Femminicidio: un delitto di potere

Per Giu­lia non fate un minu­to di silen­zio, per Giu­lia bru­cia­te tut­to”.

Sono le paro­le di Ele­na Cec­chet­tin, la sorel­la di Giu­lia, ucci­sa dal­l’ex fidan­za­to Filip­po Turet­ta, ripor­ta­te dal Cor­rie­re del­la Sera in una let­te­ra in cui la gio­va­ne par­la di “cul­tu­ra del­lo stu­pro” e di “patriar­ca­to”.

La mor­te di Giu­lia ha lascia­to rab­bia, pau­ra, fru­stra­zio­ne e stu­po­re: que­ste emo­zio­ni sono deter­mi­na­te dal fat­to che tra­ge­die simi­li, pur­trop­po, con­ti­nua­no a suc­ce­de­re e non van­no mini­miz­za­te, come spes­so acca­de. Pro­prio per non smi­nui­re gli avve­ni­men­ti, le asso­cia­zio­ni fem­mi­ni­ste e quel­le che si occu­pa­no di vio­len­za di gene­re insi­sto­no sull’importanza dell’utilizzo del ter­mi­ne “fem­mi­ni­ci­dio”: mol­ti casi di omi­ci­dio sono ricon­du­ci­bi­li a una dina­mi­ca in cui la don­na è costret­ta a vive­re oppres­sa dall’uomo e qual­sia­si ten­ta­ti­vo di libe­ra­zio­ne vie­ne puni­to con aggres­sio­ni e trop­po fre­quen­te­men­te con la mor­te. Nell’espressione “vio­len­za di genere” rien­tra­no tut­te le for­me di vio­len­za: psi­co­lo­gi­ca, fisi­ca, ses­sua­le, gli atti per­se­cu­to­ri, lo stal­king e lo stu­pro, fino all’uccisione.

Secon­do i dati Istat, il 31,5% del­le don­ne com­pre­se tra i 16 e i 70 anni (6 milio­ni 788 mila) nel cor­so del­la pro­pria vita ha subi­to vio­len­za fisi­ca (20,2%), ses­sua­le (21%), stu­pro o il ten­ta­to stu­pro (5,4%). Costan­te­men­te però le don­ne subi­sco­no minac­ce, sono spin­to­na­te, ogget­to di schiaf­fi, cal­ci, pugni e mor­si, stran­go­la­te, ustio­na­te e soffocate.

L’Italia, inol­tre, è tra i 5 Pae­si euro­pei con il più alto nume­ro di don­ne vit­ti­me di fem­mi­ni­ci­dio; insie­me a Ger­ma­nia, Fran­cia, Regno Uni­to e Spa­gna. Tenen­do pre­sen­te i dati di Uno­dc, l’ufficio Onu per il con­trol­lo del­la dro­ga e la pre­ven­zio­ne del cri­mi­ne, nel 2023 sono sta­ti regi­stra­ti 225 omi­cidi con 77 vit­ti­me don­ne, di cui 61 ucci­se in ambi­to fami­lia­re o affet­ti­vo; di que­ste, 38 mor­te a cau­sa del part­ner o dell’ex part­ner. Con­si­de­ran­do lo stes­so perio­do del­lo scor­so anno, gli omi­ci­di com­mes­si era­no sta­ti 215, quin­di si regi­stra un aumen­to del 5%; i delit­ti com­mes­si in ambi­to fami­lia­re o affet­ti­vo inve­ce sono aumen­ta­ti del 2%.

A fron­te di que­sti nume­ri, l’appello di Ele­na Cec­chet­tin è da inten­der­si come un atto d’ac­cu­sa ver­so la socie­tà, che dovreb­be pren­der­si le respon­sa­bi­li­tà per avve­ni­men­ti del gene­re: que­sti “mostri” di cui si par­la sono in real­tà “figli sani del patriar­ca­to, del­la cul­tu­ra del­lo stu­pro che legit­ti­ma ogni com­por­ta­men­to che va a lede­re la figu­ra del­la don­na, a par­ti­re dal­le cose a cui tal­vol­ta non vie­ne nem­me­no data impor­tan­za ma che di impor­tan­za ne han­no ecco­me, come il con­trol­lo, la pos­ses­si­vi­tà, il catcalling”. 

