Apparentemente in ritardo, i buoni propositi per il 2023

Apparentemente in ritardo, i buoni propositi per il 2023

Ripen­san­do al 2023, qua­li sono le imma­gi­ni che ricor­de­re­mo, le emo­zio­ni più gran­di che abbia­mo pro­va­to? Le pri­me non pos­so­no che veni­re dal mon­do spor­ti­vo: ricor­de­re­mo sicu­ra­men­te Jan­nik Sin­ner che sol­le­va fie­ra­men­te la Cop­pa Davis vin­ta dall’Italia dopo qua­ran­ta­set­te anni e ci tor­ne­ran­no alla men­te gli ani­ma­ti festeg­gia­men­ti dei tifo­si del Napo­li che han­no atte­so il ter­zo scu­det­to per oltre trent’anni.

Ma ci rimar­ran­no impres­si anche quei momen­ti di tre­pi­da­zio­ne davan­ti alla cat­tu­ra di Mat­teo Mes­si­na Dena­ro, lati­tan­te dal 1993 e aiu­ta­to da una fit­ta rete di favo­reg­gia­to­ri che ci inse­gna che la guer­ra alla cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta non è vin­ta con un arre­sto, ma è una lot­ta da por­ta­re avan­ti inces­san­te­men­te in ogni ango­lo del­la comunità. 

È sta­to l’anno dell’addio a Sil­vio Ber­lu­sco­ni, ma non alla sua ere­di­tà poli­ti­ca e socia­le, alla sag­gez­za e ispi­ra­zio­ne di Gian­lu­ca Vial­li e Miche­la Mur­gia, alla tele­vi­sio­ne di Mau­ri­zio Costan­zo.

Ma soprattutto, il 2023 passerà alla storia come l’anno delle polarizzazioni, l’anno dei film Barbie e Oppenheimer che debuttano al cinema lo stesso giorno, dove tutto è bianco (anche se forse in questo caso sarebbe meglio dire rosa) o nero, senza lasciare spazio al grigio, all’interpretazione, al dialogo.

Pos­sia­mo quin­di con­si­de­rar­lo vera­men­te cru­cia­le que­sto 2023? È sta­to un anno in cui abbia­mo taglia­to tra­guar­di deci­si­vi? In real­tà, avrem­mo potu­to e dovu­to fare meglio, maga­ri impe­gnan­do­ci a rispet­ta­re i famo­si pro­po­si­ti che si fan­no sem­pre alla fine di un anno spe­ran­do in un futu­ro miglio­re. Rom­pen­do con la tra­di­zio­ne, pro­via­mo ora ad imma­gi­na­re qua­li sareb­be­ro sta­ti gli obiet­ti­vi da sta­bi­li­re per il 2023 oppu­re que­gli inten­ti pen­sa­ti, ma mai vera­men­te concretizzati.

Innan­zi­tut­to, ci sarem­mo dovu­ti banal­men­te impor­re di non fare la guer­ra. Non si trat­ta evi­den­te­men­te però di un pro­po­si­to così scon­ta­to: da un lato, come ci si pote­va aspet­ta­re, con il pas­sa­re dei mesi il mon­do si è stan­ca­to di tene­re gli occhi pun­ta­ti sul­la guer­ra rus­so-ucrai­na e dall’altro l’intensificarsi del con­flit­to tra Israe­le e Pale­sti­na ha cata­liz­za­to l’attenzione di media e spet­ta­to­ri, con­cen­tra­ti su una sola cri­si uma­ni­ta­ria alla vol­ta.

Ad esse­re diven­ta­ta ordi­na­ria è la guer­ra stes­sa: natu­ral­men­te inor­ri­dia­mo davan­ti alle imma­gi­ni di gio­va­ni rapi­ti duran­te un rave par­ty, ma sia­mo gli stes­si che non si sono stu­pi­ti nel sape­re che un aereo con a bor­do il capo del­la Wag­ner Yev­ge­ny Pri­go­z­hin si era schian­ta­to tra Mosca e San Pie­tro­bur­go. L’ex mer­ce­na­rio ha fir­ma­to la sua con­dan­na a mor­te a giu­gno, quan­do ha dato vita a una bre­ve rivol­ta arma­ta con­tro il pote­re di Vla­di­mir Putin, bloc­ca­ta da un accor­do tra le due fazio­ni quan­do il grup­po Wag­ner si tro­va­va ormai a qua­si due­cen­to chi­lo­me­tri dal­la capi­ta­le russa.

