Giradischi. Gli album consigliati di novembre

Giradischi, gli album consigliati di novembre

Il 15 di ogni mese, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti.


Lahai, Sam­pha – recen­sio­ne di Lau­ra Colombi

Guar­da­re al cie­lo alla ricer­ca del­le pro­prie radi­ci. Lo fa il com­po­si­to­re, can­tan­te e musi­ci­sta lon­di­ne­se Sam­pha nel­l’ul­ti­mo e secon­do album Lahai, inti­to­la­to in ono­re al non­no del­la Sier­ra Leo­ne. In que­sto nuo­vo e già apprez­za­to lavo­ro, usci­to lo scor­so 20 otto­bre, la voce cal­da di Sam­pha si inse­ri­sce all’in­ter­no di trac­ce mol­to diver­se tra loro.

L’al­bum si pre­sta così a diver­si pos­si­bi­li frui­to­ri, e ciò è evi­den­te fin dai bra­ni d’a­per­tu­ra, in cui si tro­va­no atmo­sfe­re più rare­fat­te, come nel­la pri­ma trac­cia Ste­reo Colour Cloud, che ripren­de la coper­ti­na, e pez­zi più pro­pria­men­te pop, come la trac­cia Only, che si pre­sta anche a un ascol­to radiofonico. 

In ogni caso, il carat­te­re inti­mo di Lahai emer­ge soprat­tut­to nel­le trac­ce sopra i quat­tro minu­ti, dove l’ar­ti­sta ha mag­gior tem­po per spe­ri­men­ta­re le sono­ri­tà e i rit­mi, così come per svi­lup­pa­re meglio la sua scrit­tu­ra. In par­ti­co­la­re, due trac­ce che a nostro modo di vede­re sin­te­tiz­za­no nel modo miglio­re la sua ricer­ca sono Dan­cing Cir­clesSuspen­ded dove, anche in que­sto caso, Sam­pha ci per­met­te di sce­glie­re qua­le “ver­sio­ne di lui” ascol­ta­re: pre­fe­ria­mo quel­la più tran­quil­la e rifles­si­va o quel­la più fre­ne­ti­ca e concitata?


Nek­ku­ja, Mari­na her­lop – recen­sio­ne di Gabrie­le Beni­zio Scotti

Ave­va­mo già par­la­to di Mari­na Her­lop con il suo Pri­pyat l’anno scor­so. Quest’anno, l’artista cata­la­na tor­na con un disco che rical­ca le orme del pre­de­ces­so­re, ma con il bari­cen­tro più spo­sta­to sul­le com­po­nen­ti folk. Il disco infat­ti pre­sen­ta mol­ti più ele­men­ti fol­klo­ri­sti­ci e tra­di­zio­na­li nel­le sue trac­ce, rie­la­bo­ra­ti in chia­ve più contemporanea.

L’immaginario fia­be­sco del disco che par­te già dal­la coper­ti­na si sen­te già dal­la deli­ca­tis­si­ma intro­du­zio­ne e con­ti­nua fino all’ultimo bra­no, ma que­ste atmo­sfe­re ete­ree e incan­ta­te ver­ran­no sem­pre smor­za­te dal­le com­po­nen­ti elet­tro­ni­che e glitch che ripor­te­ran­no alla “real­tà”.  Maria Her­lop è riu­sci­ta anco­ra a con­vin­cer­ci, que­sta vol­ta più del­la scorsa.


Ame­ri­can Gothic, Way­fa­rer – recen­sio­ne di Gabrie­le Beni­zio Scotti

I Way­fa­rer sono una band atmo­sphe­ric black metal for­ma­ta nel 2011 a Den­ver. Dagli esor­di ad oggi si sono mol­to evo­lu­ti, la svol­ta avvie­ne in par­ti­co­la­re con gli ulti­mi due dischi con cui affian­ca­no al black metal influen­ze coun­try. In que­sto ame­ri­can gothic l’esperimento è sicu­ra­men­te riuscito. 

L’intro è for­se dove que­sto incro­cio è più mar­ca­to, dove abbia­mo una chi­tar­ra acu­sti­ca che apre le dan­ze con un moti­vet­to coin­vol­gen­te per poi tra­sfor­mar­si bre­ve­men­te in un infer­no di chi­tar­re e voci graf­fian­ti che ricor­da i miglio­ri May­hem. Il resto dell’album viag­gia poi tra alti e bas­si, ma comun­que l’idea è sicu­ra­men­te buo­na e tut­to som­ma­to ben ese­gui­ta ed è uno di quei pochi album che si distin­guo­no dal mare di piat­tu­me che esce ogni anno nel­la sce­na black metal.


