Del: 26 Novembre 2023 Di: Redazione Commenti: 0
Killers of the Flower Moon, normale tragedia quotidiana

Il termine “tragedia”, in sé, non ha mai fatto parte del vocabolario di un regista come Martin Scorsese. La tragedia implica uno scenario che, a fronte della drammaticità dell’evento, apponga ad esso un aspetto ulteriore: l’ostentazione, la messa in scena della sofferenza, del dolore costernato, di una passione, uno sguardo rivolto sull’atrocità. 

Considerato ciò, risulta chiaro come, fino a Killers of the flower moon, il genio nato e cresciuto nella Little Italy degli anni ’60, non abbia quasi mai voluto colorare di una sfumatura inevitabilmente così personale le sue pellicole. 

L’eccezione la si trova nel contrasto presente in Taxi Driver, nel quale la morte è solo lievemente accennata e un giovane dal sottosuolo dell’umanità si trova a riflettere sulla solitudine e sull’alienazione dalla sua società: proprio questo ne denota la tragicità. 

Guardando invece ad un’opera come Quei bravi ragazzi, emerge un distacco chiaro e palpabile, nei confronti dei crimini commessi dai gangster, che, in alcune scene valicano la follia di uccisioni gratuite, della sovrabbondanza dei crimini, per assumere atteggiamenti comici, spregevolmente buffi.

Quando il personaggio interpretato da Joe Pesci uccide a colpi di proiettile un innocuo cameriere, l’elemento tragico viene istantaneamente assolto dal surrealismo della scena, dall’eccentrico modo di fare dell’italoamericano, da una comicità nera che ci concilia immediatamente con il clima sopra le righe. 

Tale distanza, che Scorsese ha deciso di adoperare per gran parte della sua carriera cinematografica, appare quasi rassicurante all’occhio del pubblico, che così facendo allontana la brutalità dalla propria dimensione.  

Ciò che lascia il nuovo film, uscito nelle sale italiane nell’ottobre 2023, poggia su un sentimento opposto: un coinvolgimento emotivo straziante, che sfianca minuto dopo minuto, scena dopo scena, morte dopo morte. 

Le 3 ore in cui assistiamo all’annientamento della popolazione Osage, in possesso delle ricchezze derivate dal petrolio del territorio – nell’Oklahoma degli anni ’20 – scorrono con inesorabile lentezza, scandite dal ritmo del dolore, da un’agonia che gradualmente assale gli spettatori. 

Il cuore pulsante della vicenda orbita attorno all’ingresso, nel microcosmo della cittadina di Fairfax, di Ernest Burkhart, un Leonardo Di Caprio che fin dalle prime sequenze mostra una maschera differente rispetto a quelle a cui ci ha abituati. Negli attimi che ce lo presentano, in cui lo si ritrae nel lanciare un sasso contro un povero anonimo, malmenato dai passanti, notiamo fin da subito come non rappresenti quella finestra necessaria al pubblico per immergersi nella dimensione filmica. 

Non si tratta di un angolo nel quale rispecchiarsi e di una figura per cui empatizzare, ma anzi è verticalmente coinvolto nelle dinamiche crudeli e spietate, di cui farà da braccio, quasi privo di una reale volontà o di un proprio pensiero, ma pilotato dalla mente antagonista: William Hale, interpretato dal solito impeccabile Robert De Niro che, quando è alle prese con un film di Scorsese, fa riaffiorare quell’inquietudine, quell’irrequietezza d’animo fondamentale per acuire il processo di tragicità condotto dall’opera. 

L’immagine di Hale ricalca in sé quella del mafioso mediatore, che però si ritrova a dover sottostare ad un dominio economico e territoriale, che appartiene ad una forza che non è in grado di amministrare, se non per mezzo della furia omicida che sprigionerà lungo tutta la pellicola. 

Le morti dei membri della ricca famiglia Osage dei Kyle, da lui orchestrate per ottenerne le ricchezze, mostrano Hale come un uomo manchevole, perennemente alla ricerca di un nuovo assassinio, inquieto proprio nel costruire questa perversa piramide di uccisioni, che lo porterebbe ad una gloria che durante il film non viene mai propriamente definita. 

Scorsese questa volta decide infatti di non lasciare minimamente spazio al “successo del nemico”, a quel momento della narrazione in cui il gangster riesce a compiere il suo obiettivo e ottenere il potere, prima della sua ineluttabile disfatta. Dietro ai colpi di pistola e agli avvelenamenti dei nativi americani, si nasconde sempre un filo di tensione, la palpabile consapevolezza da parte dei killer di star compiendo un genocidio. D’altro canto vi è chi quella tragedia la vive sulla propria pelle, chi inesorabilmente vede attorno a sé i propri familiari morire. 

Nel personaggio di Mollie Kyle, la Osage sposata con Ernest Burkhart, il regista decide di tratteggiare le fasi del massacro: 

prima una ricerca spasmodica del colpevole, dell’uomo che si cela dietro agli avvelenamenti e ai colpi di pistola; di seguito una asfissiante inconsapevolezza, in cui si ritrova lo spettatore stesso, spaesato, quasi assuefatto dal turbinio di violenza; e per finire la gravosa presa di coscienza.

In una delle sequenze finali, lo sguardo stravolto che rivolge verso il marito, uno dei maggiori colpevoli, svela la natura del film, profondamente intrisa da una spettacolarizzazione della morte, delle esplosioni, del rumore della pallottola, a cui in fondo siamo abituati.

Invece, questa volta, è proprio la voce rotta dello stesso Martin Scorsese, nella scena conclusiva, a tirare le fila di una storia avvenuta realmente, del sangue che 100 anni fa è stato versato, in nome di «un’altra normale tragedia quotidiana».

Articolo di Marco La Rosa.

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