Del: 25 Dicembre 2023 Di: Redazione Commenti: 0
Il fascino di Yule, alle origini del Natale

Molto spesso si sente dire che la tradizione del Natale, oggi festosamente presente in tutto il mondo e soprattutto in quello occidentale, abbia in realtà radici ben più variegate, connesse in particolare con le festività pagane che i popoli germanici celebravano proprio durante il mese di dicembre. 

Il festival di Yule, parola che secondo gli studiosi risalirebbe al norreno jòl e all’Inglese arcaico gèohol, coincide infatti con il solstizio d’inverno, il giorno dell’anno dalla notte più lunga, nel quale il sole raggiunge il punto più basso sotto l’equatore celeste segnando così l’avvento della stagione invernale nell’emisfero boreale del pianeta. 

La fine dell’autunno e l’inizio del duro periodo invernale determinavano anche l’insorgere di una serie di riti, tradizioni e persino sacrifici che le popolazioni di fede pagana celebravano fedelmente, riti e tradizioni che sono confluiti nel nostro ben familiare Natale. 

In realtà, tracciare le radici della festività non è affatto semplice: 

un primo richiamo a Yule si rinviene all’interno dell’opera dello storico e monaco britannico Bede, il quale scrisse approfonditamente di «giuli», periodo delineato all’interno del calendario pagano che indicava il mero passaggio del tempo a partire dal solstizio d’inverno, contenente dunque l’auspicio, o meglio, la speranza di rivedere presto i raggi solari riscaldare nuovamente il suolo e far fruttare il raccolto seminato.

Proprio il richiamo alla luce e al calore assume un rilievo determinante nel collocare Yule all’interno di una serie di celebrazioni incentrate sul sacrificio che gli stessi individui praticavano, attraverso l’uccisione di bovini e altri animali da allevamento che al sopraggiungere del gelo non avrebbero potuto essere sfamati: la consumazione della loro carne fungeva da preghiera rivolta agli dei — in molti affermano il carattere predominante del dio Odino tra questi — per far giungere il più in fretta possibile la bella stagione. 

Tali sacrifici, secondo altre interpretazioni, venivano offerti anche ad altre entità soprannaturali, come gli elfi, e data l’abbondanza della stessa carne consentivano di soddisfare le esigenze non solo di preghiera, ma anche di fabbisogno alimentare per affrontare la rigidità del clima esterno. 

L’arrivo (e la sovrapposizione) dei Cristiani viene invece datata al X secolo secondo una tradizione puramente narrativa: 

nella saga di Re Haakon detto il Buono di Norvegia fu la conversione del sovrano a seguito di un viaggio in Inghilterra a causare la fusione fra il festival di Yule e il Natale di origine cristiana come noi oggi lo intendiamo. In particolare, Haakon impose sotto forma di vera e propria legge l’obbligo di ricavare da una certa misura di grano la bevanda alcolica chiamata ale un equivalente della birra rossa ancora oggi molto popolare nei paesi di matrice anglosassone — e di mantenere l’osservanza della festività sino all’esaurimento della bevanda sotto pena di una salata multa.  

Da un punto di vista storico, invece, l’arrivo dei missionari e la conseguente conversione delle popolazioni germaniche alla fine del 500 d.C. fece sì che gli stessi vertici religiosi del nucleo della Chiesa romana, in particolare Papa Gregorio Magno, incentivassero l’adozione di feste e icone ispirate al paganesimo. 

Un tale modo di agire giustificava in maniera evidente il desiderio di diffondere la fede cristiana nel modo più semplice possibile senza incontrare resistenze più o meno ferree da parte degli stessi convertiti; allo scopo di raggiungere un tale obiettivo il compromesso venne raggiunto lasciando che i pagani mantenessero i simboli più emblematici della festività Yule, al contempo traslando gli stessi sulla scia della (non più) neonata fede cristiana. 

Insomma, un do ut des attraverso cui il risultato ottenuto era duplice, dal momento che i seguaci di Cristo potevano ben giovarsi di un ampio repertorio di tradizioni, celebrazioni e immagini poi mutuate nell’odierna concezione del Natale, il tutto al “modico” prezzo della conversione, funzionale quest’ultima, a sua volta, a espandere l’influenza della Chiesa anche nei territori nordeuropei. 

I simboli che attingono alle radici precristiane del festival di Yule permangono ancora oggi nell’annuale quotidianità natalizia: 

basti pensare al vischio (di origine celtico-druidica), oppure all’agrifoglio, fino ad arrivare all’emblematico albero di Natale. Gli abeti infatti, in quanto appartenenti alla famiglia dei sempreverdi, restano una vivida rappresentazione delle forze della natura che resistono alle intemperie della stagione invernale, portando con sé un messaggio di speranza e di fertilità per i mesi a venire. 

Sempre ricordando gli elementi della tradizione pagana presenti tuttora, anche il cosiddetto “ciocco di Yule” o “tronco di Yule”, la cui funzione era di bruciare durante l’intero periodo di festa, ha a oggi assunto la forma del tipico dolce raffigurante un tronchetto di legno. 

Baciarsi sotto il vischio, “spremere” i minuscoli frutti dell’agrifoglio e scambiarsi doni sono in tutto e per tutto componenti della tradizione pagana sopravvissuti sino ai giorni nostri, retaggi di un tempo indubbiamente arcaico ma non del tutto dimenticato. 

Molti culti neopagani, in particolare Wicca, anche chiamata “antica religione”, continuano difatti a osservare la festività di Yule.

All’interno di congreghe religiose, veri e propri celebranti spingono i seguaci a entrare in contatto con la natura, a seguire le fasi del ciclo lunare, e più in generale, a riconnettere il proprio spirito con quella che da sempre rimane un’esaltazione della vita dinanzi all’oscurità, al freddo tagliente e alla durezza dei mesi invernali: i quali però, con il ritorno della stagione più mite, non durano per sempre.

Articolo di Vittoria Menga.

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