Con­si­de­ra­re nor­ma­li­tà bat­ta­glie e minac­ce ha anche con­tri­bui­to a far sì che a set­tem­bre in cir­ca ventiquattr’ore le trup­pe aze­re abbia­no impo­sto, con meto­di che rical­ca­no mol­to la cosid­det­ta ope­ra­zio­ne spe­cia­le rus­sa, la dis­so­lu­zio­ne dell’autoproclamata Repub­bli­ca dell’Artsakh, spin­gen­do con lo spet­tro del­la puli­zia etni­ca cen­ti­na­ia di miglia­ia di arme­ni a fuggire. 

Allo stes­so modo, è sta­to deci­so di igno­ra­re i pre­oc­cu­pan­ti segna­li che giun­ge­va­no dal Medio Orien­te, come la pre­po­ten­za dei colo­ni israe­lia­ni in Cisgior­da­nia e la loro neces­si­tà di esse­re pro­tet­ti dall’esercito, un gover­no estre­mi­sta a Tel Aviv o una pre­sa sem­pre più sal­da di Hamas sul­la popo­la­zio­ne. La fiam­ma è divam­pa­ta il 7 otto­bre con il tre­men­do mas­sa­cro per­pe­tra­to dai mili­zia­ni pale­sti­ne­si ai dan­ni del popo­lo israe­lia­no, ma con­ti­nua a bru­cia­re anche ora con i bom­bar­da­men­ti sui civi­li che abi­ta­no la Stri­scia di Gaza, sen­za rispar­mia­re nem­me­no i cam­pi pro­fu­ghi. E più il fuo­co del­la guer­ra arde­rà, più ter­re del mon­do ver­ran­no man­gia­te dal rogo: con un refe­ren­dum pro­mos­so dal gover­no Madu­ro, il Vene­zue­la ha appro­va­to l’annessione al pro­prio ter­ri­to­rio del­la regio­ne Ese­qui­ba, appar­te­nen­te al Gua­ya­na e ric­ca di pre­zio­si gia­ci­men­ti petroliferi. 

Se ci fossimo proposti di ripudiare la guerra prima e impegnati a rispettare tale intenzione poi, non solo avremmo risparmiato la vita a migliaia di vittime innocenti, ma ne avremmo potute prevenire molte altre.

Un altro buon pro­po­ni­men­to in par­te ce lo sug­ge­ri­sce la boz­za del cosid­det­to Pia­no Mat­tei pro­mos­so dal gover­no Melo­ni: una col­la­bo­ra­zio­ne con gli «Sta­ti del Con­ti­nen­te afri­ca­no, vol­ta a pro­muo­ve­re uno svi­lup­po comu­ne, soste­ni­bi­le e dura­tu­ro, nel­la dimen­sio­ne poli­ti­ca, eco­no­mi­ca, socia­le». Non sap­pia­mo se, come da tra­di­zio­ne, l’esecutivo ita­lia­no abbia disat­te­so i pro­pri buo­ni pro­po­si­ti, o se nel­la loro opi­nio­ne fos­se in linea con quan­to ripor­ta­to sopra richie­de­re cin­que­mi­la euro in un’unica solu­zio­ne per usci­re dal Cen­tro per il rim­pa­trio a dei richie­den­ti asi­lo che già han­no paga­to in dena­ro e spes­so in tor­tu­ra il viag­gio fino alle nostre coste. L’impegno per sta­na­re i traf­fi­can­ti di esse­ri uma­ni in tut­to il “glo­bo ter­ra­queo” è sta­to evi­den­te­men­te tan­to este­nuan­te che alla fine si è opta­to per attin­ge­re dal loro reper­to­rio: se non puoi scon­fig­ge­re il tuo nemi­co, fat­te­lo amico. 

