The Sofa Chronicles, le serie TV del momento

The Sofa Chronicles, le serie TV del momento

Ogni due mesi, il giorno 27, 5 serie TV per tutti i gusti: The Sofa Chronicles è la rubrica dove recensiamo le novità più popolari del momento, consigliandovi quali valga la pena guardare comodamente sul divano e quali no.


Un’estate fa, Mini­se­rie, Sky (Davi­de Maren­go,Mar­ta Savi­na) — Recen­sio­ne di Nina Fresia 

Dopo trent’anni vie­ne rin­ve­nu­to il cor­po di Arian­na: la diciot­ten­ne era scom­par­sa men­tre tra­scor­re­va l’estate in un cam­peg­gio sul lago, segnan­do la vita di chi l’ha cono­sciu­ta. Elio, col­pi­to da un’amnesia che gli impe­di­sce di ricor­da­re ciò che è suc­ces­so in quei mesi, sem­bra esse­re l’indiziato per­fet­to: inna­mo­ra­to del­la gio­va­ne, è sta­ta l’ultima per­so­na vista con Arian­na pri­ma del­la sua spa­ri­zio­ne. E men­tre il com­mis­sa­rio inca­ri­ca­to per l’indagine dubi­ta sem­pre di più di una per­di­ta di memo­ria trop­po como­da, Elio ini­zia a ricor­da­re. O meglio, Elio ini­zia pro­prio a rivi­ve­re l’estate del 1990: la nazio­na­le ai mon­dia­li, il grup­po di ami­ci del cam­peg­gio, le par­ti­te a biliar­di­no. E soprat­tut­to rive­de Arian­na, rie­sce a par­lar­ci e spe­ra così di sal­var­la. Ad aiu­tar­lo a ripor­ta­re alla men­te i ricor­di ci sono Car­lo, Costan­za e Lau­ret­ta, riu­ni­ti a decen­ni di distan­za, ritro­van­do­si cam­bia­ti ma pro­fon­da­men­te simili.

La serie si svol­ge su due pia­ni tem­po­ra­li dif­fe­ren­ti: quel­lo pas­sa­to, che si svol­ge attra­ver­so le memo­rie di Elio e vede i pro­ta­go­ni­sti ado­le­scen­ti, e quel­lo pre­sen­te, che comin­cia dal ritro­va­men­to di Arian­na e in cui gli stes­si per­so­nag­gi sono adul­ti. Anche le ricer­che sul caso del­la gio­va­ne ucci­sa sono por­ta­te avan­ti con due livel­li nar­ra­ti­vi: da un lato l’inchiesta del­la poli­zia e dall’altro l’ossessiva inda­gi­ne di Elio.

L’atmosfera dell’estate anni Novan­ta che domi­na le sce­ne del pas­sa­to è for­se uno degli aspet­ti meglio riu­sci­ti del­la serie, otte­nu­ta gra­zie a ripre­se domi­na­te da colo­ri cal­di, all’ambientazione cura­ta nei det­ta­gli e alla colon­na sono­ra ric­ca di bra­ni cult.

Altro pun­to di for­za di que­sta pro­du­zio­ne è la scel­ta di Lino Guan­cia­le per il ruo­lo di Elio adul­to: con sguar­do malin­co­ni­co, inter­pre­ta per­fet­ta­men­te tut­ti i dub­bi (rivol­ti ver­so gli altri, ma anche nei pro­pri stes­si con­fron­ti), le pau­re e la volon­tà di fare la cosa giu­sta che domi­na­no l’animo del suo personaggio.


Only Mur­ders in the Buil­ding, Sta­gio­ne 3, Hulu, Disney+ (Ste­ve Mar­tin, John Hof­f­man) — Recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Duran­te la pri­ma del­lo spet­ta­co­lo di Oli­ver (Mar­tin Short) a Broad­way l’attore pro­ta­go­ni­sta, Ben Glen­roy (Paul Rudd), crol­la sul pal­co. Subi­to si sca­te­na il pani­co e, anco­ra una vol­ta, si ritro­va­no al cen­tro del caso pro­prio Oli­ver, Char­les (Ste­ve Mar­tin) e Mabel (Sele­na Gomez). Il trio è pron­to a rico­min­cia­re a inda­ga­re e, soprat­tut­to, a pro­por­re ai loro ascol­ta­to­ri la ter­za sta­gio­ne del pod­ca­st Only Mur­ders in the Buil­ding. Ma la stra­da da per­cor­re­re è come sem­pre mol­to tor­tuo­sa e per la pri­ma vol­ta, anche i tre ami­ci si ritro­ve­ran­no a dover affron­ta­re pro­ble­mi e discus­sio­ni per­si­no tra di loro.