Qui noi cadia­mo ver­so il fon­do geli­do (con­cer­ti 2021–22), Ioso­noun­ca­ne – recen­sio­ne di Luca Pacchiarini

Ora­mai que­sto arti­sta sta toc­can­do livel­li ine­di­ti nel pano­ra­ma ita­lia­no. Idee ben pre­ci­se emer­go­no dagli ulti­mi suoi lavo­ri, una è l’idea di con­cer­to come qual­co­sa di dia­let­ti­co tra musi­ci­sti, tra arti­sti e pub­bli­co, qual­co­sa di mai ugua­le a sé stes­so ma una ricer­ca che por­ta altre ricer­che. Qui noi cadia­mo ver­so il fon­do geli­do è infat­ti un disco live, una rac­col­ta di regi­stra­zio­ni di pez­zi fat­ti in vari con­cer­ti: pez­zi di diver­si album riar­ran­gia­ti e vari inediti. 

Ben due ore di musi­ca nuo­va, con musi­ca del­la band che si incon­tra con spe­ri­men­ta­zio­ni elet­tro­ni­che, tut­to con una for­za oscu­ra, pode­ro­sa, vita­le. Pez­zi come Trom­be si rive­la­no dei cre­scen­di con­ti­nui, inar­re­sta­bi­li, in cui rit­mi­che etni­che dan­za­no con sin­te­tiz­za­to­ri side­ra­li. Tan­ca, pri­mo pez­zo dell’album DIE, è qui rivi­si­ta­ta: la voce è più sospi­ra­ta, le per­cus­sio­ni van­no giù alzan­do le bas­se, i Mamu­tho­nes sem­bra­no ora alie­ni appe­na giun­ti tra il pubblico. 

Ioso­noun­ca­ne rie­sce nell’impresa del­le impre­se per un’artista: esse­re coe­ren­ti con sé stes­si sen­za esse­re ugua­li a sé stes­si, rivo­lu­zio­nar­si con­ti­nua­men­te sen­za per­der­si. 18 pez­zi for­ma­no que­sto album, usci­to con Tan­ca Records, eti­chet­ta disco­gra­fi­ca del­lo stes­so Ioso­noun­ca­ne, che sta sot­to alla Tro­va­ro­ba­to. L’ascolto di que­sto album rega­la momen­ti di altis­si­ma orche­stra­zio­ne, con pez­zi allu­ci­na­to­ri come Accia­io, rit­mi ipno­ti­ci in Cabot, sono­ri­tà oni­ri­che in Pol­ve­re e momen­ti inde­ci­fra­bi­li come Arat, pez­zo di mura flui­di­tà magmatica.


L’anticamera. Musi­ca per Bam­bi­ni, Frie­drich Micio – recen­sio­ne di Luca Pacchiarini 

Si trat­ta di un pro­get­to inclas­si­fi­ca­bi­le, fol­le e del tut­to pre­ci­so. Inclas­si­fi­ca­bi­le per­ché la musi­ca pro­dot­ta è un misto sre­go­la­to di ener­gia punk, sono­ri­tà elet­tro­ni­che, strut­tu­re da can­zo­ni per l’infanzia che si mischia­no con musi­che e rife­ri­men­ti medie­va­li, tut­to que­sto con testi spes­so in metri­ca e con un lar­go uti­liz­zo di stru­men­ti sia ana­lo­gi­ci che digi­ta­li. Insom­ma, qual­co­sa di uni­co e irri­pe­ti­bi­le, frut­to del­la men­te fol­le e luci­da di Manuel Bon­gior­ni, musi­ci­sta (e mol­to altro) pia­cen­ti­no che in que­sto album, insie­me a Frie­drich Micio (trio atti­vo dal 2014 com­po­sto da vio­li­no, vio­lon­cel­lo e fagot­to) riar­ran­gia radi­cal­men­te pez­zi di vari suoi album, modi­fi­ca­ti così tan­to da risul­ta­re novi­tà vere e proprie. 

Novi­tà non solo per­ché le can­zo­ni son suo­na­te con stru­men­ti diver­si dall’originale, ma anche i testi stes­si subi­sco­no aggiun­te e il tut­to vie­ne gene­ral­men­te asciu­ga­to. Esem­pi per­fet­ti sono La mia pri­ma grat­tu­giaAvven­tu­ra nel buco nero, alla pri­ma si aggiun­ge un momen­to reg­gae e gene­ral­men­te si ral­len­ta il pez­zo; la secon­da è inve­ce stra­vol­ta, con vel­lei­tà punk e classicheggianti. 

Tut­to que­sto in un con­cept album ben pre­ci­so, non solo pez­zi riar­ran­gia­ti ma anche inse­ri­ti in un nuo­vo con­te­sto: si è infat­ti in un’anticamera di un gran­de ban­chet­to di cor­te, in cui si sus­se­guo­no vari intel­let­tua­li dai nomi dispa­ra­ti. Cer­to, que­sta musi­ca così uni­ca e sui gene­ris dif­fi­cil­men­te può esse­re apprez­za­ta da tut­ti, ma sicu­ra­men­te le ele­va­te capa­ci­tà di que­sti arti­sti sono rico­no­sci­bi­li, non solo per l’originalità ma anche per le ele­va­tis­si­me com­pe­ten­ze che que­sta musi­ca demen­zia­le masche­ra: pez­zi come L’uomo di Cami­cia e La con­tes­sa e il mostro lo mostra­no. Non esi­ste nul­la come Musi­ca per bam­bi­ni.

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Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.

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