Radici. Quando l’Italia si ritrovò a governare la Somalia

Radici. Quando l'Italia si ritrovò a governare la Somalia

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.


Tut­ti san­no che la Repub­bli­ca Ita­lia­na nac­que a segui­to del­la libe­ra­zio­ne allea­ta e del­la resi­sten­za par­ti­gia­na, da cui la mar­ca­ta matri­ce anti­fa­sci­sta espres­sa anche nel­la nuo­va Costituzione. 

Que­sto, insie­me al rile­van­te ma ridi­men­sio­na­to ruo­lo inter­na­zio­na­le del­la nuo­va Ita­lia nel con­te­sto del­la Guer­ra Fred­da, deter­mi­nò l’annul­la­men­to di vel­lei­tà e poten­zia­li­tà impe­ria­li­ste, quan­to­me­no quel­le espres­se nei ter­mi­ni del colo­nia­li­smo più tra­di­zio­na­le che inve­ce anco­ra resi­ste­va in Pae­si come Fran­cia, Regno Uni­to, Bel­gio, Pae­si Bas­si e USA. Insom­ma, nien­te più colo­nie per l’Italia.

Eppure, proprio in questo contesto Roma si trovò a governare per un intero decennio sulla Somalia, territorio che aveva già colonizzato sin da fine Ottocento in epoca liberale.

A dif­fe­ren­za di altri pos­se­di­men­ti dell’Italia fasci­sta (qua­li il pro­tet­to­ra­to d’Albania, le iso­le del Dode­ca­ne­so e il Car­na­ro dal­ma­ta) che dopo il cam­bio di allean­ze nel 1943 ven­ne­ro occu­pa­ti dal­la Ger­ma­nia, le colo­nie afri­ca­ne pas­sa­ro­no sot­to il domi­nio bri­tan­ni­co nel cor­so del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le: la Libia ven­ne divi­sa fra Lon­dra e Pari­gi per un decen­nio, men­tre nel Cor­no d’Africa solo l’Etiopia recu­pe­rò la pro­pria indi­pen­den­za, con il Regno Uni­to rima­sto ad ammi­ni­stra­re Eri­trea e Somalia.

Intan­to, nel 1945 era nata l’ONU, che deci­se di affron­ta­re il pro­ble­ma dei ter­ri­to­ri non auto­no­mi come le ex-colo­nie ita­lia­ne, rite­nu­te anco­ra insuf­fi­cien­te­men­te svi­lup­pa­te e dun­que biso­gno­se dell’aiuto di una poten­za del Nord del mon­do che le accom­pa­gnas­se ver­so una futu­ra indi­pen­den­za.

Ven­ne­ro così isti­tui­te le ammi­ni­stra­zio­ni fidu­cia­rie, trac­cian­do un evi­den­te paral­le­li­smo con quan­to acca­du­to dopo la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le, quan­do la Socie­tà del­le Nazio­ni ave­va crea­to i cosid­det­ti man­da­ti allo sco­po di gesti­re, fra l’altro, le ex-colo­nie tedesche.

Come i mandati, anche le amministrazioni fiduciarie (seppur sulla carta improntate all’internazionalismo) risentivano di una forte impostazione imperialista o quantomeno paternalista: 

accan­to all’indipendenza ven­ne posta come obiet­ti­vo l’opzione del sem­pli­ce auto­go­ver­no, con par­ti­co­la­re reni­ten­za di Chur­chill ad appli­ca­re il prin­ci­pio di auto­de­ter­mi­na­zio­ne dei popo­li ai ter­ri­to­ri dell’Impero Bri­tan­ni­co, scri­ve­va nel 2006 Moro­ne su Ita­lia con­tem­po­ra­nea.

L’ONU dovet­te dun­que deci­de­re a qua­le poten­za asse­gna­re l’ammi­ni­stra­zio­ne fidu­cia­ria del­la Soma­lia: nel 1949 l’Assemblea Gene­ra­le scel­se pro­prio l’Italia, su spin­ta sta­tu­ni­ten­se e con­tro il pare­re di URSS, Etio­pia e Regno Unito.

Le per­ples­si­tà di chi votò con­tro non era­no immo­ti­va­te: si trat­ta­va dell’unica ammi­ni­stra­zio­ne affi­da­ta a una poten­za scon­fit­ta, che pro­prio per que­sto al tem­po non face­va nem­me­no par­te dell’ONU e che, secon­do Moro­ne, otten­ne que­sto risul­ta­to in vir­tù del­la sua ormai dichia­ra­ta scel­ta filo-ame­ri­ca­na.

