pri­ma di usci­re in mare. A Livor­no c’è il pon­ce, bevan­da dai nume­ro­si ingre­dien­ti deri­va­ta dal punch ingle­se, a sua vol­ta ver­sio­ne meno roz­za del grog. In Vene­to non ci si accon­ten­ta del caf­fè cor­ret­to e a taz­zi­na vuo­ta si pro­ce­de con il “resen­tin”, il riscia­cuo, che con­si­ste nell’aggiungere liquo­re alle goc­ce rima­ste sul fon­do del­la tazzina. 

Altra decli­na­zio­ne loca­le è il tori­ne­se “bice­rin”, in cui il caf­fè incon­tra la cioc­co­la­ta in un cal­do abbrac­cio tra cui si infil­tra la cre­ma di lat­te. Ama­to da gran­di per­so­na­li­tà del­la sto­ria e dell’arte, tra cui Camil­lo Ben­so e Umber­to Eco, la sua ricet­ta è anco­ra gelo­sa­men­te custo­di­ta dal caf­fè sto­ri­co di Piaz­za del­la Con­so­la­ta a Torino. 

Come si dice, paese che vai, caffè che trovi. 

In Tur­chia e in mol­ti pae­si ara­bi e bal­ca­ni, il caf­fè si pre­pa­ra uti­liz­zan­do il cez­ve, uno spe­cia­le bric­co fat­to soli­ta­men­te in rame o in otto­ne, e maci­nan­do i chic­chi mol­to fine­men­te

Nei Pae­si hispa­no-hablan­tes, il caf­fè cor­ret­to è il “cara­jil­lo”, pro­ba­bil­men­te nato duran­te l’occupazione spa­gno­la di Cuba in cui i con­qui­sta­do­res avreb­be­ro mischia­to caf­fè e alcol per dar­si corag­gio, “cora­je”. In Mes­si­co c’è il cafè de olla, aro­ma­tiz­za­to alla can­nel­la, nel­la ver­sio­ne anal­co­li­ca e non, per pre­pa­ra­re il qua­le ser­ve la tra­di­zio­na­le pen­to­la di coc­cio da cui pren­de il nome. 

In India è mol­to popo­la­re il kaa­pi, il caf­fè fil­tra­to del sud del Pae­se; in Irlan­da l’irish cof­fee, in cui però l’aroma del caf­fè è una goc­cia nel mare di pan­na e rum; in Sve­zia, il fika, caf­fè fil­tra­to, non impor­ta tan­to pre­pa­ra­to come, quan­to che sia accom­pa­gna­to da un dol­ce. Infi­ne a Hong Kong, tè e caf­fè, le due bevan­de più popo­la­ri al mon­do si mesco­la­no nel Yua­nyang, a cui si aggiun­ge lat­te condensato. 

Fior di scien­zia­ti anco­ra non han­no sco­per­to qua­le rea­zio­ne chi­mi­ca fa sì che l’espresso all’este­ro subi­sca una tran­si­zio­ne di fase tale da diven­ta­re una bro­da­glia annac­qua­ta che riem­pie mez­za taz­za e lascia un sen­ti­men­to di tri­stez­za addos­so. C’è la pos­si­bi­li­tà che gli ame­ri­ca­ni abbia­no copia­to la ricet­ta del­la Pep­pi­na: la Pep­pi­na fa il caf­fè con la cioc­co­la­ta, poi ci met­te la mar­mel­la­ta, mez­zo chi­lo di cipol­le, quat­tro o cin­que cara­mel­le e set­te ali di far­fal­le. For­se que­sto spie­ghe­reb­be l’intruglio ottenuto. 

Il caffè non è solo bevanda, ma parte integrante della cultura e della società in cui si diffonde: 

ecco allo­ra che entra tra le pagi­ne dei libri, tra le note del­le can­zo­ni, nel­le sce­ne di gran­di film

Ico­ni­co è il fra­me con Audrey Hep­burn, di tut­to pun­to vesti­ta, davan­ti alla vetri­na di Tif­fa­ny, inten­ta a con­su­ma­re la sua cola­zio­ne con caf­fè e brio­che. In mol­ti ricor­de­ran­no la sigla del­la serie tele­vi­si­va ame­ri­ca­na Fury, in cui Furia, caval­lo del West, beve solo caf­fè, per man­te­ne­re il suo pelo il più nero che c’è. 

Juan Gris tra­sfor­ma la caf­fet­tie­ra in un qua­dro cubi­sta nel 1916, rac­chiu­den­do nel­la sua tela gli ingre­dien­ti fon­da­men­ta­li per ini­zia­re la gior­na­ta: moka, taz­zi­na e giornale. 

L’accoppiata caf­fè-quo­ti­dia­no fun­zio­na sem­pre: il caf­fè è ama­ro come le cat­ti­ve noti­zie, ma pia­ce­vo­le come le buo­ne. Non solo sog­get­to, ma anche ogget­to d’arte: Karen Land, arti­sta sta­tu­ni­ten­se, riscri­ve la sto­ria dell’arte usan­do il caf­fè, dan­do vita a ope­re straordinarie. 

Al caffè alcuni affidano le speranze riguardo al futuro: 

la caf­feo­man­zia è una pra­ti­ca dif­fu­sa nel mon­do del­le arti divi­na­to­rie. Il caf­fè tur­co e quel­lo gre­co si pre­sta­no meglio a que­sto tipo di pra­ti­ca, in quan­to la tosta­tu­ra fine fa sì che sul fon­do del­la taz­zi­na si depo­si­ti uno stra­to di pol­ve­re, da leg­ge­re e inter­pre­ta­re. C’è chi leg­ge i fon­di e chi nel dub­bio li risciac­qua con il liquo­re, citan­do nuo­va­men­te il rasen­tin veneto. 

Il caf­fè è dav­ve­ro una bevan­da dai mil­le vol­ti, capa­ce di infil­trar­si nei modi più varie­ga­ti in diver­se cul­tu­re del mon­do. Per dir­la con De Andrè: «Ah che bell’o caf­fè, pure in car­ce­re ‘o san­no fa..». 

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Giulia Maineri
Instan­ca­bi­le curio­so­na, ho sem­pre una doman­da sul­la pun­ta del­la lin­gua. Leg­go di tut­to e di tut­ti per capi­re chi sono. Col­ti­vo la pas­sio­ne per la sto­ria del­l’ar­te per capi­re chi sia­mo. Stu­dio fisi­ca per rispon­de­re ai come. Esplo­ro il mon­do in un’esasperata, ma entu­sia­sman­te, ricer­ca dei perché.

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