Ripar­ten­do dal clif­f­han­ger con il qua­le si era chiu­sa la sta­gio­ne pre­ce­den­te, il ter­zo capi­to­lo di Only Mur­ders in the Buil­ding si rive­la esse­re estre­ma­men­te vin­cen­te. La strut­tu­ra del­la tra­ma rima­ne sem­pre la stes­sa: un omi­ci­dio da risol­ve­re alter­na­to a nume­ro­si momen­ti comi­ci e, que­sta vol­ta, mol­te sce­ne nel­le qua­li vie­ne per­mes­so allo spet­ta­to­re di cono­sce­re sem­pre di più i pro­ta­go­ni­sti. Il risul­ta­to è dav­ve­ro ecce­zio­na­le, com­pli­ce anche un cast stel­la­to: new entry del­la sta­gio­ne sono infat­ti Paul Rudd e Meryl Streep, fon­da­men­ta­li per la sto­ria e stre­pi­to­si nel­la loro interpretazione.

Le pun­ta­te sono un cre­scen­do di diver­ti­men­to e col­pi di sce­na che lascia­no il pub­bli­co dav­ve­ro con­fu­so e sbal­lot­ta­to, il tut­to accom­pa­gna­to da qual­che vicen­da sur­rea­le e musi­che che rimar­ran­no scol­pi­te in testa e vi ritro­ve­re­te a can­tic­chia­re tut­to il giorno.

Nono­stan­te un for­mat del gene­re rischi di diven­ta­re ripe­ti­ti­vo, Only Mur­ders in the Buil­ding si riaf­fer­ma una del­le miglio­ri serie tv degli ulti­mi anni. Ric­ca ed ecce­zio­na­le, que­sta sta­gio­ne supe­ra le pre­ce­den­ti por­tan­do sem­pre ele­men­ti in più che cari­ca­no il pub­bli­co di aspet­ta­ti­ve. Anco­ra una vol­ta, toc­ca riba­di­re che la serie meri­te­reb­be mol­to più suc­ces­so di quel­lo che ha e che, sen­za ombra di dub­bio, si meri­ta più di una nomi­na­tion agli Emmy.

For­tu­na­ta­men­te, visto soprat­tut­to il suc­ces­so negli Sta­ti Uni­ti, è sta­ta rin­no­va­ta per un’altra sta­gio­ne. I miste­ri si infit­ti­sco­no e le avven­tu­re del trio non fini­sco­no qui!


Gen V, Sta­gio­ne 1, Pri­me Video (Craig Rosen­berg, Evan Gold­berg, Eric Kri­p­ke) — Recen­sio­ne di Miche­le Cacciapuoti 

Non sem­pre gli spin-off egua­glia­no l’opera ori­gi­na­le da cui sono trat­ti, ma in que­sta cir­co­stan­za è il caso di dire che quan­to­me­no Gen V e The Boys com­pe­to­no nel­lo stes­so cam­pio­na­to, viag­gia­no su un pari ordi­ne di gran­dez­za. La serie rac­con­ta l’arrivo di una nuo­va stu­den­tes­sa, Marie, in un’università dedi­ca­ta ai supe­re­roi e in par­ti­co­la­re nel grup­po dei miglio­ri, men­tre l’accademia rive­la ave­re un lato oscu­ro e criminale.

Con un’ambientazione e un cast nuo­vi (Jaz Sin­clair e Chan­ce Per­do­mo ave­va­no già lavo­ra­to insie­me ne Le ter­ri­fi­can­ti avven­tu­re di Sabri­na), Gen V rie­sce a cir­cui­re alcu­ne apo­rie dei per­so­nag­gi prin­ci­pa­li di The Boys che ne ave­va­no rap­pre­sen­ta­to altret­tan­ti nei, pur con una tra­ma lar­ga­men­te intrec­cia­ta a quel­la del­la serie ori­gi­na­le, alla cui com­pren­sio­ne con­cor­re in modo impor­tan­te (cosa in gene­re inso­li­ta per uno spin-off).