Soprattutto, la Somalia veniva affidata alla nazione che per oltre mezzo secolo l’aveva colonizzata.

La spe­ci­fi­ci­tà ita­lia­na com­por­tò una serie di limi­ta­zio­ni assen­ti nel­le altre ammi­ni­stra­zio­ni fidu­cia­rie: l’obiettivo era in que­sto caso uni­vo­ca­men­te l’indi­pen­den­za del­la Soma­lia, fis­sa­ta entro il 1960; il ter­ri­to­rio dove­va esse­re gover­na­to da una strut­tu­ra, l’AFIS, vin­co­la­ta a deter­mi­na­ti prin­ci­pi costi­tu­zio­na­li e dipen­den­te da un mini­ste­ro di natu­ra non colo­nia­le, quel­lo degli Esteri.

Inol­tre, ed era que­sto un uni­cum fra le ammi­ni­stra­zio­ni fidu­cia­rie, ven­ne crea­to un orga­ni­smo ONU adi­bi­to al con­trol­lo dell’operato ita­lia­no, l’UNACS: con esso la nuo­va Ita­lia di De Gaspe­ri, desi­de­ro­sa di riaf­fer­ma­zio­ne e di pre­sti­gio inter­na­zio­na­le, for­mal­men­te col­la­bo­rò sem­pre, pur limi­tan­do­ne for­te­men­te le inge­ren­ze. L’UNACS, d’altronde, non fu mai riso­lu­ti­vo, anche per­ché divi­so nel­la sua com­po­si­zio­ne fra dele­ga­ti egi­zia­ni e filip­pi­ni (favo­re­vo­li alle istan­ze loca­li soma­le) e dele­ga­ti colom­bia­ni (più filo-italiani).

Il pas­sag­gio di con­se­gne dal Regno Uni­to all’Italia avven­ne nel 1950 e fu rati­fi­ca­to l’anno seguen­te, non sen­za con­tra­sti: la Lega dei Gio­va­ni Soma­li, par­ti­to nato nel 1943, si oppo­se for­te­men­te all’amministrazione ita­lia­na, ini­zial­men­te anche con la forza.

Il gior­na­li­sta Vin­cen­zo Mele­ca ripor­ta alcu­ni casi di scon­tri arma­ti che com­por­ta­ro­no anche dei cadu­ti, men­tre è anco­ra Moro­ne (ne L’ul­ti­ma colo­nia, 2011) a ripor­ta­re le ipo­te­si di respon­sa­bi­li­tà dell’esercito bri­tan­ni­co nell’aver fomen­ta­to il nazio­na­li­smo soma­lo, sol­le­va­te dal­la Cro­ce Ros­sa Ita­lia­na e inda­ga­te dal­lo stes­so gover­no di Attlee.

Per paternalista che fosse, in ogni caso, il sistema delle amministrazioni fiduciarie dell’ONU disponeva di alcune cautele in più rispetto ai mandati della Società delle Nazioni: 

era pre­vi­sta la pos­si­bi­li­tà per le popo­la­zio­ni “ammi­ni­stra­te” di ema­na­re del­le peti­zio­ni; inol­tre, nel 1952 l’ONU rac­co­man­dò l’inserimento di espo­nen­ti loca­li nel­le dele­ga­zio­ni al Con­si­glio di Tute­la, rac­co­man­da­zio­ne però poco rece­pi­ta dal­le poten­ze ammi­ni­stra­tri­ci (nel caso dell’Italia, si dovet­te aspet­ta­re il 1955 per­ché M. F. Siad fos­se nomi­na­to delegato).

L’ONU pre­ve­de­va anche perio­di­ci con­trol­li sull’operato del­le ammi­ni­stra­zio­ni fidu­cia­rie, che nel cor­so degli anni Cin­quan­ta rile­va­ro­no evi­den­ti caren­ze da par­te dell’Italia nel­la gestio­ne del defi­cit e del con­fi­ne con l’Etiopia, sul­lo sta­to di avan­za­men­to del­la demo­cra­zia e nei con­fron­ti dell’uso di puni­zio­ni collettive. 

Nel 1963, del resto, Erne­sto Ros­si, padre fon­da­to­re euro­pei­sta e pro­ta­go­ni­sta del Par­ti­to Radi­ca­le, scri­ve­va sul suo perio­di­co L’A­stro­la­bio che la gestio­ne ita­lia­na dell’economia soma­la si era limi­ta­ta al mono­po­lio del­le bana­ne.