La natu­ra del pre­sen­te feno­me­no è, inol­tre, for­te­men­te deter­mi­na­ta da ste­reo­ti­pi, pre­giu­di­zi e discri­mi­na­zio­ni di gene­re con nar­ra­zio­ni che per­pe­tua­no una rap­pre­sen­ta­zio­ne socia­le del­la vio­len­za, misti­fi­can­do il feno­me­no e ridu­cen­do le respon­sa­bi­li­tà dell’aggressore. Sui media spes­so si leg­ge di uno squi­li­brio tra uomo e don­na nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne del col­pe­vo­le: la par­te maschi­le, insie­me ai suoi rea­ti, scom­pa­re e su quel­la fem­mi­ni­le rica­de un lin­guag­gio col­pe­vo­liz­zan­te, defi­ni­to “vic­tim bla­ming”.

Si ritiene quindi che la vittima sia responsabile di quanto accaduto: sia direttamente, ad esempio riferendosi ai vestiti o al comportamento della donna, oppure indirettamente, analizzando i suoi stili di vita.

A ciò si aggiun­ge anche il fat­to che nel­la cul­tu­ra di mas­sa esi­ste il con­cet­to di “amo­re cri­mi­na­le”: in real­tà se è cri­mi­na­le, non è amo­re e que­sti atteg­gia­men­ti van­no indi­vi­dua­ti anco­ra pri­ma che pos­sa­no por­ta­re alla mor­te. Con­trol­lo osses­si­vo, scat­ti vio­len­ti con suc­ces­si­vi pen­ti­men­ti lacri­mo­si e richie­ste come esa­mi­na­re il tele­fo­no dell’altra per­so­na sono solo alcu­ni dei com­por­ta­men­ti che que­sto “amo­re” assu­me; e Filip­po Turet­ta face­va anche questo. 

“Vie­ne spes­so det­to ‘non tut­ti gli uomi­ni’. Tut­ti gli uomi­ni no, ma sono sem­pre uomi­ni – ha det­to Ele­na Cec­chet­tin -. Dite­lo a quel­l’a­mi­co che con­trol­la la pro­pria ragaz­za, dite­lo a quel col­le­ga che fa cat­cal­ling alle pas­san­ti, ren­de­te­vi osti­li a com­por­ta­men­ti del gene­re accet­ta­ti dal­la socie­tà, che non sono altro che il pre­lu­dio del femminicidio”.

Dopo l’avvenuto fem­mi­ni­ci­dio si sono alza­te le voci indi­gna­te secon­do cui si dovreb­be par­ti­re dal­la scuo­la, intro­du­cen­do l’ora di “edu­ca­zio­ne alle rela­zio­ni”, deci­sa dal mini­stro dell’Istruzione e del Meri­to Giu­sep­pe Val­di­ta­ra, come par­te di un pia­no con­tro la vio­len­za sul­le don­ne per la scuo­la. Si trat­ta di un’ora in più in clas­se, per tre mesi l’anno e un tota­le di dodi­ci incon­tri: gli stu­den­ti, sedu­ti in cir­co­lo, sareb­be­ro divi­si in grup­pi “di discus­sio­ne e auto­con­sa­pe­vo­lez­za”, con poi il sup­por­to occa­sio­na­le di psi­co­lo­gi, avvo­ca­ti, assi­sten­ti socia­li e il coin­vol­gi­men­to di influen­cer, can­tan­ti, atto­ri. Le dispo­si­zio­ni del pro­get­to, in real­tà, appa­io­no super­fi­cia­li: le diret­ti­ve non han­no un valo­re pre­scrit­ti­vo e non sono crea­ti vin­co­li per le scuo­le, ma  offre del­le linee gui­da per quel­le che voglio­no ade­ri­re. Non solo il pia­no non è obbli­ga­to­rio per gli isti­tu­ti, ma sarà svol­to in ora­rio extra­cur­ri­co­la­re e potrà esse­re attua­to solo con il con­sen­so dei geni­to­ri degli stu­den­ti e quel­lo degli alun­ni stes­si. Per Ele­na Cec­chet­tin “Ser­ve un’e­du­ca­zio­ne ses­sua­le e affet­ti­va capil­la­re, ser­ve inse­gna­re che l’a­mo­re non è pos­ses­so. Biso­gna finan­zia­re i cen­tri anti­vio­len­za e biso­gna dare la pos­si­bi­li­tà di chie­de­re aiu­to a chi ne ha bisogno”. 