Que­sti otto epi­so­di han­no dun­que il clas­si­co sapo­re di The Boys (la vena paro­di­ca, la pro­vo­ca­zio­ne che sfio­ra il gore, gli intrec­ci poli­ti­ci e la cri­ti­ca socia­le) ma decli­na­to in ver­sio­ne teen, con un’ambientazione col­le­gia­le che aggior­na i pre­sup­po­sti del­la serie sen­za cade­re lon­ta­no dall’albero: le visio­ni “burat­ti­ne­sche” di Sam sono la ripro­po­si­zio­ne di quel­le car­toon di Black Noir, i distur­bi del com­por­ta­men­to ali­men­ta­re di Emma e l’identità di gene­re di Jor­dan sono la più ade­gua­ta pro­se­cu­zio­ne del­le tema­ti­che socia­le del­la serie originaria.


Bodies, Sta­gio­ne 1, Net­flix (Paul Toma­lin) — Recen­sio­ne di Nina Fresia 

Quat­tro epo­che diver­se (1890, 1941, 2023 e 2053), quat­tro detec­ti­ve diver­si, ma un solo omi­ci­dio. Baste­reb­be que­sta bre­ve descri­zio­ne per ren­de­re la pro­du­zio­ne Net­flix “Bodies” accat­ti­van­te, con una tra­ma che uni­sce cri­me, sto­ria e fan­ta­scien­za. L’ermetico Hil­lin­ghead, l’affascinante Whi­te­man, la deter­mi­na­ta Hasan e la con­tro­ver­sa Maplewood sono tut­ti i detec­ti­ve che si ritro­va­no pres­so Lon­ghar­ve­st Lane a sco­pri­re lo stes­so cada­ve­re miste­rio­so di un uomo nudo col­pi­to da una pal­lot­to­la nell’occhio. La mini­se­rie, che si svol­ge attra­ver­so 8 epi­so­di, ha rit­mi len­ti e misu­ra­ti, che non sci­vo­la­no però nel­la pesantezza. 

Ciò che col­pi­sce del­la serie è la cura del det­ta­glio, essen­zia­le per tene­re insie­me così tan­ti pia­ni tem­po­ra­li intrec­cia­ti fra loro e per­so­nag­gi appa­ren­te­men­te distan­ti. L’attenzione è quin­di imme­dia­ta­men­te cat­tu­ra­ta: già dopo la pri­ma pun­ta­ta si entra nell’ottica che tut­to sia col­le­ga­to, che ogni par­ti­co­la­re abbia un signi­fi­ca­to più ampio e che nes­su­na coin­ci­den­za sia lascia­ta al caso.

Un altro degli aspet­ti meglio riu­sci­ti di Bodies è la carat­te­riz­za­zio­ne dei per­so­nag­gi: ognu­no ha una sua evo­lu­zio­ne, un per­cor­so com­ple­to che met­te in luce aspet­ti posi­ti­vi e nega­ti­vi, esal­tan­do­ne le con­trad­di­zio­ni. Non ci sono per­so­nag­gi intrin­se­ca­men­te buo­ni o cat­ti­vi: ciò che ren­de cia­scu­no una per­so­na miglio­re o peg­gio­re sono le espe­rien­ze, il mon­do che lo cir­con­da e come sce­glie di rela­zio­nar­vi­si. Tut­ta­via, anche se spes­so con mez­zi con­tro­ver­si, il moto­re che muo­ve i pro­ta­go­ni­sti del­la serie è la voglia di amo­re, di dar­lo e di rice­ver­lo in tut­te le sue for­me e dimensioni.


Loki, Sta­gio­ne 2, Disney+ (Justin Ben­son, Aaron Moo­rhead) — Recen­sio­ne di Miche­le Cacciapuoti 

Non era scon­ta­to che la secon­da sta­gio­ne di Loki fos­se apprez­za­ta dal pub­bli­co, con un gra­di­men­to dell’81% su Rot­ten Toma­toes, e non solo per­ché si trat­ta del pro­sie­guo di una serie TV: gli stan­dard del­le serie Mar­vel del­la Fase 4, quel­le cioè con­ce­pi­te sin da subi­to come par­te del MCU su Disney+ (e non recu­pe­ra­te ex post come Dare­de­vil), sono piut­to­sto bas­si, anche per tito­li ini­zia­ti bene come WandaVision.