L’AFIS era gui­da­ta da un ammi­ni­stra­to­re, che capeg­gia­va le for­ze arma­te e ini­zial­men­te dete­ne­va anche il pote­re legi­sla­ti­vo. Il pri­mo ammi­ni­stra­to­re fu il diplo­ma­ti­co For­na­ri, che por­tò avan­ti la linea ambi­gua dei gover­ni De Gaspe­ri: il pre­si­den­te del con­si­glio e mol­ti dei suoi mini­stri (Car­lo Sfor­za, l’ex-partigiano Bru­sa­sca e il futu­ro pri­mo mini­stro Pel­la) non vede­va­no la Soma­lia in otti­ca stret­ta­men­te colo­nia­le e, per ragio­ni innan­zi­tut­to eco­no­mi­che, era­no favo­re­vo­li alla ridu­zio­ne dei dislo­ca­men­ti mili­ta­ri nel ter­ri­to­rio, a cui si oppo­ne­va inve­ce il repub­bli­ca­no Pac­ciar­di, mini­stro del­la difesa.

De Gaspe­ri, Pac­ciar­di e Scel­ba, 1948

La nomi­na di For­na­ri dimo­stra­va la volon­tà dei gover­ni cen­tri­sti di rom­pe­re con il pas­sa­to fasci­sta, ma si trat­ta­va in par­te di mere appa­ren­ze: sot­to il ran­go dei ver­ti­ci, infat­ti, il micro­co­smo di fun­zio­na­ri che lavo­ra­va nell’AFIS era lega­to a pas­sa­te espe­rien­ze colo­nia­li­ste e fasci­ste, che, stan­do all’UNACS e allo stes­so mini­stro Bru­sa­sca, ne influen­za­va­no anco­ra la mentalità. 

D’altronde, era­no ormai pas­sa­ti diver­si anni dall’Amni­stia Togliat­ti del 1946, che in chia­ve con­ti­nui­sta ave­va chiu­so defi­ni­ti­va­men­te le por­te a un’epurazione e a una resa dei con­ti con i fasci­sti anche nell’apparato buro­cra­ti­co-ammi­ni­stra­ti­vo. Per quan­to la linea di Togliat­ti abbia avu­to le sue ragio­ni sto­ri­che in Ita­lia, Moro­ne non man­ca di sot­to­li­near­ne le con­se­guen­ze nell’amministrazione del­la Soma­lia, il cui cor­po di fun­zio­na­ri appa­ri­va poco incli­ne ad accet­ta­re il dissenso.


In par­ti­co­la­re, ave­va fat­to mol­to discu­te­re nel 1949 l’ipotesi di nomi­na­re Gugliel­mo Nasi alla gestio­ne del pas­sag­gio di con­se­gne: Nasi duran­te il fasci­smo ave­va gui­da­to le trup­pe colo­nia­li in Afri­ca per con­to del gene­ra­le Gra­zia­ni (cri­mi­na­le di guer­ra e poi pre­si­den­te dell’MSI); duran­te il con­flit­to era poi dive­nu­to gover­na­to­re del­la Soma­lia e ulti­mo Vice­ré d’Etiopia. A segui­to del­le for­ti cri­ti­che da par­te di Pajet­ta, espo­nen­te di spic­co del PCI, il gover­no riti­rò la nomi­na a Nasi. Non è dun­que casua­le che Ros­si, nel suo inter­ven­to del 1963 su L’Astrolabio, inter­pre­tas­se iro­ni­ca­men­te la sigla AFIS come “Anco­ra Fasci­sti In Somalia”.

Il rap­por­to con la popo­la­zio­ne loca­le ini­ziò a miglio­ra­re già sot­to l’amministrazione di For­na­ri, quan­do nel 1951 ven­ne­ro nomi­na­ti uffi­cia­li alcu­ni sol­da­ti soma­li, ma soprat­tut­to sot­to il suo suc­ces­so­re, il repub­bli­ca­no E. Mar­ti­no:

nel 1954 si tennero le elezioni locali, che videro una larga vittoria della Lega dei Giovani Somali, il cui presidente proprio quell’anno era divenuto il moderato A. A. Osman Daar. 

Ini­ziò così un perio­do di disten­sio­ne fra la Lega e l’AFIS (spe­cie sot­to il suc­ces­si­vo ammi­ni­stra­to­re, il diplo­ma­ti­co Anzi­lot­ti), il cui vero pun­to di svol­ta è il 1956. Si trat­ta di un anno spar­tiac­que anche per la poli­ti­ca inter­na­zio­na­le e ita­lia­na: rap­pre­sen­ta l’inizio del­la desta­li­niz­za­zio­ne nell’URSS e, con l’invasione sovie­ti­ca di Buda­pe­st, l’allontanamento del PSI dagli allea­ti comu­ni­sti, che avreb­be len­ta­men­te aper­to ai futu­ri gover­ni di cen­tro­si­ni­stra in Italia.