Ele­na Cecchettin

Se da una par­te si pro­pon­go­no ini­zia­ti­ve per con­tra­sta­re la vio­len­za di gene­re, dall’altra alla vota­zio­ne tenu­ta­si al Par­la­men­to Euro­peo nel mag­gio 2023 per le riso­lu­zio­ni che chie­de­va­no all’Unione Euro­pea di ade­ri­re alla Con­ven­zio­ne di Istan­bul, Lega e Fra­tel­li d’Italia si sono in mag­gio­ran­za aste­nu­ti e due depu­ta­te del­la Lega han­no vota­to contro. 

La Convenzione di Istanbul è un trattato internazionale contro la violenza domestica e sulle donne, di fatto è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per prevenire e contrastare il fenomeno.

Essa indi­vi­dua le radi­ci del­la vio­len­za di gene­re nel­la disu­gua­glian­za che per­si­ste rispet­to all’uomo: sostie­ne che la discre­pan­za sia strut­tu­ra­le e lega­ta ai “ruo­li di gene­re”, ovve­ro quel­li che tra­di­zio­nal­men­te ven­go­no asse­gna­ti a maschi e fem­mi­ne. La que­stio­ne del “gen­der” è sta­ta ogget­to di cri­ti­che da par­te del­le orga­niz­za­zio­ni cri­stia­ne e dei movi­men­ti con­ser­va­to­ri e di estre­ma destra: pro­prio dal­la “pro­mo­zio­ne dell’ideologia di gen­der” nasce l’astensione e la con­tra­rie­tà dei due par­ti­ti italiani.

Appro­va­ta nel 2011 ed entra­ta in vigo­re nel 2014, ini­zial­men­te era sta­ta fir­ma­ta dai 45 pae­si mem­bri del Con­si­glio d’Europa, poi rati­fi­ca­ta da 34 sta­ti, tra cui l’Italia nel 2013. È con il pro­ces­so di rati­fi­ca che un pae­se diven­ta obbli­ga­to ad ade­gua­re le pro­prie leg­gi alle rego­le pre­vi­ste dall’accordo; il qua­le ha l’obiettivo di «pro­teg­ge­re le don­ne con­tro ogni for­ma di violenza». 

In Ita­lia, limi­ta­ta­men­te al dirit­to pena­le, oggi il ter­mi­ne “fem­mi­ni­ci­dio” non esi­ste e non indi­ca un rea­to a sé: sono con­si­de­ra­ti al pari di qual­sia­si altro omi­ci­dio, anche se esi­sto­no del­le aggra­van­ti, come per esem­pio la paren­te­la con la vit­ti­ma o la con­co­mi­tan­za di altri rea­ti, come mal­trat­ta­men­to o vio­len­za ses­sua­le. Ricor­dan­do anco­ra le paro­le di Ele­na: “Il fem­mi­ni­ci­dio è un omi­ci­dio di Sta­to, per­ché lo Sta­to non ci tute­la, per­ché non ci pro­teg­ge. Il fem­mi­ni­ci­dio non è un delit­to pas­sio­na­le, è un delit­to di potere”. 

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Michela De Marchi
Stu­den­tes­sa di Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne che aspi­ra a diven­ta­re una gior­na­li­sta. Sono mol­to ambi­zio­sa e ten­do a dare il meglio di me in ogni situa­zio­ne. Dan­za, libri e viag­gi sono solo alcu­ne del­le cose che mi caratterizzano.

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