E chis­sà se, tra un rile­va­men­to antro­po­me­tri­co e l’altro per sta­bi­li­re se un mino­ren­ne non accom­pa­gna­to sia vera­men­te chi sostie­ne di esse­re e non una minac­cia per l’integrità del Pae­se, ci si sia resi con­to che avrem­mo dovu­to effet­ti­va­men­te impe­gnar­ci di più per aiu­ta­re gli emi­gran­ti “a casa loro”. Per­ché quel­la tri­ste­men­te nota tuti­na rosa, ste­sa sul­la sab­bia a Cutro in mez­zo ai resti di una bar­ca di legno, è l’esito di regi­mi oppres­si­vi come quel­lo egi­zia­no e tuni­si­no o di col­pi di sta­to come quel­lo nige­ri­no. Così come le 154.526 per­so­ne sbar­ca­te in Ita­lia duran­te il 2023 sono il risul­ta­to di una san­gui­no­sa e igno­ra­ta guer­ra in Sudan o del­le deva­stan­ti con­se­guen­ze dei ter­re­mo­ti in Tur­chia, Siria, Maroc­co e Afghanistan.

In effet­ti, avrem­mo dovu­to ripro­met­ter­ci anche di pren­de­re sul serio il nostro pia­ne­ta: ma se agli allar­mi lan­cia­ti dal­le allu­vio­ni in Emi­lia-Roma­gna e Tosca­na rispon­dia­mo come Lucio Malan («in Cam­pa­nia ha pio­vu­to di più e non è suc­ces­so nul­la») e all’apocalisse a Der­na cau­sa­ta dal ciclo­ne Daniel come Donald Trump («se gli ocea­ni si alza­no avre­mo più case vista mare») diven­ta­no anco­ra più fati­co­se e appa­ren­te­men­te inu­ti­li le lot­te degli atti­vi­sti per il clima.

Così come abbiamo deciso di non ascoltare gli avvertimenti e le preoccupazioni di numerose donne che hanno cercato di avvisarci e di chiedere aiuto.

È vero che da feb­bra­io 2023 in Ita­lia ci sia­mo illu­si di aver indi­vi­dua­to la giu­sta stra­da ver­so il pro­gres­so e la pari­tà per­ché per la pri­ma vol­ta sono due don­ne alla gui­da di gover­no e oppo­si­zio­ne, ma abbia­mo anche regi­stra­to più di cen­to fem­mi­ni­ci­di duran­te l’anno e le vio­len­ze ses­sua­li sono in costan­te aumen­to. Deci­ne di ita­lia­ne, pur­trop­po, con­ti­nue­ran­no a incon­tra­re “il lupo” fin­tan­to che ci saran­no così tan­ti Andrea Giam­bru­no e chi ten­ta di assol­ver­lo, tra cui la stes­sa pre­mier. E il con­si­glio di quest’ultima («occhi aper­ti e testa sul­le spal­le») avrem­mo dovu­to pro­por­ci di inse­gnar­lo in pri­mis a gio­va­ni ragaz­zi e uomi­ni, e non alle loro vit­ti­me.

Le obiezioni che potrebbero essere portate avanti sono prevedibili: è facile identificare a posteriori quali principi avrebbero dovuto ispirarci durante l’anno che sta giungendo al termine. 

Con i se e con i ma non si va da nes­su­na par­te, è vero, rileg­gen­do però tut­ti i buo­ni pro­po­si­ti che avrem­mo dovu­to impor­ci nel 2023 li risco­pria­mo anco­ra vali­di per l’anno che ver­rà. Pri­ma di for­mu­lar­ne di nuo­vi, cer­chia­mo di por­ta­re avan­ti i vec­chi inten­ti, di man­te­ne­re le pro­mes­se disat­te­se: da quan­to tem­po ci ripro­met­tia­mo di get­ta­re a ter­ra le armi, di inse­gna­re e impa­ra­re il rispet­to per il pros­si­mo, di dare valo­re all’ambiente in cui vivia­mo? L’unico fio­ret­to che dovrem­mo fare è quel­lo di ripen­sa­re a quan­to bel­lo sareb­be potu­to esse­re il 2023 se aves­si­mo tenu­to fede a quel­li degli anni pre­ce­den­ti. Allo­ra, for­se, fare­mo in tem­po a rea­liz­zar­li con un solo altro anno di ritardo.

Con­di­vi­di:
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.