Nel 1956 si ten­ne­ro anche le pri­me ele­zio­ni poli­ti­che per la semi-auto­no­mia soma­la: ven­ne crea­to un orga­no legi­sla­ti­vo, in cui 43 seg­gi su 70 ven­ne­ro occu­pa­ti dal­la Lega dei Gio­va­ni Soma­li e un’altra deci­na ven­ne riser­va­ta alle mino­ran­ze etni­che; pro­vin­ce e distret­ti comin­cia­ro­no a esse­re ammi­ni­stra­ti da per­so­na­li­tà loca­li; Osman Daar ven­ne elet­to pre­si­den­te dell’organo legi­sla­ti­vo, men­tre il gover­no ven­ne affi­da­to ad A. Issa Moha­mud (espo­nen­te del­la Lega).

Osman Daar e Sara­gat, 1966

Era­no quel­li gli anni del­la deco­lo­niz­za­zio­ne (spin­ta anche dagli inte­res­si di USA e URSS nel­la Guer­ra Fred­da, con l’emblematica esau­to­ra­zio­ne dell’Europa in Nor­da­fri­ca nel­la Cri­si di Suez), che tra­sfor­ma­ro­no radi­cal­men­te l’assetto dell’ONU e por­ta­ro­no a quel­lo che il gio­va­ne poli­ti­co kenyo­ta Mboya nel 1958 defi­nì scram from Afri­ca (l’opposto del­la scram­ble for Afri­ca, la cor­sa all’Africa).

Non è un caso che alcu­ni libri sco­la­sti­ci soma­li iden­ti­fi­chi­no pro­prio il 1956 come l’anno in cui l’Italia ini­ziò dav­ve­ro ad ado­pe­rar­si per l’indipendenza del­la Soma­lia. In quell’anno, inol­tre, Osman Daar e Issa Mah­moud ven­ne­ro anche invia­ti all’ONU come con­si­glie­ri dei dele­ga­ti italiani.

Vi fu un momen­to di cri­si nel 1957, quan­do ai ver­ti­ci del­la Lega dei Gio­va­ni Soma­li arri­vò H. M. Hus­sein, figu­ra più anti-occi­den­ta­le di Osman Daar: il mini­stro degli este­ri Pel­la (nel gover­no Zoli, che gode­va anche dell’appoggio ester­no dell’MSI neo­fa­sci­sta) fece pres­sio­ni all’Egitto di Nas­ser, otte­nen­do­ne il riti­ro dell’endor­se­ment a Hussein.

La tran­si­zio­ne ver­so la deco­lo­niz­za­zio­ne era però defi­ni­ti­va­men­te avvia­ta: nel 1959 la Lega vin­se nuo­va­men­te le ele­zio­ni e, come pro­gram­ma­to, la Soma­lia otten­ne l’indi­pen­den­za nel luglio del 1960 (nel pie­no dei disor­di­ni di Geno­va cau­sa­ti dall’alleanza DC-MSI nel gover­no Tam­bro­ni, e a pochis­si­mi gior­ni dai moti di Reg­gio Emi­lia). L’ex-colonia ita­lia­na si unì all’ex-Somalia Bri­tan­ni­ca, anch’essa appe­na dive­nu­ta indipendente: 

il 1960 è d’altronde chiamato anno dell’Africa, per via dell’emancipazione di una ventina di Stati dalle potenze europee.

Il bilan­cio com­ples­si­vo dell’operato ita­lia­no in Soma­lia fra il 1950 e il 1960 rima­ne dun­que ambi­va­len­te, nono­stan­te l’apprezzamento espres­so da H. Cha­pin Metz (soprat­tut­to in con­tra­sto all’operato bri­tan­ni­co). La sto­ria del­la nuo­va Soma­lia non si sareb­be del resto dimo­stra­ta rosea: poco dopo la pri­ma pre­si­den­za di Osman Daar, si sareb­be instau­ra­ta la dit­ta­tu­ra di Siad Bar­re, con l’incarceramento suc­ces­si­vo dell’ex-presidente somalo.

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
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Laureato in Lettere e Storia. Quando non sto osservando cultura pop, linguaggio, film, serie o eventi politici, scrivo di cultura pop, linguaggio, film, serie ed eventi politici.

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