Sin dal­la pri­ma sta­gio­ne (2021), Loki appa­ri­va con­tro­cor­ren­te, fra le poche o l’unica ad esse­re giun­ta a com­pi­men­to sen­za enor­mi pro­ble­mi. Da que­sto pun­to di vista, la secon­da sta­gio­ne si è atte­sta­ta su livel­li altalenanti.

I pri­mi epi­so­di, sep­pur nar­ra­ti­va­men­te con­ci­ta­ti e un po’ con­fu­si, immer­go­no bene lo spet­ta­to­re nel­la tra­ma che va avan­ti: si risol­ve bre­ve­men­te il gros­so del clif­f­han­ger imme­dia­to rima­sto dal 2021 (Loki fini­to in una time­li­ne alter­na­ti­va), ma non il pro­ble­ma esi­sten­zia­le del­la mol­ti­pli­ca­zio­ne all’infinito del­le rami­fi­ca­zio­ni tem­po­ra­li, che costi­tui­sce il leit­mo­tiv del­la nuo­va stagione.
Dal pun­to di vista regi­sti­co emer­ge però sin da subi­to una fasti­dio­sa impo­sta­zio­ne del­la foto­gra­fia, mol­to buia, che aumen­ta la con­fu­sio­ne e si esa­cer­ba nell’episodio 1893 (l’unico diret­to da K. Fara­ha­ni). Sono le due pun­ta­te fina­li a risol­le­va­re il tono com­ples­si­vo del­la sta­gio­ne, chiu­den­do per quan­to ne sap­pia­mo l’intero ciclo di Loki.

La scrit­tu­ra dei per­so­nag­gi non è otti­ma­le nel­la figu­ra di Vic­tor Time­ly, né in quel­la di Syl­vie, evo­lu­ta­si in modo coe­ren­te e inte­res­san­te, ma qui rele­ga­ta in secon­do pia­no in una for­ma di svi­lup­po poten­zia­le. Risul­ta­no riu­sci­te inve­ce la scrit­tu­ra e l’interpretazione di Mobius e Loki, incar­na­ti rispet­ti­va­men­te da Owen Wil­son (non al suo esor­dio in un ruo­lo dram­ma­ti­co, ma cer­ta­men­te in vesti non carat­te­ri­sti­che) e Tom Hidd­le­ston, che chiu­de l’arco del dio nor­re­no por­tan­do­lo a una tra­sfor­ma­zio­ne a 180°.

La serie con­ta anche sull’efficacia umo­ri­sti­ca di Ouro­bo­ros (con un Ke Huy Quan adul­to ormai tor­na­to alla ribal­ta dopo Eve­ry­thing, eve­ry­whe­re, all at once) e sul­lo sfrut­ta­men­to astu­to del­le dina­mi­che dei loop tem­po­ra­li, ma for­se pro­prio da que­sto pun­to di vista emer­ge quan­to Loki sia sepa­ra­ta dal resto del MCU: non solo ogni pro­dot­to Mar­vel sem­bra dare ver­sio­ni con­tra­stan­ti o comun­que diver­se dei viag­gi nel tem­po e del mul­ti­ver­so, ma qui la tra­ma è mol­to distac­ca­ta da quel­la gene­ra­le (pur aven­do impli­ca­zio­ni teo­ri­ca­men­te esi­sten­zia­li), con Loki e Kang che sono solo varian­ti dei per­so­nag­gi visti nei film.

E for­se è pro­prio que­sto il moti­vo dell’unicità di una serie MCU così apprez­za­bi­le, il fat­to che non con­di­vi­da i pro­ble­mi di un uni­ver­so con­di­vi­so ormai in decli­no: nono­stan­te abbia intro­dot­to quel­lo che sareb­be dovu­to esse­re il vil­lain del­le inte­re Fasi 5 e 6, sem­bra che la for­za di Loki sia al con­tem­po la debo­lez­za del MCU.

Con­di­vi­di:
Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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